Vai al contenuto

Il triste e preoccupante esito delle elezioni in Israele

Le scelte a tel Aviv investono il futuro di Israele, dei palestinesi e di tutti noi. I governi europei continuano a girarsi dall’altra parte, vili e conniventi con i carnefici.

È triste e preoccupante l’esito delle elezioni in Israele. Conferma un largo consenso, sebbene non maggioritario, al Governo Netanyhau, responsabile, insieme ai suoi Ministri, di genocidio a Gaza e pulizia etnica in Cisgiordania, crimini ancora in corso indisturbati. Va ricordato. Come va ricordato che Eisenkot, Bennet e Lieberman, i leader dei principali partiti del blocco dell’ ‘opposizione’ al Primo Ministro in carica, si oppongono al principio “due popoli, due Stati” e coprono tutto l’arco delle posizioni sull’annessione della Cisgiordania (dal No di Eisenkot per timore di perdere l’identità sionista della nazione, al Si di Bennet).

Poi, indubbiamente, come scrive oggi Gad Lerner su Il Manifesto, vi sono raggi di luce: innanzitutto, la straordinaria affermazione delle due liste dei palestinesi israeliani. Si apre un varco di speranza. È riassunto da una domanda fatale: Il blocco di opposizione, guidato dall’ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito israeliano, si allea con rappresentanti dei palestinesi? Questi ultimi hanno dichiarato disponibilità, anche senza entrare nell’esecutivo con il sostegno ‘esterno’.

Scrive Gad: “Se Gadi Eisenkot confermasse quanto sostenuto in campagna elettorale —ovvero un no di principio a qualsivoglia collaborazione con le ‘liste arabe’, cioè palestinesi— il mito residuo della democrazia israeliana non ne uscirebbe incolume. Che senso ha riconoscere (a stento, come si è visto) il diritto di voto a una minoranza del 20% della popolazione salvo poi applicare nei confronti dei suoi eletti una discriminazione di natura etnica, non politica? Chi rifiuta l’equiparazione automatica tra sionismo e razzismo (non a caso chi in Israele e negli Stati uniti si adopera per la formazione di un governo di unità nazionale col redivivo Netanyahu, lo chiama «blocco sionista») si troverebbe in forte imbarazzo. È stato per primo Yair Golan, il leader che ha restituito una presenza dignitosa seppure marginale alla sinistra israeliana nella Knesset, a denunciarlo: attribuire un valore diverso a voti ebraici e voti arabi sarebbe, parole sue, una «distinzione razzista». Dettaglio non irrilevante: i Democratici, con Golan, hanno ottenuto più voti dei partiti di estrema destra di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich”.

Le scelte a tel Aviv investono il futuro di Israele, dei palestinesi e di tutti noi. I governi europei continuano a girarsi dall’altra parte, vili e conniventi con i carnefici. Invece, potrebbero giocare un ruolo significativo per la pace, la sicurezza di Israele e il diritto del popolo palestinese a una patria e uno Stato.