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Helsinki 2 per la sicurezza condivisa in Eurasia (non soltanto in Medio Oriente)

Forse la guerra come condizione ordinaria della politica è utile a puntellare classi dirigenti sempre più delegittimate e a promuovere la riconversione di settori di industria e finanza in grande difficoltà?

Qualche giorno fa, il Presidente della Germania, Frank-Walter Steinmeier, e il Presidente della Finlandia, Alexander Stubb, hanno finalmente incominciato a parlare di politica nell’oscurità dell’orizzonte di guerra permanente.

Hanno innalzato l’iniziativa politica all’altezza della fase storica. Hanno proposto una seconda conferenza di Helsinki. Nella lettera al Financial Times del 20 luglio, hanno ricordato che nella capitale finlandese, nel 1975, si giunse ad un accordo tra nemici, Stati Uniti e Urss, Nato e Patto di Varsavia, sottoscritto anche dai principali Stati “non allineati”.

Nel pieno della guerra fredda, vennero congiuntamente definite la basi per l’unica declinazione affidabile della sicurezza di ciascuno: la sicurezza di tutti, la sicurezza condivisa. I due presidenti scrivono: “La lezione che traiamo [dall’Accordo di Helsinki] è semplice: non c’è necessità di fiducia reciproca per iniziare il processo. È il processo stesso che costruisce fiducia reciproca”. Poi, spiegano: “Le fondamenta di rilevanti interessi comuni esistono e su di esse si deve edificare. Lo spirito di Helsinki fu che tutti i principali attori portarono al tavolo le loro priorità, negoziarono per un terreno di incontro e testarono le possibilità di alimentare fiducia, sostituendo gradualmente elementi di scontro con elementi di cooperazione. Il processo può essere sensato soltanto se tutti gli attori rilevanti sono al tavolo”. Poi concludono: “L’Atto Finale di Helsinki si apre con un’affermazione netta: gli Stati sono ‘motivati dalla volontà politica, nell’interesse dei popoli, a migliorare e intensificare le loro relazioni e a contribuire … alla pace, alla sicurezza, alla giustizia e alla cooperazione’. … Se la volontà politica esiste, può essere trasformata in un percorso effettivo”.

Perché, cari Presidenti, lo spirito di Helsinki non può anche ispirare un’offensiva diplomatica europea verso la Russia, oltre che verso Israele e gli Stati del Golfo? Certamente, nel 1975, il Cremlino non era meno “minaccia esistenziale” di oggi. Forse la ragione è che, oggi, la Russia è più debole? Forse la guerra come condizione ordinaria della politica è utile a puntellare classi dirigenti sempre più delegittimate e a promuovere la riconversione di settori di industria e finanza in grande difficoltà? Infine, una domanda anche ai leader dell’area progressista: perché “Helsinki 2” non diventa l’asse condiviso del programma?