La proposta di Giuseppe Conte, organizzare le primarie per affrontare le divergenze sulle questioni di fondo nella coalizione progressista.
Chi ha paura del popolo?
È corretta e seria la proposta di Giuseppe Conte: con le primarie per la scelta del candidato o candidata premier, si affrontano le divergenze sulle questioni di fondo nella coalizione progressista. Anche sulla strada per promuovere la fine dignitosa della guerra in Ucraina. Tuttavia, verso la sensata soluzione, sono arrivate, immediate, le levate di scudi dal Pd.
Domanda: come si dovrebbe sciogliere il nodo sul drammatico e sempre più pericoloso conflitto tra Kiev e Mosca, dati i rapporti di forza sostanzialmente pari tra Pd, da una parte, e M5S-AVS, dall’altra? Con un vertice riservato tra i leader e un do ut des sulle poltrone in caso di vittoria? Gli elettori della coalizione perché dovrebbero andare ai gazebo? Per incoronare la figura più fotogenica, la più abile retoricamente, la più simpatica, la più social? Chi è alla guida di un partito nato dallo scimmiottamento di un modello politico inesistente in Europa, contraddittorio con le democrazie parlamentari e autolesionista, riesce a immaginare gli elettori del Democratic Party negli USA andare a votare alle primarie tra un Bernie Sanders e una Hillary Clinton accomunati dal programma? O i democratici di New York scegliere tra un Zohran Mandani e un Mario Cuomo con l’agenda condivisa per l’amministrazione della “Grande Mela”?
La lettura della Russia come “minaccia esistenziale” non è uno dei tanti punti di programma. È architrave sistemico, primum mobile per il futuro dell’Italia e dell’Europa, decisivo per la credibilità della lista della spesa raccontata ogni giorno su sanità, fisco, scuola, lavoro, investimenti. Sottrarlo ai potenziali elettori, prima ai gazebo e poi alle urne, sarebbe offensivo. Quindi, esiziale.
Ma sono chiare le ragioni dello sconcerto del Nazareno: la sconfitta della Segretaria del PD alle primarie sarebbe difficilmente digeribile di per se, ma diverrebbe insostenibile se fosse accompagnata da un programma orientato dalla linea M5S-AVS sulla guerra. Andrebbe segnalato che, forse in forme meno pirotecniche, gli effetti della sconfitta del Presidente del M5S impegnato su un asse continuista sull’Ucraina sarebbero speculari: una fetta rilevante del “suo” elettorato rimarrebbe a casa, mentre una fetta aggiuntiva si dirigerebbe verso proposte di richiamo nostalgico alle origini, a quel punto difficilmente evitabili. Insomma, le primarie, qualunque esito abbiano, mettono a rischio elevatissimo la forza della coalizione, anche se sopravvivesse formalmente, non soltanto le carriere dei gruppi dirigenti.
L’alternativa, pur con la legge elettorale in gestazione, esiste. È tracciata dall’impianto parlamentare della Repubblica inciso nella Costituzione. Ne abbiamo scritto anche qui subito dopo il referendum di Marzo scorso. Implica, innanzitutto, la rinuncia alle primarie e, in caso di vigenza dell’eversivo Melonellum, l’indicazione di una sorta di garante per la scheda elettorale. Implica un programma a maglie larghe, ma chiaro sull’ordine internazionale multilaterale da costruire attraverso la politica e la diplomazia e sull’Europa “ponte” tra Ovest e Est e Nord e Sud del pianeta. Implica offrire ai cittadini la possibilità di pronunciarsi, attraverso il voto, sui punti dirimenti del programma di governo. Implica, infine, trovare in Parlamento il compromesso alto alla luce del consenso ricevuto da ciascun partito e, quindi, evidenziare al Presidente della Repubblica il miglior interprete del programma di governo. Non si deve aver paura del popolo.