La “tartaruga sagace” e gli insegnamenti del 2017.

(A cura di Sandro De Toni )

La sera del primo turno delle presidenziali francesi Jean-Luc Mélenchon, pur con il 22% dei suffragi (7,7 milioni di voti) era fuori dal secondo turno per una differenza di soli 420mila voti che gli erano stati sottratti dagli altri candidati di sinistra ed in particolare dal candidato del partito comunista che, a differenza del 2012 e del 2017, aveva deciso di non confluire sul suo nome. Chiunque si sarebbe arreso, ma una volta studiato meglio i risultati, il leader della France Insoumise capii che aveva in realtà conseguito un vero exploit e che si apriva una grande possibilità per la sinistra se avesse saputo unirsi. Facendo i calcoli constatava che al primo turno delle presidenziali era arrivato in testa in 103 collegi delle legislative, in seconda posizione in altri 200 ed avrebbe potuto ottenere l’accesso al ballottaggio in 433. La sinistra unita avrebbe potuto fare anche meglio. Macron non rappresentava più oramai una novità e non suscitava più lo stesso entusiasmo che nel 2017, l’estrema destra era divisa ed i gollisti erano in piena crisi. C’erano gli spazi per provarci.

 

Due giorni dopo lanciava una nuova campagna politica: “eleggetemi Primo Ministro al “terzo turno” delle presidenziali, le elezioni legislative del 12 e 19 giugno!”. Questa affermazione non è piaciuta affatto alla squadra di Macron che lo ha subito accusato di essere antidemocratico e di poco rispetto istituzionale dato che la costituzione della Quinta Repubblica prevede che il Primo ministro sia nominato dal Presidente. Mélenchon ha avuto buon gioco nel ribadire che qualsiasi governo per far adottare i suoi provvedimenti deve avere l’assenso della maggioranza parlamentare, così come nel ricordare le precedenti coabitazioni tra Presidenti e Primi ministri di schieramenti opposti.

 

Mentre la Le Pen praticamente spariva dall’agone politico dopo il risultato delle presidenziali, la dichiarazione del leader della France Insoumise rilanciava la mobilitazione dei suoi militanti e, cosa ancor più importante, dava inizio a dei negoziati tra le forze di sinistra, trattative che hanno dato vita in un paio di settimane ad un “programma condiviso” di governo ed a un accordo per le candidature alle elezioni dell’Assemblea nazionale: nasceva la Nuova Unione Popolare Ecologista e Sociale (Nupes).

 

Secondo un sondaggio di Harris Interactive al primo turno la sinistra unita otterrebbe il 33% dei voti, mentre il blocco centrista e liberista sarebbe allo stesso livello. Con il sistema dei collegi uninominali a doppio turno molto dipende dalla ripartizione geografica dei consensi (la Nupes ha consensi molto concentrati), dal tasso di partecipazione, ed al secondo turno, dal riporto dei voti dei candidati eliminati. E dunque niente è scontato.

 

Non è la prima volta che la sinistra francese si presenta unita, la novità è che questa volta ciò avviene non più in riferimento al partito socialista ma intorno al partito della sinistra radicale ed al suo programma pur con le necessarie mediazioni.

 

Mélenchon non si è scomposto nei mesi precedenti l’elezione presidenziale quando non riusciva a superare il tetto del 13-14%. Di fronte alle lepri della “Gauche” (ma anche della gollista Valerie Pécresse e dell’estremista di destra Eric Zemmour) che correvano veloci nei sondaggi, si è autodefinito una “tartaruga sagace” che cercava di trovare “il buco del topolino” per infilarsi dentro e scompaginare i giochi. Ed in larga misura ci è riuscito. Il modello seguito è quello del 2017 con alcune varianti decisive.

 

Gli insegnamenti della campagna del 2017

 

Gli inizi della campagna del 2017 non furono affatto facili. Approfittando della disillusione prodotta dal quinquennio di Hollande e del discredito di tutta la dirigenza socialista (inclusa la sua ala sinistra, Hamon in primis), annunciò la sua candidatura fin dal febbraio del 2016. Nei mesi successivi le piazze si mobilitarono contro la legge El Khomri sul mercato del lavoro; partì la “Nuit debout” (la Notte in piedi), il movimento degli intellettuali e dei giovani diplomati e laureati precari che da Place de la République a Parigi dilagò in tutto il paese. E nei sondaggi la sua candidatura passò dall’8,5% iniziale al 13%.  Nel frattempo nel partito socialista si litigava. Mélenchon provò a sedurre i ceti popolari attratti dal Front National o dall’astensionismo, e cercò di impostare il discorso sugli immigrati sulla lotta alle cause dell’immigrazione pur schierandosi a favore dei “sans-papiers” (gli immigrati irregolari), parlò di “fachés pas fachos” (arrabbiati ma non fascisti). L’elettorato popolare rimase però propenso ad astenersi o a votare Le Pen, e le sue percentuali, fino a dicembre 2016, ristagnarono sempre intorno al 13%. Si rivolse anche ai simpatizzanti degli ecologisti, citò “l’eco-umanesimo” (termine che preferisce a quello di “eco-socialismo”, meno comprensibile ed ambiguo per il grande pubblico) e si pronunciò con nettezza per l’uscita dal nucleare (opzione niente affatto scontata in Francia neanche per molte forze di sinistra). Un quarto degli elettori verdi si disse all’epoca disponibile a votarlo. Ma da gennaio a marzo 2017, Mélenchon regredì nei sondaggi sotto il 10%, mentre Hamon scelto come candidato dal PS salì al 18%. Nel febbraio 2017 i negoziati tra i due fallirono per divergenze sull’UE. La France Insoumise reagì indicendo la marcia per la Sesta Repubblica che avrebbe dovuto mettere fine al presidenzialismo semi-monarchico della Quinta. Mélenchon moltiplicò le presenze televisive dove si rivelò un polemista imbattibile e organizzò un suo comizio in contemporanea in più città con la tecnica dell’ologramma che fece scalpore. Ad inizio aprile 2017 era al 17% e Hamon al 9%. Il voto al leader della FI diventò così il voto utile per l’elettorato di sinistra e ecologista. Ma negli ultimi 15 giorni della campagna elettorale finì per rappresentare il nemico da battere per quasi tutti i media e per poco non riuscì a raggiungere la percentuale necessaria per accedere al ballottaggio fermandosi al 19%.

 

In seguito rifiutò ogni alleanza con gli altri partiti di sinistra ed il suo raggruppamento, la France Insoumise ebbe risultati deludenti alle legislative (elessero solo 17 deputati con circa l’11% dei voti), alle europee ed alle amministrative. Una correzione di rotta si impose dunque sul “populismo”, sul rapporto con le mobilitazioni sociali, il programma relativo all’UE e l’alleanza con gli altri partiti di sinistra, sempre nell’ambito di un’elaborazione culturale e politica innovativa ed originale. E questa evoluzione politica e culturale ha consentito oggi di unire la Gauche.

 

 

 

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