Frattocchie 2019 organizzata da Patria e Costituzione e curata da Senso comune

LAVORO
Il futuro del lavoro è un ritorno all’Ottocento –  Alessandro Somma
Il reddito di cittadinanza, un anno dopo –  Domenico De Blasio
AMBIENTE
Una casa comune: il pianeta – Grazia Francescato
Un Green New Deal oltre la “crescita verde” – Riccardo Mastini
MIGRAZIONI
Immigrazione: uscire dalla logica emergenziale – Goffredo Buccini
Perché l’accoglienza esige l’etica prima della politica – Antonio Rinaldi
Una ragionevole proposta di gestione delle migrazioni – Stefano Allievi
FEMMINISMO
Costruire la Città delle donne – Melinda Di Matteo
Femminismo e diritti sociali nell’età neoliberale – Anna Cavaliere
ECONOMIA
Le interpretazioni della crisi – Massimo D’Antoni
Perché l’Italia non cresce? – Antonella Stirati
Riportare l’economia all’interno della società – Monica Di Sisto
NUOVA POLITICA
Neointermediazione: i flussi di potere nel mondo digitale – Gabriele Giacomini
Ricostruire la res publica. Populismo come momento (ri)costituente – Guido Capelli
Un’altra idea di partito è possibile –  Antonio Floridia
La metamorfosi dei partiti nell’era digitale – Paolo Gerbaudo
CONCLUSIONE Stefano Fassina


Il futuro del lavoro è un ritorno all’Ottocento

Alessandro Somma

La relazione di lavoro deve assomigliare a una qualunque relazione di mercato: lo pretende l’ortodossia neoliberale, secondo cui l’incontro di domanda e offerta di lavoro deve essere libera tanto quanto l’incontro della domanda e dell’offerta di una merce qualsiasi. Non vi può essere attenzione alcuna per la parte debole della relazione, privata così delle tutele che solo un mercato regolato può assicurare. Neppure vi possono essere ingerenze nell’individuazione dei livelli salariali, dal momento che la redistribuzione della ricchezza viene affidata unicamente al mercato. Per questo si affida al welfare un ruolo limitato, in linea con l’idea che esso rappresenta un incentivo all’inattività: l’inclusione sociale viene fatta coincidere con l’inclusione nel mercato e nulla deve mettere in discussione questo principio.

Fin qui la dimensione individuale della relazione di lavoro secondo i neoliberali. La dimensione collettiva è invece dominata dalla medesima idea che condiziona la disciplina antitrust: occorre impedire le concentrazioni di potere economico, considerando tali anche le coalizioni dei lavoratori in quanto destinate a impedire che il salario e le tutele siano decise attraverso il libero incontro di domanda e offerta di lavoro. Se infatti i lavoratori sono soli davanti al datore di lavoro, sono costretti a reagire in modo automatico agli stimoli del mercato del lavoro, ovvero ad accettare bassi salari in caso di disoccupazione elevata (non a caso alimentata dai neoliberali).

Il modo neoliberale di intendere il lavoro si è imposto come reazione al compromesso keynesiano e ai suoi effetti, sperimentati nel corso dei cosiddetti Trenta gloriosi: il periodo tra la conclusione del secondo conflitto mondiale e la metà degli anni Settanta. Per molti aspetti quei decenni non sono stati davvero gloriosi per i lavoratori, ma se non altro all’epoca si è imposto lo schema secondo cui lo Stato doveva sostenere la domanda attraverso politiche di piena e buona occupazione per incentivare i consumi e alimentare così la domanda di lavoro. Questo schema aveva però incrementato il potere dei lavoratori e anche per questo è stato rovesciato nel momento in cui, con l’implosione del mondo socialista, il capitalismo non ha più avvertito la necessità di mostrarsi con un volto umano. Il risultato è un sistema incentrato sul sostegno dell’offerta attraverso lavoro precario, salari bassi e bassa pressione fiscale sulle imprese, in quanto tale capace di determinare livelli elevati di disoccupazione e contenuti di conflittualità.

Il tutto promosso dall’Unione europea, vero e proprio dispositivo neoliberale concepito per azzerare il compromesso keynesiano e impedire la sua rinascita. Quest’ultimo ha bisogno di confini per regolare la circolazione dei fattori produttivi, a partire dai capitali: se circolano liberamente, gli Stati sono costretti ad abbattere i salari e la pressione fiscale sulle imprese per attirare investitori internazionali. Di qui la frizione insanabile tra questa Europa e una seria politica di redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso.

Il superamento del compromesso keynesiano in senso neoliberale viene accompagnato da una retorica incentrata sulla denigrazione del Novecento: l’epoca del posto fisso in cui il lavoro era ripetitivo, sempre identico a se stesso e dunque incapace di realizzare le persone. Ecco perché occorrerebbe sbarazzarsi del passato e inseguire un futuro radioso nel quale il lavoro rispecchia le aspirazioni delle persone e dunque consente loro di emanciparsi.

Questa retorica mostra tutta la sua ipocrisia quando viene utilizzata per mostrare i vantaggi della cosiddetta economia on demand: l’economia a misura di piattaforme concepite per favorire l’incontro della domanda e dell’offerta dei cosiddetti lavoretti, come la consegna del cibo a domicilio o il trasporto di persone. Queste piattaforme fanno sorgere relazioni di lavoro che davvero sono degradate a relazioni di mercato qualsiasi: nascono e terminano alla bisogna e non prevedono alcun obbligo accessorio da parte del datore di lavoro. Quest’ultimo non si presenta del resto come tale, dal momento che le piattaforme considerano i loro dipendenti come lavoratori autonomi, che in effetti possono rifiutare la singola chiamata. Peraltro, se questi rifiutano la chiamata, o eseguono la prestazione lavorativa con modalità non gradite alla piattaforma, un algoritmo affiderà loro sempre meno lavoretti, sino a lasciarli a casa: ovvero sino a licenziarli. Il tutto a riprova che esiste un sistema di controllo capillare dei datori di lavoro sui loro lavoratori, tanto che si è parlato a questo proposito di taylorismo digitale, e dunque l’elemento su cui si fonda la qualificazione del rapporto di lavoro come subordinato.

Il lavoretto è insomma il lavoro del futuro, che però ha lasciato il Novecento per tornare all’Ottocento, quando la relazione di lavoro era ancora una relazione di mercato qualsiasi. Come si è del resto voluto fare anche con il sistema dei voucher (decreto legge 24 aprile 2017, n. 50), un nome particolarmente evocativo: se per denominare un lavoro si utilizza una espressione utilizzata per indicare un mezzo di pagamento, allora è palese la volontà di ridurlo a merce, di concepirlo come un mero scambio di attività umana contro un corrispettivo.

Fin qui il ritorno all’Ottocento dal punto di vista della dimensione individuale della relazione di lavoro. Lo stesso vale però anche per la dimensione collettiva, e non solo perché la precarietà costituisce un ostacolo insormontabile allo sviluppo di una dialettica relativamente equilibrata tra capitale e lavoro. L’ortodossia neoliberale mira a neutralizzare il conflitto redistributivo e a indurre i lavoratori a tenere un comportamento collaborativo con i datori di lavoro, e a tal fine ricorre a due strumenti non a caso imposti dalla Troika ai Paesi europei come contropartita per l’erogazione di prestiti.

Il primo strumento riguarda il potenziamento della contrattazione territoriale o aziendale, dove il sindacato è più debole, a scapito di quanto definito in sede di contrattazione a livello nazionale, dove il sindacato è più forte. E a volte persino a scapito della legge, come ha stabilito una disposizione emanata dall’ultimo governo Berlusconi (art. 8 decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138), all’epoca in cui la Troika minacciava di intervenire in Italia.

Il secondo strumento riguarda il salario, la cui entità viene agganciata agli utili d’impresa, con il chiaro intento di sterilizzare il conflitto di lavoro: è evidente che il lavoratore il cui salario dipende dalla produttività sarà notevolmente disincentivato a ricorrere allo sciopero o ad altre forme di lotta divenute troppo costose.

Il riferimento alla contrattazione aziendale consente di mettere a fuoco un altro aspetto qualificante il ritorno all’Ottocento, e in particolare all’Impero tedesco negli anni immediatamente successivi all’emanazione della Legge contro la Socialdemocrazia (del 22 ottobre 1878). La legge volle affrontare il conflitto di classe con misure repressive rivelatesi tuttavia inefficaci, motivo per cui l’Imperatore Guglielmo I maturò la convinzione che la sterilizzazione 13

della lotta politica dovesse passare, oltre che dalla repressione, anche e soprattutto dal sostegno al benessere dei lavoratori. Di qui, nel solco di quanto si era sperimentato presso le acciaierie Krupp, l’istituzione del primo sistema moderno di sicurezza sociale, ovvero un’assicurazione obbligatoria per le malattie, gli infortuni, l’invalidità e la vecchiaia.

Questa vicenda avvia la nascita dello Stato sociale in area europea, che come si vede ha poco a che vedere con la volontà di emancipare i lavoratori. Perché ciò avvenga, occorre un sistema di diritti sociali attraverso cui impedire che la prestazione sociale diventi la contropartita per la fedeltà al potere politico o comunque per la rinuncia al conflitto redistributivo. E tuttavia anche in presenza di diritti sociali si possono determinare svolte regressive: è quanto sta avvenendo con il welfare aziendale, ovvero con l’erogazione di beni e servizi da parte del datore di lavoro, sovente in sostituzione di un incremento salariale.

Questa misura, sponsorizzata attraverso un sistema di agevolazioni fiscali e contributive in deroga al principio della totale tassabilità dei redditi da lavoro (art. 51 Testo unico delle imposte sui redditi), riguarda sempre più sovente ambiti interessati dal sistema dei diritti sociali come la sanità e la previdenza. In tal modo si incentiva il progressivo smantellamento del welfare universale, o comunque si forniscono alibi per questa deriva. Inoltre si favorisce la privatizzazione del sistema della previdenza e assistenza sociale, dal momento che i beni e servizi di cui si parla sono necessariamente erogati da soggetti privati.

Il risultato è potenzialmente devastante. Il lavoratore che perderà il posto finirà per perdere anche il welfare, e anche per questo sarà indotto a comportarsi come gli operai di Krupp: accetterà i beni e servizi concessi dal datore di lavoro in cambio della rinuncia alla lotta politica. A conferma di quanto il futuro radioso che ci aspetta sia un drammatico ritorno al passato.


Il reddito di cittadinanza, un anno dopo
Domenico De Blasio

Durante la scuola estiva di settembre 2019 abbiamo avuto il piacere di ospitare, fra gli altri, Pasquale Tridico, attuale presidente dell’INPS e principale ideatore del reddito di cittadinanza e delle politiche sul lavoro dei governi Conte.

Chi ha buona memoria si ricorderà che come Senso Comune avevamo già espresso i nostri dubbi sia sul RDC in sé che sul Decreto Dignità. Avevamo poi elaborato un Libretto del Lavoro che opponeva all’idea di reddito di cittadinanza il lavoro di cittadinanza, perché siamo convinti che il lavoro sia un valore che contribuisce al benessere della società e alla sua tenuta. Nello stesso libretto opponevamo all’idea di salario minimo garantito quella di un contratto minimo garantito che allargasse il campo della garanzie anche ad una giusta alternanza tra tempo di lavoro e di riposo, alla trasparenza delle clausole contrattuali, e alla durata dei contratti. È lecito dire quindi che il professore di Scala Coeli si è trovato davanti ad un pubblico che, seppur disposto ad ascoltare, partiva da qualche pregiudizio, ma il panel è andato per il meglio e ne è uscito fuori un momento di confronto e arricchimento per tutti i partecipanti.

Per prima cosa bisogna affermare un concetto tanto banale quanto poco praticato: le leggi vanno lette approfonditamente prima di essere giudicate. Se infatti spogliamo il decreto legge 4 del 2019 (convertito il 28 marzo 2019) da tutto il clamore mediatico suscitato e da tutte le critiche, spesso in cattiva fede, che si è portato dietro, possiamo constatare che l’impianto su cui si fonda il provvedimento, le sue reali implicazioni, e il contesto di leggi e proposte in cui si inserisce (dal Decreto Dignità al salario minimo) sono ben lontani dall’idea di “reddito da nullafacenza” o “reddito da lavoro coatto” con cui è stato etichettato.

L’assunto su cui si basano le misure che compongono il decreto è al centro di alcuni articoli di Tridico risalenti agli ultimi anni, l’idea è che aumentando il tasso di partecipazione aumenti anche il PIL potenziale, vale a dire che la crescita delle persone coinvolte nel cosiddetto mercato del lavoro abbia un impatto benefico sulla produzione di valore per il sistema paese. Da questo punto di vista le misure positive del Decreto Dignità (su tutte la diminuzione a 24 mesi del periodo massimo di lavoro a termine e l’obbligo di causale) servono a creare in ogni modo un effetto positivo, aumentando la quota di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato attraverso la fisiologica conversione contrattuale, o aumentando il numero di persone attive sul mercato grazie al ricambio imposto dalla nuova normativa. Quello che si vuole delineare con questo primo intervento è quindi un quadro più restrittivo del ricorso ai rinnovi del tempo determinato.

Veniamo ora al reddito di cittadinanza guardandolo più da vicino. Per prima cosa va detto che a differenza di quota100 il RDC è finanziato strutturalmente con un fondo apposito, è quindi potenzialmente pensato per entrare a far parte della normalità della vita lavorativa italiana. In secondo luogo bisogna sfatare il mito della durata determinata dell’emolumento, che è pensato per un ciclo di diciotto mesi ma è rinnovabile all’infinito. Il RDC calcola la spettanza di ogni beneficiario in base al valore ISEE, al reddito, alla composizione del nucleo famigliare e al possesso di beni mobili e immobili. Il suo godimento è condizionato alla sottoscrizione di un patto per il lavoro che vincola il cittadino a porre in essere una serie di comportamenti che mirano ad inserirlo nel mondo del lavoro: aderire ad un piano di formazione, valutare le proprie competenze, attivarsi nella ricerca di un’occupazione, prendere in esame eventuali proposte di lavoro.

I primi anni vedranno un consistente aumento dei fondi destinati ai centri per l’impiego che grazie alla nuova agenzia, ANPAL, devono essere più efficienti nel loro compito. Un altro punto su cui si sono concentrate le polemiche è il possibile “obbligo” di accettare un lavoro a qualsiasi distanza da casa, ma il testo della legge, per la precisione l’articolo 4, definisce nei dettagli tempi e modi di un’offerta di lavoro “congrua”, prevede che la distanza dal luogo di residenza di tale offerta aumenti solo col passare del tempo e elargisce comunque un’integrazione di liquidità per chi sarà costretto a grandi spostamenti. Incluso nel pacchetto è anche l’obbligo, compatibilmente con le esigenze della platea, di contribuire fino ad un massimo di otto ore settimanali alla propria comunità attraverso piani di lavoro sociale la cui organizzazione è delegata ai comuni.

Sul lato salariale invece la proposta non può essere scissa dalla previsione di un salario minimo universale che prende sempre più concretezza sia a livello europeo che italiano, l’idea di imporre una soglia minima oraria inderogabile eliminerebbe all’istante ogni aspetto remunerativo in merito al concetto di “offerta congrua” sopra accennato e le recenti modifiche che prevedono la sospensione, invece della revoca, in caso di lavori a tempo determinato estremamente ridotto, disegnano una misura più vicina a quella di un reddito di continuità che a una rendita da disoccupazione.

Ma a un anno di distanza dall’entrata in vigore del provvedimento cosa ci dicono i numeri? I dati dell’Osserviatorio su Reddito e Pensione di Cittadinanza parlano per il solo reddito di un totale di 915.600 nuclei famigliari coinvolti (più di 2 milioni di persone interessate quindi) per un importo medio di 531 euro circa. Siamo ben lontani dai 4 milioni di aventi diritto di cui parlavano i titoloni catastrofici del 2018 così come siamo ben lontani dall’assistenzialismo puro. Se infatti l’ANPAL ha faticato ad innescare la marcia giusta sono già più di quarantamila gli italiani che hanno trovato lavoro grazie ai meccanismi del reddito. Nonostante possa sembrare un numero esiguo bisogna considerare che quella che viviamo non è che una fase di rodaggio e che, ad ogni modo, si tratta per la metà di giovani, ancora una volta residenti al sud.

Adesso siamo finalmente all’ultima fase, quella in cui i comuni hanno il compito di impostare progetti di pubblica utilità (PUC) per impegnare i percettori del RDC nelle otto ore a settimana che sono tenuti a mettere a disposizione della comunità. È una riserva di manodopera fondamentale per rinvigorire l’offerta comunale messa in ginocchio dai vincoli di bilancio sempre più stringenti, è un modo per fare comunità e far si che il disoccupato non sia anche isolato dalla vita pubblica e dalle reti sociali del proprio territorio. Con questo ultimo tassello abbiamo davanti lo schema completo delle politiche attive del lavoro dei governi Conte:

REDDITO DI CITTADINANZA + FORMAZIONE/RICERCA LAVORO + PUC – per un massimo di 18 mesi rinnovabili o fino ad assunzione (tenendo conto del concetto di “offerta congrua” o del salario minimo)

Ne emerge un’idea di cittadino e di mercato del lavoro che per il nostro paese è nuova e del resto lo stesso Tridico non ha evitato di dichiarare il suo punto di vista quando ha affermato che il “cambiamento arriva quando iniziamo a mettere la giacca al povero”. Un cambiamento non salutato da tutti allo stesso modo. Infatti il 2019 si è distinto prima per le previsioni apocalittiche circa l’eventuale insostenibilità della spesa, poi per le denunce sui beneficiari “immeritevoli”, come ex terroristi o ex delinquenti, e infine con una paradossale lista infinita di imprenditori disperati perché dopo il RDC non riuscivano più ad assumere. Al netto di tutte queste critiche, e anche al netto di quelle meglio articolate, di quelle che ne parlano come una “legge di bandiera” del m5s, o di quelle che temono la fine dell’impostazione lavorista del paese, abbiamo l’obbligo morale di guarde al RDC con onestà intellettuale e dobbiamo ammettere che, anche grazie ai miglioramenti successivi, nella sua ultima formulazione esso rappresenta un deciso sforzo di emancipare le fasce più fragili della popolazione dal ricatto del bisogno e della disoccupazione.

A chi obietta che fra i beneficiari vi siano ex mafiosi e terroristi andrebbe chiesto quali diritti dovrebbe garantire il nostro paese a chi ha pagato per gli sbagli commessi (a vedere poi i pulpiti indignati di questi critici ci si pone qualche sincera domanda sull’autenticità del loro recentissimo spirito garantista). A chi invece si sbraccia indicando lo spacciatore o il lavoratore a nero che percepiscono il reddito si può far notare che laddove lo stato non è arrivato con la polizia, l’ispettorato del lavoro, o con l’assistenza sociale è arrivato con un allargamento dei diritti, e questo vale anche come stimolo per la foga delatoria di chi fino a poco prima non si accorgeva che il proprio vicino di casa faceva il pusher o lavorava a nero. Infine, il gruppo più nutrito e agguerrito di detrattori, i sedicenti imprenditori che non trovano più “gente che vuole lavorare”, un insieme eterogeneo ma compatto che va dallo schiavista del latifondo meridionale alla parrucchiera di vigevano, passando per i lottizzatori del litorale adriatico. A dire il vero le loro proteste vengono puntualmente smentite dall’ex dipendente di turno che denuncia le condizioni di lavoro, e così scopriamo che in Italia c’ chi formula proposte di assunzione con finti stage o salari da duecento euro a settimana, purtroppo le smentite non hanno mai la stessa risonanza della notizia iniziale.

Questi improbabili datori di lavoro frustrati sono gli stessi che hanno salutato con entusiasmo il Job’s Act, che finalmente gli permetteva di avere dei dipendenti più mansueti, paralizzati dalla prospettiva del precariato a vita; Finalmente la classe manageriale e piccolo-padronale italiana poteva coronare il sogno provinciale di essere liberale a cena e liberista a lavoro. Questi continueranno a criticare il RDC e qualsiasi riforma anche solo minimamente progressista perché non c’è cosa che gli dia più fastidio di avere un dipendente che sia anche un cittadino, uno con la schiena dritta, consapevole di avere dei diritti, o anche solo un’alternativa. A questi andrebbe chiesto qual è l’idea di lavoro alla base del loro sentimento politico e sopratutto qual è la loro idea di “offerta congrua” nel 2020 in Italia.

Il Reddito di cittadinanza è controverso ed è destinato a rimanere tale per un bel po’ di anni, ma vuole essere senza dubbio una misura di contrasto alla povertà, alla subalternità e all’esclusione sociale. Più di tutto il RDC vuole essere un allargamento sostanziale dei diritti e ogni volta che si estendono i diritti di impongono nuove responsabilità al cittadino e domande più problematiche al paese.

Quando si parla di lavoro si citano spesso alcuni articoli della costituzione, nell’ultimo giro di giostra l’Italia si è finalmente concentrata sul primo comma dell’articolo 36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. A Pasquale Tridico, ai governi Conte, e al Movimento Cinque Stelle va riconosciuto questo merito.


Una casa comune: il pianeta
Grazia Francescato

Due volte grazie, innanzitutto. Il primo per la scelta del tema, che sta molto a cuore ad un’antica ambientalista come me, sulla breccia dal secolo scorso, anzi dal millennio scorso!! Il secondo grazie è per la scelta del luogo, che volutamente rimanda alle mitiche Frattocchie, da me frequentate in giovane età, negli anni Settanta, quando militavo sia nel PCI che nel movimento femminista d’antan. All’epoca si chiamava ‘doppia militanza’, nel mio caso tripla, perché facevo anche parte del movimento ambientalista ed antinucleare, allora agli albori. In tempi come i nostri, in cui la memoria storica è in estinzione più del panda, è molto importante questo recupero che non è nostalgia, ma volontà di seguire ancora una volta le profetiche indicazioni di Gramsci, di ritrovare il gusto dello studio e della conoscenza, dei saperi.

Per iniziare riprendo pari pari il mio esordio al convegno organizzato da Stefano Fassina nel settembre 2017 in Campidoglio, in cui facevo notare che il cambiamento climatico non è una spada di Damocle che pende sul nostro futuro, ma è qui, adesso, è già il nostro presente. Il fattore ‘t’ – il tempo – è dunque cruciale. Il caos climatico non è un fenomeno emergenziale, è la nuova normalità. Ce lo confermano non solo gli scienziati dell’IPCC e di tante altre istituzioni scientifiche, ma gli eventi estremi che si susseguono: onde di calore che si alternano a bombe d’acqua, siccità prolungate ed uragani devastanti, i 73 mila incendi in Amazzonia e il ghiacciaio ‘defunto’ di cui è stato celebrato il ‘funerale’ in Islanda… e mi fermo nell’elenco, perché prenderebbe volumi.

Ma non basta capire questo. Occorre trovare la via d’uscita alla crisi, e con urgenza. Mi occupo della questione ambientale da decenni e so che è stata a lungo considerata marginale, o addirittura inesistente, dalla classe politica (sinistra inclusa, ahinoi). Quando noi ambientalisti e Verdi lanciavamo i nostri ripetuti allarmi ci chiamavano ‘Cassandre’ o catastrofisti, quando indicavamo il rimedio – ovvero la conversione ecologica dell’economia e della società, a cominciare dal radicale mutamento del sistema energetico (uscita dai combustibili fossili responsabili dell’emissione di gas serra e promozione di energie rinnovabili/efficienza energetica) – ci etichettavano come utopisti. Ora, sia pure con enorme e colpevole ritardo, si comincia ad accettare il fatto che il cambiamento climatico non è un problema ambientale, ma una questione geopolitica di primaria grandezza che chiama in causa la nostra capacità di rispondere alla sfida della complessità e di farlo con urgenza.

Non bisogna cadere nel catastrofismo, perché il cambio climatico innesca sicuramente una grave e mai prima sperimentata crisi planetaria, ma apre anche una straordinaria ‘finestra di opportunità’ (non a caso l’ideogramma cinese di ‘crisi’ racchiude anche il ‘segno’ delle ‘opportunità’). Il termine conversione ecologica fu coniato nei primi anni Novanta da Alex Langer, l’esponente del movimento Verde europeo che ha volato più alto, voce davvero profetica purtroppo inascoltata. Oggi si traduce, come noi ambientalisti abbiamo ripetuto per decenni fino all’esaurimento, in un nuovo modo di produrre e di consumare, in nuovi stili di vita all’insegna di un’autentica sostenibilita (concetto che rischia di diventare un mantra, ripetuto ad oltranza e raramente tradotto in policies concrete) e della cura della casa comune, come ci ricorda Papa Francesco nella sua provvidenziale enciclica Laudato si’.

La conversione ecologica non è la Green Economy tanto strombazzata in questi decenni da chi, volendo salvare capra e cavoli , tentava di mettere d’accordo gli interessi del capitalismo e quelli della Terra. Per decenni ci si è illusi che si potesse realizzare insieme un aumento del PIL diminuendo il consumo di risorse naturali.

A far piazza pulita dell’idea di ‘disaccoppiamento tra crescita e ambiente’, sostenuta anche dalle forze cosiddette progressiste e da una parte dell’ambientalismo occidentale, ci ha pensato (oltre alla critica di ecologisti più radicali) un rapporto dello scorso 8 luglio – un’analisi scientifica intitolata Decoupling Debunked, ‘Sfatare il disaccoppiamento’ – dello European Environmental Bureau. L’EBB è una rete di 143 organizzazioni e un team di ricercatori di 30 paesi. In sintesi, l’EEB dimostra che la strategia basata sull’aumento dell’efficienza nell’uso delle risorse non funziona, ma deve essere integrata dalla ‘sufficienza’: ovvero occorre rispolverare il concetto chiave di limite, perché non si può avere una crescita illimitata su un pianeta che ha risorse limitate.

La prova del nove? Ogni anno l’overshoot day, il giorno in cui consumiamo prima del tempo le risorse che Madre Terra è in grado di rigenerare cade sempre più in anticipo, quest’anno il primo agosto. Questo deficit ecologico si traduce inevitabilmente in una impennata della disuguaglianza, ormai a livelli inaccettabili, in migrazioni ambientali forzate (250 milioni previsti entro il 2050), in mancata coesione sociale, in continui conflitti. Insomma, la giustizia ambientale ed ecologica è la strada maestra per perseguire la diminuzione delle disuguaglianze, la giustizia sociale e la tenuta stessa delle nostre istituzioni democratiche, sempre più a rischio.

Eppure la Sinistra non ha capito queste connessioni, non ha capito neppure che il matrimonio obbligato tra economia ed ecologia si potrebbe tradurre in milioni di nuovi posti di lavoro nell’ambito delle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica, nell’agricoltura biologica e di qualità, nella mobilità sostenibile, nella cura del territorio, nella riqualificazione dei centri urbani e delle periferie, per garantire

il benessere degli animali, per tutelare la qualità complessiva della vita. Non ha capito che ricucire la tela lacerata degli ecosistemi naturali va di pari passo con l’urgenza di tessere la tela lacerata degli ecosistemi sociali, ricostruire il senso di comunità e di appartenenza, promuovere un salto di qualità della coscienza collettiva senza il quale non solo il collasso economico e sociale, ma il declino culturale, etico e spirituale sarà inevitabile.

Ma perché la Sinistra tarda tanto a capirlo? Dopo decenni di militanza nei Verdi ma anche a Sinistra (sono stata per 4 anni nell’esecutivo di SEL), azzardo un’ipotesi: la sinistra è sostanzialmente un’utopia antropocentrica, che mette al centro l’uomo (possibilmente maschio) e considera la natura un fondale davanti al quale si svolgono le vicende umane o un supermarket dove prendere le risorse. Noi ambientalisti abbiamo come stella polare un sogno biocentrico, che mette al centro la vita nella sua complessità e biodiversità: dunque umani, animali, piante, ecosistemi. Tutti gli inquilini di Madre Terra, nostra casa comune. Sacra. È tra queste due costellazioni che dobbiamo ritessere connessioni, se vogliamo costruire un progetto per la polis che riguardi l’intera comunità dei viventi su un pianeta vivente. Insomma, se vogliamo davvero tornare a fare buona politica.


Un green new deal oltre la “crescita verde”
Riccardo Mastini

Nel 2018 un nuovo approccio alla conversione ecologica è stato articolato negli Stati Uniti da un’alleanza fra movimenti ecologisti e socialisti. Si tratta del Green New Deal. Ora questo discorso sta facendo breccia anche in molti partiti progressisti in Europa: a partire dal Labour Party nel Regno Unito fino a Podemos in Spagna e a La France Insoumise in Francia, passando per DiEM25 che l’ha proposto come un progetto pan-europeo.

Il Green New Deal esprime un netto rifiuto dell’approccio neoliberista nel fronteggiare la crisi ecologica e postula che quest’ultima è il risultato della deregolamentazione del mercato negli ultimi 30 anni. Ne consegue che l’aspirazione neoliberista di lasciar briglia sciolta al mercato si è rivelata distruttiva sia per il tessuto sociale che per l’ambiente naturale. Politicizzare l’emergenza climatica è quindi il primo passo per cominciare a prenderla sul serio.

Nel discorso del Green New Deal l’enfasi viene posta sulla necessità dell’intervento pubblico per la trasformazione delle infrastrutture energetiche e dei trasporti; per l’efficentamento e la decarbonizzazione di tutti i settori economici; e per aiutare i lavoratori a navigare questa transizione attraverso programmi di formazione e riqualificazione. Insomma, di uno “Stato imprenditore”. Ma i socialisti democratici d’oltreoceano affermano anche che il Green New Deal debba prevedere un’espansione del welfare per assicurare protezione sociale ed accesso ai servizi essenziali a tutti i cittadini in un tempo di profonda trasformazione economica e di più frequenti disastri ambientali.

Il primo e più importante passo per ridurre le emissioni di gas serra è la decarbonizzazione del sistema energetico, cioè far funzionare la società interamente con energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili.

Questa transizione energetica implica investimenti costosi e non remunerativi nel breve periodo. Ciò presenta un problema per le aziende energetiche private che dovendo rispondere principalmente ai propri azionisti hanno la necessità di assicurare profitti trimestrali elevati e s’impegnano nella decarbonizzazione solo se ciò non incide negativamente sui profitti. Alla luce di tale considerazione, il Green New Deal postula la necessità di socializzare il settore energetico.

Guardando all’Italia, la situazione attuale è quella di una rete elettrica in regime privatistico. È quindi necessario creare un polo pubblico dell’energia rinazionalizzando ENEL. Inoltre, la quotazione in borsa e la conseguente trasformazione delle municipalizzate in società a scopo di lucro ha di fatto privato i comuni di uno straordinario strumento di intervento per la conversione ecologica. Nel contesto della crisi climatica, servono urgenti misure per affiancare ai piani regolatori autentici piani energetici territoriali. Una spinta verso le rinnovabili e l’efficienza dovrebbe essere la missione delle municipalizzate: diventerebbero così il cuore di una politica industriale locale, per buona occupazione e per tariffe sociali calmierate. È anche importante porre le municipalizzate in collaborazione con cooperative locali di autoproduzione di rinnovabili, favorendo così la condivisione delle eccedenze.

Volgendo invece lo sguardo al mondo del lavoro, vediamo che storicamente la necessità di preservare l’impiego è stata contrapposta all’appello a fermare le industrie inquinanti. Eppure la portata della sfida a cui andiamo incontro invita a superare i divari tra l’attivismo ecologista e quello sindacale. Anche perché, a ben guardare, si tratta di un paradosso visto che i dati ci rivelano che un euro investito nella conversione ecologica produce molti più posti di lavoro dei tanti euro con cui continuiamo a foraggiare le industrie inquinanti. I cosiddetti “lavori verdi”, ossia quelli focalizzati sull’installazione e manutenzione delle infrastrutture energetiche e dei trasporti, ma anche sulla produzione agroecologica di piccola scala, presentano un vantaggio: non possono essere delocalizzati.

Ma oltre alla creazione di posti di lavoro nel settore privato, c’è bisogno anche che lo Stato crei nuovi posti di lavoro fuori da una logica di mercato in quei settori a potenziale alta intensità di lavoro e destinati a ridurre l’inquinamento e i consumi privati superflui. Ciò grazie all’istituzione di un programma di “lavoro di cittadinanza” focalizzato invece che sulla produzione industriale, sulla riproduzione sociale ed ecologica: quindi messa in sicurezza del territorio, ripristino degli ecosistemi degradati, potenziamento del sistema di riciclo dei rifiuti, ma anche rivitalizzazione delle aree interne del paese per invertire il processo di spopolamento.

Oltre al modo in cui produciamo, il Green New Deal solleva la questione di come trasformare i nostri consumi. E per forgiare un vero discorso di “ecologia popolare” dobbiamo assicurarci che la giustizia sociale sia al centro della transizione. Se così non fosse, ciò che è successo con i gilets jaunes in Francia sarebbe solo il trailer di un film destinato a riproporsi in tutta Europa. A fine 2018 Macron si è trovato nella situazione di dover scegliere a chi far pagare l’inizio di una transizione energetica non più procrastinabile e ha scelto gli strati più bassi della scala sociale. Chiaramente la risposta è stata che se la transizione deve essere pagata da chi è già impoverito allora essa verrà osteggiata. Il punto politico espresso dai gilets jaunes non potrebbe essere più chiaro: vi è un rapporto diretto fra censo e livelli di emissioni personali e quindi di responsabilità per la crisi. Al contempo vi è invece un rapporto inverso fra ricchezza personale e vulnerabilità ai disastri ambientali. Ne consegue che chi ha generato tale crisi debba sobbarcarsene i costi e che i più vulnerabili ricevano aiuto nel navigare questa transizione.

Le ecotasse devono quindi essere approcciate con intelligenza. Tale forma di tassazione è infatti generalmente regressiva in quanto viene imposta sui consumi. Quindi è fondamentale accompagnare l’aumento dell’onere fiscale ecologico con una maggiore progressività dell’onere fiscale generale. Nel caso dei gilets jaunes, ad esempio, sebbene la miccia che ha innescato questo movimento sia stata una nuova tassa sui carburanti, il combustibile che la tiene viva è il risentimento verso “il Presidente dei ricchi” che ha diminuito l’imposta di solidarietà sulla ricchezza. Ma ancora più importante è la modulazione delle nostre politiche pubbliche: se vogliamo disincentivare certi tipi di consumo, dobbiamo innanzitutto offrire alternative sostenibili. Nel caso di nuove accise sui carburanti, dobbiamo prima estendere la rete dei trasporti pubblici e renderli gratuiti così da non penalizzare chi abita fuori dai grandi centri urbani e sovvenzionare modelli di consumo collettivi.

Il principio di gratuità si può applicare poi anche ad altri consumi essenziali, come ad esempio elettricità ed acqua. Ciò si può fare adottando una nuova struttura tariffaria a blocchi crescenti che garantisca a tutti un certo quantitativo di consumi come diritto. Tale tariffazione riconoscerebbe la componente essenziale della prima unità e invece l’elemento di scelta delle unità successive. Ciò indurrebbe a ridurre i consumi in un modo socialmente equo. Questa struttura tariffaria rispecchierebbe il criterio della progressività con cui tassiamo il reddito attraverso aliquote differenziate.

Un altro pilastro del neoliberismo che un discorso di ecologia popolare deve smantellare è quello del commercio internazionale. Infatti le emissioni climalteranti dal trasporto internazionale crescono ad una velocità tre volte superiore a quelle degli altri settori. Risulta chiara quindi la necessità di ridurre il volume fisico degli scambi internazionali e favorire filiere di produzione e distribuzione corte. Deve essere conveniente movimentare per grandi distanze solo le merci ad alto valore aggiunto (come ad esempio prodotti tipici e meccanica ed elettronica di precisione). Inoltre la riduzione del commercio internazionale costringerebbe i paesi OCSE a prendere responsabilità per la loro impronta di carbonio visto che un quantitativo ingente delle emissioni generate dai nostri consumi sono esternalizzate ai paesi del Sud globale dove la produzione ha luogo. Ci troviamo quindi davanti al paradosso che le emissioni generate in Italia si riducono mentre l’impronta di carbonio media di un cittadino italiano continua a crescere.

Tale ragionamento vale anche per la produzione agricola. Infatti come i recenti incendi in Amazzonia hanno reso evidente, l’accordo commerciale fra l’Unione Europea e i paesi del Mercosur per importare ancora più carne bovina e soia favorirebbe solo ulteriore deforestazione in Brasile. La domanda che però può sorgere spontanea è se la rilocalizzazione della produzione della carne che consumiamo in Europa possa sì alleggerire la pressione ecologica in Amazzonia ma con il risultato di trasferirla sul nostro continente. Mi pare che la domanda sia fuorviante. Sappiamo che l’Italia consuma quasi 4 volte tanto la sua “biocapacità”: sarebbe fisicamente impossibile soddisfare l’attuale livello di consumo di risorse naturali del nostro paese se non stessimo già depredando il Sud del mondo. La depredazione ecologica è una forma di neocolonialismo e come ultima conseguenza è destinata ad esacerbare i conflitti per il controllo delle risorse e ad intensificare il numero dei rifugiati climatici.

Queste profonde trasformazioni socio-economiche devono essere intraprese con urgenza. Il sistema climatico è ormai sul punto del collasso ed è impellente che si agisca subito per limitare il riscaldamento globale a non più di 1,5 gradi Celsius. Per fare ciò dobbiamo a livello globale dimezzare le emissioni nei prossimi 12 anni e ridurle a zero entro il 2040. Una tabella di marcia già serrata, ma che lo sarebbe ancora di più per i paesi OCSE se si prendesse in considerazione il debito climatico che abbiamo accumulato verso il resto del mondo negli ultimi due secoli e se assumessimo la responsabilità per le emissioni che esternalizziamo ad altri paesi. Il climatologo britannico Kevin Anderson ha calcolato che i paesi OCSE dovrebbero quindi ridurre le proprie emissioni del 12% per anno. Alla luce di tali considerazioni risulta perciò evidente che i veri negazionisti di oggi sono quelli che predicano una transizione graduale.

Quando parliamo di decarbonizzare la nostra economia non dobbiamo trascurare un aspetto fondamentale: meno energia una società utilizza, più facile è completare la transizione. Infatti, sebbene negli ultimi anni il tasso di installazione di impianti rinnovabili sia cresciuto, il loro contributo alla decarbonizzazione del sistema energetico è rimasto limitato in quanto consumiamo sempre più energia. Decarbonizzare la nostra società significa molto di più che investire in energie rinnovabili. Significa innanzitutto diminuire il consumo di combustibili fossili e ciò risulta fattibile solo se riduciamo al contempo l’uso aggregato di energia.

Se poi allarghiamo lo sguardo e prendiamo in considerazione anche altri aspetti della crisi ecologica oltre alla dimensione climatica — l’estinzione di massa di specie animali, la cementificazione del territorio, l’esaurimento delle falde acquifere, l’inquinamento dell’aria e dei fiumi, etc. — risulta evidente che affinché il discorso del Green New Deal possa rappresentare una risposta adeguata allora è necessario che metta in discussione il nostro modello di sviluppo produttivista. Sebbene nessuno dei programmi di Green New Deal proposti finora indichino lo stimolo della crescita economica come uno degli obbiettivi, tutti strizzano l’occhio alla cosiddetta “crescita verde”.

Tuttavia vi è nella comunità scientifica un consenso sempre più ampio sulla scarsità di prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali in misura anche solo vicina a ciò che servirebbe per affrontare il collasso ecologico. Ma ancora più importante, sembra improbabile che tale disaccoppiamento si verifichi in futuro. Non è che gli aumenti dell’efficienza e lo sviluppo di nuove tecnologie non siano necessari, ma è irrealistico aspettarsi che possano scollegare in modo assoluto, globale, e permanente dalla sua base biofisica un metabolismo economico in costante crescita. Basarsi soltanto su questo per risolvere i problemi ambientali è estremamente rischioso e irresponsabile.

Quindi mentre il “capitalismo verde” pensa di poter affrontare solo con cambiamenti tecnologici la crisi ecologica, i movimenti progressisti devono affermare con forza che la vera sfida è la riduzione dei consumi aggregati accompagnata da una ridistribuzione dei consumi fra classi sociali. Dobbiamo riorganizzare il modo in cui produciamo e consumiamo così da permettere a tutti di vivere dignitosamente utilizzando poche risorse, producendo pochi rifiuti, e garantendo l’inclusione lavorativa. Solo così il Green New Deal può diventare un autentico programma di emancipazione sociale e di giustizia ambientale, sia all’interno della nostra società che fra popoli.

Alcune politiche per una trasformazione socio-ecologica verso un modello post-crescita sono in sintonia con le istanze storiche della sinistra: ridistribuzione del lavoro, ridistribuzione della ricchezza, e demercificazione dei servizi essenziali. Tali politiche potrebbero offrire ai cittadini inclusione sociale ed una vita dignitosa senza dipendere da una continua crescita del PIL. Una crescita che promette la sopravvivenza fino alla fine del mese ma che ci condanna all’estinzione entro la fine del secolo. Come ci ricorda lo slogan dei gilets jaunes: “fine del mese, fine del mondo, stessa lotta.” È necessario mettersi al lavoro dunque per costruire un’economia ecologica e solidale in cui viene data priorità alla stabilizzazione climatica, alla rigenerazione degli ecosistemi, e alla giustizia sociale per un’umanità capace di fiorire entro i limiti del pianeta.


Immigrazione: uscire dalla logica emergenziale
Goffredo Buccini

La fine (almeno per ora) della stagione di Matteo Salvini al Viminale pone più che mai la questione migranti al centro dell’analisi della sinistra italiana, sia che essa si muova in una prospettiva riformista, sia che si orienti verso un orizzonte più radicale. È questa la sfida dei prossimi anni, assieme al tentativo di dare sollievo agli italiani impoveriti dalla prima fase della globalizzazione.

Sulle risposte alla paura e alla povertà (due parole colpevolmente espunte dal vocabolario della sinistra negli anni più recenti) si gioca il consenso nelle nostre democrazie. Per 14 mesi il ‘salvinismo’ al governo ha gestito la vicenda delle migrazioni come una forza estremistica di opposizione, lungi dal risolvere i problemi, anzi, con la tendenza a enfatizzarli: quasi a dire agli italiani che quei problemi fossero risolvibili solo in una prospettiva di “pieni poteri”, fuori dai pesi e contrappesi democratici. In tale ottica di esasperazione, anziché di soluzione del problema, sembrano collocarsi i due decreti sicurezza poi convertiti in legge: due nodi con cui confrontarsi nei prossimi mesi.

Soprattutto il primo, dell’ottobre 2018, pare finisca per aggravare la questione degli stranieri irregolari, stimati in 600˙000 unità sul nostro territorio da numerosi fonti autorevoli e indipendenti (Ispi, Ismu, Commissione periferie). La soppressione della protezione umanitaria ha avuto come veloce effetto l’espulsione dai centri di accoglienza di un numero crescente di migranti e il diniego di protezione per un numero crescente di richiedenti. A fronte di questa svolta non c’è stato alcun aumento dei rimpatri, che anzi sono diminuiti. Il combinato disposto dei due fattori porta l’Ispi a proiettare una cifra di 730˙000 stranieri irregolari sul nostro territorio entro due anni, con un aumento di 130˙000 unità. La presenza degli irregolari in Italia non è solo un dato statistico. È una realtà ravvisabile dagli italiani nelle stazioni, nei giardini pubblici, nelle pieghe interstiziali delle nostre periferie, in quei “luoghi di transito” dove, secondo Michel Agier, due flussi di umanità, noi e loro, passano con esigenze e vissuti così diversi da non interagire, quasi in due diverse dimensioni spazio-temporali. È un dato di disagio profondo nella vita delle periferie. Quelle stesse periferie che hanno votato per Salvini nel 2018 e a maggio 2019.

L’incapacità del ministro degli interni lo ha condotto al varo del decreto sicurezza 2. Il legame tra i due decreti sta proprio nella consapevolezza di Salvini di non sapere rispondere alla domanda di sicurezza del suo stesso elettorato. E dunque in un bisogno di diversivo. Il secondo decreto affila la vera arma di distrazione di massa dell’ex ministro: la guerra alle Ong. Che sia stato uno specchietto per le allodole – questo tenere in mare per settimane piccoli gruppi di 40-50 profughi sotto l’occhio delle tv, riducendo a ciò la questione migratoria ed enfatizzando dunque il ruolo del difensore dei confini nazionali – bastano due dati a dirlo. La percentuale di irregolari entrati via mare non supera secondo l’Ispi il 13%. La massa sono gli overstaying visa e i titolari di permessi turistici che restano qui. Non solo. L’80% degli immigrati (fonte Viminale, agosto) che arriva via mare approda non sulle navi Ong ma con i cosiddetti “sbarchi fantasma”, barchini autonomi che fantasma non sono perché sono visibilissimi anche se non contrastati in alcun modo dal ministero degli Interni. Dunque, stiamo parlando di un bluff sulla pelle di profughi.

La questione migratoria non sta a mare (da alcuni anni) ma sulla terraferma. Però c’è. E va affrontata in modo strutturale e non emergenziale, poiché non è un’emergenza. Vi racconto due storie esemplari, finite in modo diverso.

Una la conoscete: Innocent Oseghale, che è stato una delle molle più potenti nel successo dell’estrema destra alle elezioni del marzo 2018. Non doveva stare dove stava. Spacciando, aveva violato il contratto d’accoglienza. Doveva stare in carcere o tornare in Nigeria. Era scomparso dai radar e continuava a spacciare finché non ha incontrato Pamela Mastropietro. Ciò che ha fatto ha spostato il voto in maniera tale che la Lega ha scavalcato Forza Italia (i sondaggi sino ad allora li davano a parti invertite). La seconda storia è quella di Amir, tunisino, 5 mesi nel Cie di Ponte Galeria, poi buttato fuori con foglio di via (“vattene entro 7 giorni”). Lui rimane un giorno e mezzo seduto sul marciapiede del Cie non sapendo dove andare e cosa fare, finché una psicologa del centro non lo riconosce e lo porta in una comunità tenuta da un prete sulla Prenestina, don Vittorio Bernardi, un prete che strappa letteralmente dalla strada i migranti sbandati. Sarebbe diventato uno come Oseghale, altrimenti. La domanda di quanti potenziali Oseghale produce il nostro sistema dobbiamo porcela.

Paolo Beni, Pd, nella relazione conclusiva della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza muove critiche durissime a un «sistema fallimentare aperto a business speculazione e incompetenza». Possibile sia necessaria una sanatoria, per strappare parte dei 600˙000 irregolari al circuito della clandestinità, come sostiene Matteo Villa dell’Ispi. Di sicuro serve un ritorno agli Sprar. Serve aprire, attraverso vie legali di immigrazione, se vogliamo battere l’immigrazione illegale. In Italia si entra solo per ricongiungimento familiare o per richiesta di asilo. Dal 2011 un decreto flussi non prevede ingressi per motivi di lavoro subordinato non stagionale. Questi ingressi erano il 56% nel 2007, sono il 5% nel 2016. Così ci danneggiamo: avremo 2˙200˙000 abitanti in meno nel 2050. Nel 2035 il numero di persone in età lavorativa diminuirà del 14% senza migrazioni, del 10% con migrazioni.

Tutto il teorema va rovesciato in una logica non emergenziale ma strutturale, senza dimenticare mai la lezione fondamentale di questi mesi che hanno portato all’ascesa dei sovranisti ovunque in Occidente e segnatamente in Italia. Le paure e la povertà non sono un’invenzione di Trump o di Salvini, sono figlie della crisi di transizione che viviamo in questa prima stagione globalizzata. Se una sinistra di governo, laica e razionale, non sarà capace di trovarvi risposte, il sovranismo la spunterà, pur non essendo in grado di rispondere né alle paure né alla povertà che ha evocato per vincere.


Perché l’accoglienza esige l’etica prima della politica
Antonio Rinaldi

La questione cruciale dell’accoglienza deve essere affrontata distinguendo due prospettive differenti, che chiamano in causa altrettanti domini della filosofia pratica, l’etica e la politica. L’etica, in questo particolare caso, precede la politica e proveremo a spiegarne il motivo. Tutte le operazioni che riguardano la ricerca, l’avvistamento e il salvataggio dei naufraghi sono azioni che hanno una valenza etica, mentre l’accoglienza vera e propria, il ricollocamento e la messa in atto di tutte quelle misure che dovrebbero favorire l’inserimento dei rifugiati nel nuovo contesto sono azioni politiche.

Il governo socialfascista Conte I ha strumentalmente confuso le due prospettive, con il risultato di politicizzare il salvataggio quando è del tutto evidente che salvare o no implica una scelta di ordine morale, ovvero aderire, o no, alla legge morale di Immanuel Kant: è morale soltanto chi agisce come se la massima che dirige la propria azione potesse diventare norma universale, valida per tutti, in ogni circostanza. La massima dell’egoismo, secondo la quale nessuno è tenuto ad aiutare un altro in difficoltà, non potrebbe diventare legge morale: se ciascuno pensa solo a se stesso infrange la legge morale e la naturale sociabilità dell’essere umano. Com’è possibile, infatti, costruire una comunità se ognuna coltiva il proprio particulare? I conflitti reali e potenziali fra Stati e governi sedicenti sovranisti ne sono la riprova.

D’altronde, sempre Kant sostiene che il secondo principio della legge morale comanda di considerare l’uomo e l’umanità come fine delle azioni e mai come semplice mezzo. I profughi che sono tenuti in scacco a poche miglia dalle coste italiane diventano strumenti da utilizzare per una trattativa politica che dovrebbe difendere l’interesse degli italiani.

Se poi prendiamo l’idea di giustizia di John Rawls, fondata sul principio del maximin, che prescrive di rendere il più possibile migliore la condizione di chi sta peggio, ci accorgiamo della scandalosa immoralità dell’azione del precedente governo in tema di migrazioni. L’azione ostile che si riassume nell’espressione “porti chiusi” è ingiusta e capace di produrre discriminazioni e conflittualità. Si pensi, poi, alla metafora filosofica del velo di ignoranza di Rawls, ovvero a quella condizione originaria in cui gli esseri umani, che decidono di costituirsi in società civile, contraggono un patto di unione a prescindere dalla propria condizione socioeconomica; in quella condizione di ignoranza, dovendosi accordare sui criteri di giustizia da attuare, sceglieranno quei principi che hanno come fine quello di tutelare i più deboli.

Nell’ambito politico, il precedente governo italiano era pienamente legittimato a chiedere agli altri Paesi europei aiuto e collaborazione. In una prospettiva esclusivamente politica sono almeno tre gli obiettivi che si dovrebbero perseguire. Innanzitutto, ricostituire una missione comune europea sul modello Eunavformed Sophia (2016-2018: 45˙000 migranti sottratti alla morte), per contrastare il traffico di esseri umani e salvare vite. Ricostruire una nuova forza aero-navale europea è fondamentale, dal momento che è stato ribadito da Unhcr e Commissione europea che la Libia non è un porto sicuro. Una missione europea di presidio della zona SAR del Mediterraneo centrale renderebbe superflua l’attività delle Ong, che, pur svolgendo un’attività meritoria, dovrebbero lasciare agli Stati europei il compito di assumersi una responsabilità così gravosa e che richiede la massima efficacia e sicurezza nei soccorsi.

Un secondo obiettivo politico che deve essere perseguito è la revisione del Trattato di Dublino, la cui prima firma risale al giugno del 1990 (entrato successivamente in vigore in Italia nel 2003 come Regolamento di Dublino 2, all’epoca del governo Berlusconi), che stabilisce quali sono gli Stati competenti ad attribuire lo status di rifugiato oppure a esaminare la domanda di asilo, secondo la Convenzione di Ginevra. Il primo motivo per cui è necessaria la sua revisione va ricondotto alla posizione geografica dell’Italia, che in quanto paese confinante è maggiormente esposta al flusso migratorio e rischia di non essere in grado di gestire la quantità di arrivi e di domande. Non è superfluo ricordare che nel precedente Parlamento europeo si era creata una Commissione ad hoc per la revisione del Regolamento di Dublino, a cui i più accaniti anti immigrazionisti, fra cui Salvini, non hanno mai partecipato, a conferma del fatto che non c’era alcuna intenzione di affrontare il problema in maniera seria e fattiva.

Come terzo obiettivo politico, per combattere realmente il traffico di esseri umani, bisogna intensificare i corridoi umanitari, che sono garanzia di un’accoglienza razionale e ordinata, che ha visto la partecipazione di enti e associazioni in grado di garantire un sostegno giuridico, scolastico e lavorativo alle persone che arrivano in Italia. L’elemento qualificante dei corridoi è anche rappresentato dal fatto che le persone che beneficeranno del corridoio vengono scelte nei luoghi di origine dalle Associazioni che in seguito si occuperanno del loro inserimento. Questa pratica che al momento ha permesso di accogliere circa 2.500 persone negli ultimi tre anni deve estendersi a livello europeo, per superare la logica dell’emergenza e per offrire un progetto di vita a chi arriva, come scriveva Emanuela Del Re, vice Ministra per gli Affari Esteri del governo precedente.

In conclusione, per quello che riguarda l’ospitalità, l’etica precede la politica perché l’etica è il luogo in cui si fonda la relazione umana, l’abitare umano nel mondo, mentre la politica disciplina, organizza, regola i modi di questo abitare. Troppo spesso in questi tempi difficili la politica ha prevaricato l’etica, con la conseguenza che le ragioni di Stato e di parte hanno prevalso sul rispetto e la difesa della vita umana, che è il valore sul quale l’Occidente ha edificato il suo modello di civiltà.


Una ragionevole proposta di gestione delle migrazioni
Stefano Allievi

L’Europa rischia di crollare sotto il peso delle sue contraddizioni a proposito di migrazioni. È il caso di reagire affermando pochi ma decisivi concetti, che possono diventare da subito altrettante proposte praticabili e operative (meglio illustrate nel mio Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, 2018). A partire dagli anni ‘70, tutti i paesi europei hanno progressivamente chiuso gli accessi regolari agli immigrati. Lo shock petrolifero, la crisi economica, il crescere di pezzi di opinione pubblica e partiti anti-immigrati, hanno spinto i governi a chiudere all’immigrazione regolare ma così hanno semplicemente aperto all’immigrazione irregolare. Bloccando sostanzialmente gli ingressi regolari abbiamo regalato un intero settore merceologico alle mafie transnazionali, che hanno avuto cura di incrementarlo, con procacciatori di affari sguinzagliati nei villaggi dell’Africa ad alimentare una domanda già sostenuta di per sé.

La prima cosa da fare è riaprire canali regolari di immigrazione, concordati con i paesi d’origine e selezionati in base alle esigenze del mercato del lavoro. Il continente europeo perde annualmente 3˙000˙000 di lavoratori l’anno a causa del calo. Se non c’è mano d’opera, le imprese vanno altrove: meno immigrati, paradossalmente, vorrà dire meno lavoro per gli autoctoni, non di più. Se l’immigrazione fosse regolare e gestita dagli stati, inoltre, sarebbe possibile porre dei ragionevoli vincoli. Si potrebbero ipotizzare anche dei costi a carico del richiedente e favorire una ragionevole selezione, magari stabilendo dei punteggi che incentivino alcuni. A chi vuole migrare costerebbe comunque meno sottostare a queste pratiche che affidarsi ai trafficanti, il viaggio sarebbe più sicuro e ci metterebbe un tempo enormemente inferiore. Senza viaggi irregolari gestiti dagli scafisti, si eviterebbero inoltre anche i morti nel Mediterraneo.

Una politica di apertura all’ingresso regolare sarebbe anche l’unica vera legittimazione politica per una politica della fermezza in contrasto all’immigrazione irregolare. E potrebbe essere promossa con la collaborazione dei paesi di origine e di transito dei migranti, con un riconoscimento di pari dignità tra partner. Una politica controllata e selezionata: è da quando ci sono le migrazioni irregolari che il livello di istruzione medio dei migranti è calato drammaticamente, rendendo più difficili e costose le dinamiche di integrazione; riportare le migrazioni sotto il controllo degli stati consentirebbe di ritornare a una situazione più accettabile anche per mercato del lavoro e le società europee. Inoltre, questo contrasterebbe il numero crescente di minori stranieri non accompagnati.

Tale politica sarebbe anche un segnale forte per dare la sensazione che lo Stato controlla i confini e quindi per ridurre paura, frustrazione e rabbia, sentimenti utilizzati dai partiti xenofobi e antieuropei. Attivare intese con i paesi d’origine e di transito non significa appaltare i costi e l’impopolarità dell’accoglienza dei migranti ad altri paesi in cambio di denaro, come si è fatto con la Turchia. Ma l’Europa deve trattare con una voce sola e con adeguate risorse a disposizione; Frontex deve diventare un’Agenzia europea dell’immigrazione, capace di superare gli improponibili accordi di Dublino e gestire respingimenti e salvataggi, accoglienza, integrazione e redistribuzione dei migranti.

Occorre riformulare la distinzione richiedenti asilo/migranti economici, figlia della chiusura delle frontiere. Per i rifugiati, bisogna rifarsi ai corridoi umanitari: di fronte a tragedie umanitarie non si può né pensare ad alcuna selezione né aspettare passivamente l’arrivo di chi fugge; a costo inferiore, con maggiore efficacia e giustizia sociale, possiamo andarli a prendere ed aiutarli. Per tutti gli altri migranti siamo giunti all’assurdo che sono costretti a dichiararsi richiedenti asilo anche se in maggioranza non lo sono, perché è semplicemente l’unico modo per restare in Europa. Chiediamo loro, in sostanza, di mentirci, in modo da legarci da soli le mani attivando lunghe, costose e inutili pratiche di riconoscimento.

Tanto vale riaprire canali regolari di ingresso per i migranti economici, bloccare gli arrivi irregolari attraverso accordi e consentire di attivare le pratiche di richiesta di asilo solo per coloro che ragionevolmente hanno qualche titolo per ottenerlo. Ciò eviterebbe quelle che sono percepite come forme di discriminazione nei confronti dei cittadini degli autoctoni, che non si avvantaggiano del welfare predisposto per i richiedenti asilo, e consentirebbe di ripensare progetti di inclusione che valgano per tutti i cittadini con fragilità rispetto al mercato del lavoro e alla società. Alfabetizzazione, formazione professionale e orientamento al lavoro sono diritti di tutti, parte di quello che dovrebbe essere un welfare universale. Questo garantirebbe più legalità, maggiore controllo e sicurezza.

Bisogna poi uscire dalla mentalità emergenziale, che continua a farci gestire un fenomeno strutturale con soluzioni improvvisate. Bisogna passare dall’accoglienza emergenziale all’integrazione strutturata: fatta di agenzie nazionali che indicano criteri minimi di integrazione, controllano, selezionano, valutano e respingono le strutture organismi che non lavorano all’altezza degli standard individuati. L’integrazione è fatta di apprendimento rapido e intensivo della lingua, di conoscenza della cultura del paese in cui ci si trova, formazione professionale e orientamento al lavoro: presuppone dunque delle linee guida stringenti e l’attivazione delle professionalità necessarie. Così pensata è un investimento: in pochi mesi può creare persone che si integrano nella società. Limitata all’accoglienza e a un generico diritto di permanenza, rischia di essere una spesa poco produttiva, che per giunta può produrre in misura significativa drop out e irregolari. E poi, c’è la partita dei meccanismi di inclusione reale e riconoscimento simbolico delle specificità culturali e religiose. Nella logica che abbiamo esposto, grazie al processo di selezione a monte, i migranti dovrebbero anche essere maggiormente scolarizzati e quindi facilitati nell’inserimento nelle società europee.

Europa e Africa possono contribuire a creare un nuovo ordine delle migrazioni nel reciproco interesse. L’Europa in particolare deve accorgersi di essere diventata l’America dell’Africa assumendosene le relative responsabilità. Per farlo deve superare la schizofrenia: in preda a sussulti irrazionali, da un lato, e dall’altro del tutto passiva, incapace di riflessione e azione. I flussi migratori, in buona misura, sono regolabili e canalizzabili. Sta a noi decidere se lasciarli all’anarchia di un mercato gestito da soggetti criminali o assumerci la responsabilità di affrontare i problemi per provare, finalmente, a risolverli. Nell’interesse nostro e di tutti.


Costruire la città delle donne
Melinda Di Matteo

Le donne sono la metà della popolazione italiana, una forza immensa con cui è possibile rendere migliore questo paese. Una verità evidente che poco incide sulle vicende politiche italiane. Nonostante dichiarazioni relative alla necessità di un’adeguata presenza femminile nel nuovo Governo, le ministre sono 7 su 21. Non si è parlato, in tema di sicurezza, di porre fine alla mattanza quotidiana di donne, di “necessaria discontinuità” rispetto al decreto Pillon. Non una parola che riguardasse le donne sul lavoro, lo smantellamento della sanità, dell’istruzione pubblica, delle politiche sociali.

Per l’ennesima volta le donne sono un’‘aggiunta’ dovuta ma non indispensabile. La gestione e la rappresentazione della crisi è stata come al solito totalmente maschile. Le donne in Italia sono fuori dalla politica che conta, dall’agenda dei programmi, dalle scelte, dalla rappresentanza. Questa assenza ancora una volta segnala anni luce di distanza tra la politica e il paese reale, le sue contraddizioni, i conflitti, le sofferenze quotidiane delle persone.

In molti paesi il femminismo contribuisce a scrivere pezzi fondamentali di un nuovo patto sociale. Il 6 novembre 2018 le elezioni di metà mandato degli Stati Uniti, hanno segnato un’avanzata considerevole delle donne nel parlamento americano. Per la maggior parte si tratta di donne latinoamericane, musulmane, afroamericane, native, e donne e uomini dell’area Lgbt. Vengono da movimenti di base, comitati di quartiere, comunità politiche locali. I loro programmi sono radicali: assistenza sanitaria e alloggi per tutti, istruzione gratuita, abolizione della polizia federale di frontiera e delle carceri private. Le donne americane, votando partito democratico con un margine del 20%, sono state determinanti per la conquista di una delle camere. È successo qualcosa di simile in Spagna, dalle mobilitazione delle femministe spagnole al Governo.

In Italia diversamente da Spagna o Stati Uniti, le piazze non portano più donne in Parlamento, e rimangono ignorati i loro bisogni e istanze. È colpa di certo femminismo nostrano, talvolta incomprensibile nei linguaggi? Di una cultura del rifiuto del potere diffusa in parte dei movimenti femministi? Forse, anche. Ma si tratta francamente di aspetti marginali, trascurabili: la causa principale va ricercata al contrario in una politica sterile, chiusa nelle sue liturgie, attaccata ai suoi interessi, impantanata nei suoi giochi di potere.

I dati sull’astensionismo dimostrano che le donne rappresentano circa il 63% di quell’area che tutti dicono di voler riconquistare. Ma nei partiti, compresi quelli di Sinistra, gli interessi delle donne non sono mai priorità, sono “periferia delle periferie”. Anche le forze della Sinistra radicale si sono adeguate a una visione delle politiche di genere scritta dal neoliberismo, che ne fa una faccenda di “diritti civili”, mentre si tratta di una gigantesca questione sociale. Non si comprende che l’escalation del femminicidio e della violenza grave sulle donne non sono un problema di disagio da contenere, ma un’anomalia grave in controtendenza con la diminuzione di altri crimini, che segnala una ‘rottura’ della tenuta democratica e civile del paese. Non si comprende il dramma vero delle transessuali, costrette alla prostituzione dall’impossibilità di trovare lavoro, private nei fatti dell’assistenza sanitaria.

Pure, non esiste ipotesi di trasformazione radicale dell’attuale sistema che non preveda un ruolo fondamentale delle donne. Lo dimostra il ruolo che le donne stanno avendo in prima fila nelle lotte ambientali, contro lo smantellamento di ospedali e presidi sanitari, nelle proteste contro la ‘buona scuola’, dentro l’universo precario e flessibile dei nuovi lavori nel terziario e nei servizi. Le donne non hanno spazio dentro ipotesi moderate. Non è una semplice questione di pari opportunità, ma si tratta di cambiare dalle fondamenta un modello di sviluppo che funziona da secoli. Il capitalismo non può sopravvivere senza il lavoro di riproduzione: il lavoro di cura svolto nelle famiglie da sempre dalle donne a costo zero.

La sinistra ha concentrato la propria attenzione solo sul lavoro salariato, ignorando un altro enorme esercito di manodopera, sfruttato e non riconosciuto. In passato, le lotte per il salario alle casalinghe che il movimento femminista cercò di portare avanti furono ignorate, sottovalutate, ridicolizzate. La sconfitta di quelle lotte, il non riconoscimento del valore economico del lavoro di riproduzione e di cura, ha favorito anni dopo la distruzione del welfare. Ha permesso al neoliberismo di governare la contraddizione a modo suo. Oggi quel lavoro di riproduzione e cura è affidato alle immigrate, privatizzato, spesso malpagato.

Da decenni è tramontato il sistema produttivo che aveva al centro il capofamiglia maschio. Le donne sono dentro le fabbriche, nel sistema dei servizi, nell’impresa sociale, dentro le imprese di pulizia, dentro i call center, pagate male, ancora meno degli uomini, sfruttate, senza diritti. Le lavoratrici sono maggiormente ricattabili perché gravate dall’ulteriore fardello della maternità, dell’assistenza agli anziani, e dal peso del lavoro di cura. Le donne che possono pagano questo lavoro affidandolo ad altre donne.

È pura illusione pensare che la liberazione delle donne possa avvenire dentro l’attuale ordine economico, sociale e culturale. La più potente delle manager, la donna ‘emancipata’ che crede di essere ormai al di là delle differenze e delle discriminazioni del proprio genere si illude: ritorna una preda semplicemente se deve affrontare una metro di notte da sola. Non può sfuggire al rischio del femminicidio, al pericolo della violenza fisica maschile o di quella psicologica.

Tutte ci troviamo a vivere nei centri storici desertificati venduti ai marchi commerciali, o nella solitudine delle periferie. I nostri bisogni e i nostri desideri, le nostre proposte sono del tutto antitetiche al modello di città europea e occidentale che si afferma in funzione delle politiche neoliberiste. La città delle donne si costruisce solo con la ‘disubbidienza’ ai patti di stabilità. Dentro l’ordine neoliberista nessuna donna è al sicuro, nessuna è davvero libera. Per questo il femminismo non può fare sconti: è femminismo di popolo oppure non è.

Le iscritte ai partiti sono poche. I luoghi e i tempi della politica non sono accoglienti e sono lontani dalla vita delle persone. Sono spazi che per orari, linguaggi, metodi sono adatti ai ‘professionisti’ della politica, non a chi ha bisogno di conciliarli coi propri impegni di lavoro, coi propri ritmi di vita. Com’è possibile organizzare la ‘militanza politica’ nell’era del lavoro precario e flessibile, della cancellazione del ‘tempo libero’? Non esiste più separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita. Si vive, perennemente connessi, alla ricerca di una possibilità, di un’occasione. Nonostante queste trasformazioni economiche e sociali, si continua a proporre il vecchio modello militanza basato su di un mondo che non esiste più. La militanza tradizionale è semplice per chi ha tempo libero e un lavoro stabile, difficilissima per tutte e tutti gli altri: per le donne, penalizzate nel mondo del lavoro e dalla riduzione progressiva del welfare, diventa mission impossible.

È necessario elaborare un modello di militanza adatto ai nostri tempi, che favorisca la partecipazione. Cambiare la politica maschile dall’interno è difficile. Come Città delle Donne, pensiamo sia utile che le donne – anche quelle impegnate in partiti e movimenti – si diano momenti di organizzazione separata ed autonoma, per rafforzarsi, superare la subalternità, elaborare pensiero e iniziativa politica. Vogliamo far parte della costruzione di un nuovo patto sociale.


Femminismo e diritti sociali nell’età neoliberale
Anna Cavaliere

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, il pensiero femminista ha avanzato allo Stato sociale una serie di importanti critiche. Esso ha messo in luce che il carattere discriminatorio, che per secoli ha caratterizzato il diritto, continua a celarsi tra le maglie dell’uguaglianza formale, e neppure i diritti sociali smantellano del tutto la logica androcentrica, anzi, in certi casi, rischiano addirittura di implementarla. Lo «stato sociale patriarcale», secondo la formula utilizzata da Carole Pateman , non si sottrae al paradigma di una cittadinanza tutta costruita al maschile, perché individua, all’internodi una data comunità politica, due poli contrapposti. Quello positivo è incarnato dal male breadwinner, ovvero del cittadino maschio, adulto, lavoratore, indipendente.

Egli incarna la figura del ‘capofamiglia’: è il soggetto che percepisce, all’interno della famiglia, il reddito maggiore ed è il suo lavoro che consente l’accesso alla maggior parte dei diritti sociali per sé ed i propri familiari. Il polo negativo è invece spesso incarnato da una donna, che al di fuori dalle mura domestiche non lavora, oppure lo fa in maniera discontinua e percependo un reddito inferiore rispetto a quello maschile. Al contempo ella continua ad assolvere la parte più significativa del lavoro genitoriale, di cura o, in senso più ampio, di riproduzione sociale. Lo fa a titolo gratuito e senza alcuna forma di riconoscimento sociale o giuridico. Il suo lavoro rappresenta il rimosso della razionalità politico-giuridica: pur risultando essenziale per la tenuta del sistema, è come cancellato, invisibile. Tutto questo impone alle donne di scegliere se adattarsi agli ‘standard’ maschili, avendo pieno accesso al catalogo dei diritti, oppure scegliere la ‘reclusione volontaria’ nel loro ruolo sociale, sviluppando una dipendenza necessaria nei confronti del male breadwinner e, indirettamente, delle prestazioni statali. Si determina quindi un rafforzamento dei ruoli sociali che vengono percepiti come granitici, e difficilmente sovvertibili nel corso dell’esistenza dei soggetti, se non a prezzo della rinuncia di una parte della propria sfera esistenziale.

La critica che il pensiero femminista ha rivolto al welfare risulta evidentemente fondata: essa punta a mettere in luce il taglio escludente che lo Stato sociale conserva ed impone di ripensarlo, ampliandone la portata emancipativa, per esempio sganciando il riconoscimento dei diritti dalla logica del male breadwinner.

Possono leggersi in questo senso le proposte, seppur timide, avanzate dal femminismo statunitense sulla possibilità di configurare un welfare legato alla figura di un breadwinner universale, le quali immaginano un significativo investimento pubblico per sottrarre alle famiglie una parte del lavoro di cura e realizzare così una maggiore occupazione femminile, oppure quelle avanzate da una parte del femminismo europeo, che intendono realizzare la ‘parità di genere nel lavoro di cura’, attribuendo ad esso un adeguato riconoscimento economico e giuridico e rendendolo così ‘un lavoro come gli altri’, ovvero un’opzione praticabile per entrambi i generi.

Nel corso degli anni Ottanta, però, filtrate attraverso le opportune semplificazioni, le critiche poste in essere dal pensiero femminista allo stato sociale producono una sorta di eterogenesi dei fini. Assorbite all’interno dalla retorica neoliberale, esse vengono fatte confluire nel più vasto argomento della ‘insostenibilità’ del welfare. La critica femminista finisce per fornire a quella retorica uno dei suoi argomenti più ‘raffinati’: non solo, come altri sostengono, che il welfare sia troppo oneroso per le finanze pubbliche ma, soprattutto, che esso sia politicamente improduttivo ed insopportabilmente paternalistico.

La vulgata neoliberale rivendica una ‘libertà autentica’ per le donne, che possa manifestarsi in assenza di una mediazione (e quindi anche degli interventi) del potere politico . Essa riutilizza, in fondo, l’argomento liberale più classico, ovvero che i diritti di libertà siano gli unici veri diritti, in quanto riducono lo Stato a ‘guardiano notturno’, ma sottopone quella tesi ad una vera e propria operazione di maquillage. Il discorso neoliberale richiama parole d’ordine come libertà, autogestione, riconoscimento che sembrano inserirsi in maniera del tutto coerente nel solco della tradizione femminista e che lo rendono straordinariamente seduttivo anche per il pensiero più progressista .

Le politiche neoliberali producono però, nei fatti, non il ripensamento degli istituti in un’ottica di genere, come aveva auspicato il pensiero femminista, ma una mera aggressione dello Stato sociale che si traduce nei tagli alla spesa sociale che si registrano in pressoché tutti i Paesi europei. Questo sortisce un effetto opposto, rispetto a quanto auspicato dalla riflessione femminista.

I lavori di cura e di riproduzione sociale sono ricollocati oggi quasi esclusivamente in una sfera privato-familiare: oggetto di una nuova genderizzazione, sono affidati soprattutto alle donne nelle proprie famiglie oppure ad altre donne, spesso lavoratrici migranti, provenienti da paesi più poveri. Si produce così ciò che Nancy Fraser definisce la «catena della cura globale» : non solo non scompaiono, nella nostra società, la diseguaglianze di genere, ma si rafforzano le disparità tra donne appartenenti a diverse classi o gruppi sociali.


Le interpretazioni della crisi
Massimo D’Antoni

Avanzando una riflessione sulla crisi economica dobbiamo domandarci: si deve parlare semplicemente di crisi? Trattandosi di un trend oramai pluridecennale, qualcuno preferisce usare il termine ‘declino’, dandole un carattere strutturale. Quello che si osserva è che rispetto ad alcune decadi fa in cui l’Italia andava molto bene c’è stato un peggioramento costante e la cosa continua per oltre 20 anni. Se vediamo il dato della crescita media annua del PIL pro capite, nel dopoguerra siamo stati fra i paesi che crescevano di più – a tratti il migliore in assoluto – fino agli anni ‘80 in cui la crescita rimaneva alta, mentre i problemi sono iniziati a metà anni 90 con un peggioramento progressivo e crescente, anche di divaricazione rispetto agli altri paesi.

Lo stesso dicasi con un altro indicatore, la produttività del lavoro (calcolata per lavoratore o per ora lavorata): si vede che dopo il ‘95 il nostro paese si distacca in modo vistoso. Quindi molte analisi si pongono il problema del perché di questa frenata da cui pare non riusciamo a riprenderci. Ma cos’è accaduto in quegli anni? Gli anni ‘90 vedono diversi fenomeni esterni: c’è un’accelerazione della globalizzazione con l’irruzione di nuovi soggetti (si pensi alla Cina) e i processi di integrazione europea con l’adesione alla moneta unica. Quindi ci sono varie interpretazioni a tal riguardo, di cui possiamo individuare i tre filoni prevalenti per capire quale di esse è più convincente.

La prima verte sull’eccesso di vincoli e regolamentazione in Europa rispetto agli USA, già molto sostenuta dai primi anni Novanta da autori quali Giavazzi, Alesina, Tabellini ecc. Sarebbe una problematica che coinvolge tutta l’Europa, di cui l’Italia sarebbe un esempio particolarmente negativo. Quindi i problemi sarebbero il mercato del lavoro non abbastanza flessibile, troppa iniziativa pubblica che inibisce quella privata e simili. Il punto debole di tale interpretazione è come si spiega la divaricazione del nostro paese rispetto a paesi europei in cui non c’è minore regolazione, anzi spesso ce n’è di più. Quindi non si vede un argomento causale forte.

Altra spiegazione sono le debolezze storiche e strutturali, incidenza di microimprese, nanismo della struttura produttiva, spesso a conduzione familiare, senza tecniche di management aggiornate e troppo piccole per fare gli investimenti. Altri elementi vengono citati, come il sistema di finanziamento incentrato sulle banche ma caratterizzato da relazioni non trasparenti o i ritardi nella giustizia, inefficienza della burocrazia, corruzione, clientelismo ecc. Quindi debolezze di lungo periodo della struttura sociale o anche (qualcuno dice) culturale. Ma allora perché prima si cresceva più di tutti? Non si dà una spiegazione della discontinuità. Né perché essa compaia proprio dagli anni Novanta.

Tale linea esplicativa compare tanto nel campo dei liberisti che nelle sinistre mettendo l’enfasi su aspetti diversi: l’arretratezza nello sviluppo della modernità capitalistica per i primi, la scomparsa della grande industria (che è un tema importante) o il basso livello di formazione per il “capitale umano” rispetto ad altri paesi, per i secondi, o la questione della legalità (corruzione, evasione fiscale). Messi in campo questi elementi alcuni autori arrivano a dire che si dovrebbe spiegare perché c’è stata la crescita prima, e non perché c’è un declino successivo. A tal proposito uno di essi, Gianni Toniolo, argomenta che tali limiti erano meno incisivi nella fase di recupero del ritardo storico, ma nella maturità degli ultimi anni sono più incisivi, quando arriva anche la globalizzazione ed è cruciale la capacità di innovare.

Terza linea argomentativa è l’apertura dei mercati con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica della ICT (Information and Communications Technology: computer, internet, ecc), rispetto a cui l’Italia non è attrezzata.

La spiegazione che verte sui processi di integrazione globale pare non abbia più molti sostenitori, la stanno abbandonando tutti. Il motivo è esemplificato in un articolo di Luigi Zingales e Bruno Pellegrino che fa piazza pulita di tali assunti mostrando che i settori più aperti con la Cina sono quelli in cui la produttività è cresciuta di più e se il problema fosse lì si sarebbe dovuto vedere il contrario. Dando una sua spiegazione, Zingales-Pellegrino puntano sulla centralità delle tecnologie informatiche che non riusciamo ad integrare nelle imprese, dato che il management non è all’altezza. Tale inadeguatezza però la motivano sostenendo che la selezione di esso non riesce perché in Italia il successo si raggiunge con contiguità politica e forme di nepotismo, facendo rientrare dalla finestra la causa della corruzione dopo averla cacciata dalla porta. Ma ciò incorre nei problemi che abbiamo visto, quindi non appare un argomento molto convincente.

Cercando ulteriori motivazioni, si deve notare che in molte di queste spiegazioni non compaiono riforme e scelte strategiche degli anni Novanta. Toniolo rammenta il tasso di cambio: per l’Italia il cambio debole è stato sempre importante nel rapporto con paesi come la Germania che hanno dinamiche di prezzi molto diverse e si doveva modificare il cambio periodicamente per non perdere competitività. Ciò era dovuto al fatto che i due paesi hanno diverse capacità di controllare l’inflazione, per diverse ragioni, in questo caso soprattutto il mercato del lavoro. Del resto se l’Italia ha avuto la tendenza a svalutare, la Germania aveva quella di rivalutare visto che si tratta del punto di vista opposto dello stesso fenomeno di oscillazione del cambio. Quando si accusa l’Italia di aver fatto tante svalutazioni spesso si scopre che era un riallineamento del cambio del marco rispetto a tutte le altre valute. In un sistema di cambi fissi è chiaro che il paese che ha maggiore capacità di controllare l’inflazione è avvantaggiato.

L’integrazione europea e i suoi vincoli hanno fatto sì che con gli impegni relativi a Maastricht (limite del 3% del deficit pubblico) l’unico modo per affrontare l’ingente debito pubblico era fare delle politiche fiscali grosso modo restrittive, pressoché ininterrotte, nel senso che non spingono sulla domanda. Gli economisti normalmente manifestano scetticismo per esse, asserendo che hanno una efficacia e breve termine: nel lungo termine non servono, e per una crescita vanno viste le politiche dell’offerta. Una posizione altamente criticabile.

L’adesione all’impianto istituzionale della UE (non solo la moneta, ma anche il mercato unico), ha vincolato la direzione delle politiche economiche successive nella convinzione che sarebbe stata il modo per modernizzare l’economia, ma in realtà l’ha arenata influendo su elementi strutturali. Privando di elementi importanti il paese.

Si possono a tal proposito citare tre fattori cruciali: le privatizzazioni ci hanno privato di aziende di stato importanti, si pensi a Telecom, che ha visto una caduta di investimenti dalla nuova proprietà, la quale, avendo comprato a debito, ha usato le risorse per ripianarlo; si tratta di un settore cruciale. O le autostrade, con uno dei più grandi imprenditori che si adagia ad una rendita garantita da una concessione dello Stato. Altri due aspetti sono da un lato le riforme del lavoro, che inducendo precarietà e minori salari hanno permesso alle imprese di ridurre i costi anziché investire sul capitale umano, e le politiche fiscali basate sugli avanzi primari per ridurre il debito. L’insieme di questi fattori è una spiegazione molto più convincente del perché ci siamo giocati la crescita.


Perché l’Italia non cresce?
Antonella Stirati

Iniziamo col guardare ad alcuni dati relativi all’economia italiana. Si può vedere che: la crescita del PIL fino agli anni Novanta è superiore rispetto alla media europea dei 12 stati, poi diventa sistematicamente inferiore:

la produttività del settore privato non agricolo (calcolata in valore aggiunto per addetto) è anch’essa stagnante dagli anni Novanta (linea grigia del grafico sottostante; la linea arancio e la blu indicano il costo del lavoro medio per addetto, comprensivo di tutti gli oneri, rispettivamente in termini di prezzo del prodotto e di prezzi al consumo):

Guardando alla sola industria manifatturiera, fino a metà anni Novanta la produttività era in crescita e con tassi di crescita maggiori rispetto alla stessa Germania. A confronto si vede che la Germania, sempre nella manifattura, ha invece una crescita rapida che prosegue; in modo analogo alla Francia anche dopo gli anni 1990, mentre l’Italia vede una divergenza progressiva.

Nell’ambito dei servizi commerciali e professionali (ristorazione, servizi, alberghi ecc.), non solo dal 1995 la curva è piatta ma c’è a partire dagli anni 2000 una caduta continua della produttività. Ciò si spiega solo con l’esistenza nel settore di un fenomeno di crescente sottoccupazione, nel senso che in tale settore si riversa o permane una un insieme di lavoratori a bassa produttività e basso reddito che non può spostarsi in altre attività o in altri settori per mancanza di migliori opportunità occupazionali, come accadeva negli anni Cinquanta in agricoltura. È l’unica ipotesi che può ragionevolmente spiegare il declino della produttività.

Come è stato ben messo in luce nella relazione precedente, molte delle interpretazioni del rallentamento della produttività in Italia non sono in grado di spiegare perché tale rallentamento inizi in modo così repentino proprio a metà degli anni ‘90. la tesi qui sostenuta è che vi sia una relazione causale che va dalla crescita della domanda aggregata a quella del prodotto e della produttività. L’andamento stentato della domanda aggregata è stato dunque fondamentale tanto per i problemi di crescita del PIL che della produttività.

Va detto che ci dobbiamo preoccupare di tali indicatori (PIL, produttività, competitività internazionale) perché il nostro paese è manifatturiero e non può non esserlo, e non potrebbe vivere di solo turismo o di agricoltura di nicchia. Produrre, esportare e tutelare il mercato interno è importante, tutti gli oggetti che usiamo quotidianamente sono prodotti manifatturieri, e se non siamo in grado di produrli non potremo avere un livello di occupazione, di benessere e welfare adeguati.

A ciò va aggiunto che l’Italia mantiene quote di esportazione estera rilevanti fino alla crisi del 2007/08 come solo pochi paesi quali la Germania riescono a fare, nonostante l’ingresso di grandi competitori come Cina, Russia, India ecc. Si tratta di un successo indubbio in un quadro generale di declino, ma con caratteristiche più complesse e diversificate di quanto venga generalmente riconosciuto. Questo per inciso vale anche rispetto alle diagnosi catastrofiste sulla burocrazia e le inefficienze del settore pubblico: bisogna dire che per alcuni settori (ad esempio, università e sanità) occupiamo posizioni molto in alto nelle classifiche prodotte da istituzioni internazionali, nonostante l’Italia spenda per questi servizi, in rapporto alla popolazione, molto poco e molto meno di altri paesi. Pensiamo a quante giovani formate in Italia vanno a lavorare in posizioni professionali molto qualificate all’estero: non ci manca certamente il ‘capitale umano’, bravi tecnici, ingegneri, ricercatori in tutti i campi; semmai purtroppo mancano per costoro buone opportunità di lavoro in Italia.

Quando si propone la tesi, qui sostenuta, che i problemi italiani nascono da un andamento stagnante della domanda aggregata, legato a politiche fiscali restrittive, si obietta spesso che i problemi di crescita dell’Italia sono più vecchi e quindi nascono prima delle politiche di austerità fortemente volute dalla Commissione Europea dopo il 2011/12. Si ignora però in questo modo che sebbene le politiche di tagli alla spesa e aumento delle tasse si siano ‘intensificate’ a partire da quegli anni, l’Italia aveva iniziato assai prima, proprio all’inizio degli anni 1990, ad avere degli avanzi primari (cioè al netto degli interessi sul debito), e che il tasso di crescita medio annuo della spesa pubblica in Italia è stato quasi nullo, e molto inferiore a quello di Francia e Germania: fatta pari a cento la spesa pubblica complessiva (comprensiva degli interessi) nel 1991, essa è oggi pari a 130 in Germania e 160 in Francia, mentre è solo 110 in Italia. Inoltre, l’apprezzamento del tasso di cambio reale, per gli effetti negativi che ha sulle esportazioni, ed il peggioramento della distribuzione del reddito con conseguenze negative sui consumi hanno contribuito anch’essi, proprio a partire dagli anni 1990, alla stagnazione della domanda aggregata.

Chi fa quella obiezione circa l’insorgere dei problemi italiani indipendentemente dalle recenti politiche di austerità, ripropone poi spesso la tesi tradizionale che fa dipendere la crescita del PIL dall’aumento di produttività: poiché secondo tale visione il sistema economico tende sempre alla piena occupazione (e la disoccupazione che si osserva sarebbe causata da rigidità del mercato del lavoro, non da carenza di domanda), la fonte principale di incremento del PIL viene considerata appunto l’aumento del prodotto per lavoratore occupato, cioè l’aumento della produttività.

In una visione alternativa – che io condivido – il nesso causale è più complesso: un aumento della produttività significa che sono necessari meno lavoratori per ottenere lo stesso prodotto, e effetti negativi sulla occupazione si possono evitare solo se aumenta la domanda aggregata, sia eventualmente indotti proprio dall’aumento della produttività (in particolare le esportazioni), che da politiche pubbliche volte a sostenere elevati livelli di occupazione.

Ma possiamo capire meglio il problema invertendo l’ordine causale dei vari fattori: affermando cioè che la crescita della domanda in una o tutte le sue componenti (la sommatoria di consumi privati, spesa pubblica, ed esportazioni) fa crescere la produzione che a sua volta accresce la produttività. Quest’ultima può stimolare la domanda in alcune componenti, e così il ciclo riparte in forma virtuosa favorendo la crescita economica. Chiaramente lo stesso meccanismo può agire in senso inverso creando un circuito vizioso che porta alla stagnazione o al declino.

Questa prospettiva analitica è forte, e ci sono varie ricerche ed evidenze empiriche che lo dimostrano. Ma perché c’è questa correlazione fra domanda e produttività? Abbiamo due serie di regolarità empiriche, dette legge di Okun e legge di Kaldor-Verdoorn.

La legge di Okun dice che nel breve periodo la produttività cambia con la domanda perché le imprese non adeguano immediatamente la manodopera: ad esempio, un imprenditore, in caso di un calo delle vendite, attende prima di licenziare, perché se fosse solo un cambiamento temporaneo non avrebbe convenienza a licenziare dei lavoratori per poi assumerne di nuovi a distanza di poco tempo. Tale dilazione fa sì che cresca il prodotto con pari numero di lavoratori (la cui intensità o orario di lavoro aumenta), e quindi aumenta il prodotto per addetto. Naturalmente solo nel breve periodo, prima o poi l’occupazione si adegua al volume della produzione.

La legge di Kaldor-Verdoorn dice che nel lungo periodo se aumenta la domanda aumentano le opportunità di economie di scala e di specializzazione, e inoltre aumentano gli investimenti delle imprese che dipendono principalmente dall’andamento della domanda, come confermato da forti evidenze empiriche (mentre non dipendono dai profitti, come spesso sostengono gli economisti marxisti, né dal tasso d’interesse, come per lo più sostengono gli economisti ortodossi). Ma naturalmente investire comporta l’acquisto di macchinari di ultima generazione, che incorporano il progresso tecnico e consentono aumenti di produttività.

Si deve aggiungere che in un’economia in crescita c’è anche maggiore mobilità dei lavoratori che si spostano verso i settori più dinamici e remunerativi, con salari più alti. Si pensi ai lavoratori sotto-occupati nel settore dei servizi di cui si è detto sopra: una maggiore crescita dell’economia tenderebbe ad eliminare quelle forme di sotto-occupazione, così come a partire dalla fine degli anni cinquanta si è abbandonata l’agricoltura a favore di altro. Quindi l’andamento della domanda è tutt’altro che secondario, e può indurre effetti sulla crescita anche molto persistenti.

Queste considerazioni possono forse anche aiutarci a comprendere la diversificazione e complessità del sistema produttivo italiano. Le aziende che riescono ad agganciarsi a una domanda esterna in crescita esportando, se hanno buoni risultati innescano un circuito virtuoso: aumento di domanda e produzione, aumento degli investimenti e della produttività, mentre quelle che si rivolgono al mercato interno hanno maggiori probabilità di avvitarsi nella dinamica opposta a causa della stagnazione della domanda interna, lasciando così maggiore spazio alle importazioni dall’estero.


Riportare l’economia all’interno della società
Monica Di Sisto

Globalizzazione non vuol dire mangiare tutti lo stesso hamburger, ma far convivere persone che pensano diversamente su ogni cosa e che pretendono legittimamente di dare le loro regole. Un mondo in cui tutte le diversità devono essere ritenute uguali, è un mondo che si condanna alla totale ingovernabilità. Seattle in questo può diventare simbolo e inizio del caos mondiale»: era il 29 settembre del 1999 e Giuliano Amato, ministro del tesoro del Governo Prodi, commentava il crollo della Conferenza ministeriale della Wto a Seattle.

Vent’anni dopo, il Governo Conte bis, nei suoi 29 punti programmatici, dichiara (punto 7) l’intenzione di realizzare un «Green new deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale», ma non sfugge al vecchio mantra (punto 28) di «rafforzare il nostro export», facendo sparire gli impegni assunti nel precedente programma Giallo-verde rispetto al superamento dei trattati commerciali come CETA (Ue-Canada) e TTIP che limitano la capacità pubblica di proteggere i diritti dei cittadini.

L’unico argomento per cui il Governo attuale si propone di «porre la massima attenzione, in sede di negoziazione dei trattati commerciali», è la salvaguardia delle produzioni tipiche. Come se l’unico problema creato dall’iperglobalizzazione fosse legato alla diffusione di copie tarocche di parmigiano e caciocavallo, che pure sottraggono all’Italia 100 miliardi di potenziali vendite ogni anno, molti dei quali con l’autorizzazione degli stessi trattati di liberalizzazione.

Quello che gli ultimi tifosi della globalizzazione provano a sorvolare, a Roma come a Bruxelles, è che la connessione promessa tra tutti i mercati, prateria di possibilità per tutte le imprese, grandi e piccole, a maggior ragione con l’evoluzione digitale, non è mai esistita. L’Agenzia Onu su Commercio e sviluppo, l’Unctad, nel titolo del report 2018 punta il dito nei confronti della «delusione del commercio internazionale». In assenza di una forte domanda globale, è improbabile che il commercio agisca da motore indipendente di crescita globale: «questo non è, tuttavia, l’inizio del disfacimento dell’‘ordine neoliberale del dopoguerra’», avverte l’agenzia Onu. «Questo ordine è stato eroso negli ultimi 30 anni dall’aumento della volatilità dei capitali, dall’abbandono delle politiche di piena occupazione, dal costante declino del reddito destinato alla manodopera, dall’erosione della spesa sociale e dall’intreccio tra potere corporativo e potere politico. Le guerre commerciali sono un sintomo di un mondo iperglobalizzato squilibrato».

Persino Confindustria, nei suoi più recenti Scenari industriali, sottolinea che «gli scambi non sono mai diventati effettivamente globali, e anche nella fase della globalizzazione sono rimasti

concentrati nelle tre grandi aree continentali: Nord America, Europa, Asia orientale. Rispetto al passato esiste una differenza importante. Una quota rilevante degli scambi (Il 65% stando alle ultime rilevazioni Wto, ndr.) è infatti oggi dovuta a ragioni di tipo produttivo, e non semplicemente commerciale, ovvero all’esistenza di catene del valore frammentate in senso verticale e ormai distribuite a scala internazionale. Questo fa sì che la forma attuale della rete degli scambi sia caratterizzata da un grado di inerzia molto alto, e che l’ambizione di “riportare in patria” produzioni precedentemente dislocate altrove (nel mondo emergente) sia destinata a ridimensionarsi».

All’interno della ristretta cerchia delle imprese esportatrici, spiega invece Unctad (p. 28), l’1% delle imprese più grandi capitalizza in media il 57% delle esportazioni di ciascun Paese. Dopo la crisi finanziaria globale, le 5 più grandi imprese esportatrici, in media, rappresentavano il 30% delle esportazioni totali di ciascun Paese. Anche durante il ‘boom commerciale’ tra i primi anni 2000 e il 2007, la quota del PIL catturata dai salari è scesa dal 57,5% a meno del 55 % nei Paesi sviluppati, e dal 53 al 49,5 % nei Paesi in via di sviluppo. Questa tendenza, dai primi anni ‘90 ad oggi, ha comportato un massiccio trasferimento di reddito da lavoro al reddito da capitale (4% del PIL negli Stati Uniti, il 5% in Germania, il 10% in Francia, il 12% in Italia).

Non è, dunque, la presunta ‘guerra dei dazi’ a paralizzare l’economia globale e a accelerare una possibile nuova crisi: Unctad conferma che «i livelli dei dazi sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi anni e la protezione tariffaria resta un fattore critico solo in alcuni settori in un numero limitato di mercati». A partire dal 2017, il valore del dazio medio nei paesi sviluppati è dell’1,2% circa. È rimasto, per motivi di sviluppo diseguale, più elevato in molti Paesi in via di sviluppo, in particolare nell’Asia meridionale e nei paesi dell’Africa sub-sahariana. A limitare l’integrazione commerciale globale, in realtà, sono da sempre le sue fragilità intrinseche: la sua incapacità di creare stabilmente benessere anche economico in una condizione di equilibrio climatico e ambientale per la maggior parte degli abitanti del pianeta.

A Seattle, come al Global Forum dei movimenti parallelo al G8 del 2001 a Genova, economisti fuori dal coro come il filippino Walden Bello iniziarono a indicare una via d’uscita sistemica dalla crisi che già allora si profilava all’orizzonte dal punto di vista ambientale, sociale ma anche economico: abbandonare la corsa verso deregulation, liberalizzazione, privatizzazioni, allontanandosi dal paradigma estrattivo innanzitutto nelle politiche commerciali. Si tratta di subordinare anche gli scambi a regole stringenti che permettano di “deglobalizzare” le filiere più lunghe e climalteranti e cooperare per affrontare efficacemente le disuguaglianze da esse amplificate e la crisi climatica.

Bello, e quei movimenti con lui, hanno più volte chiarito che questo non vuole dire autarchia o ritiro tafazziano dal commercio globale, «come vorrebbe la caricatura che fanno di noi i tifosi del libero commercio. È tornare a un sistema analogo all’Accordo generali sui dazi e il commercio (il vecchio GATT), che promuoveva il commercio, ma era abbastanza flessibile da consentire lo sviluppo di politiche nei Paesi aderenti e preservare i loro complicati contratti sociali impedendo il dumping delle merci, il dumping ambientale e dumping sociale».

Il nuovo quadro normativo deve dimensionare il commercio tenendo conto del contesto: ricerche recenti sull’impatto del commercio internazionale sulle emissioni di gas serra mostrano che un aumento della quota delle emissioni globali di anidride carbonica è collegata all’aumento delle merci scambiate a livello internazionale che valgono oltre un quarto delle emissioni mondiali di CO2.

Unite, riflesso sia in recenti proposte dei vertici Fao sia nella proposta di un New Trade Deal Globale presentata da Unctad, sulla necessità di nuovo patto globale per il commercio, da ricondurre sotto l’egida Onu e la sua cornice di convenzioni e diritti universali. D’altronde l’Organizzazione Mondiale del Commercio, che può contare solo su accordi tra parti interessate ad essi limitati sia geograficamente che giuridicamente, è in una permanente crisi di governance che potrebbe essere superata attraverso un riassorbimento delle sue competenze politiche in sede Onu, come pure i movimenti chiedono proprio da Seattle. Il nuovo accordo commerciale deve promuovere l’armonizzazione verso l’alto dei livelli di tassazione sulle corporation e per porre fine all’evasione e elusione fiscale che costano alla sola Europa 160- 190 miliardi di euro l’anno.

Oggi siamo a valle di quella meticolosa azione anche culturale di disgregazione e smagliatura alimentata dalle politiche antisociali e antiecologiche imposte al mondo dalle élites europee e statunitensi. L’emersione degli alfieri dell’odio e dell’individualismo poggia le fondamenta in questo lavorio, ma la socialdemocrazia europea e d’oltreoceano ha contribuito sostanzialmente alla sua efficacia. Ne ricordiamo alcuni campioni: innanzitutto Pascal Lamy, portavoce della Wto nella sua stagione 2005-2013, quella più offensiva e espansiva per gli interessi delle multinazionali. Iscritto al Partito socialista francese, servì come consigliere economico Jacques Delors, il Governo Mitterand e fu Commissario UE al Commercio con Romano Prodi. La stessa Wto fu voluta fortemente dal democratico Bill Clinton, per conquistare al libero mercato le aree inesplorate che si aprivano oltrecortina con la caduta del Muro di Berlino. Fu il democratico Obama a spingere per una liberalizzazione commerciale e regolatoria radicale tra Stati Uniti e Europa e Stati Uniti (con il TTIP) e il resto del mondo (con il TPP), mentre una Commissione Ue a trazione democratica ha moltiplicato oltre ogni ragionevole vantaggio per i propri cittadini il numero di trattative plurilaterali e bilaterali: dal CETA con il Canada al JEFTA col Giappone, dal VEFTA con il Vietnam, al trattato con Singapore, fino all’EU-Mercosur che, aprendo autostrade per l’agrobusiness brasiliano, lo motiva all’espansione di allevamenti e monocolture intensivi che provocano la deforestazione dell’Amazzonia.

A Seattle, 20 anni fa, i movimenti chiedevano, invece, ai propri Stati di rafforzare la solidarietà e la protezione sociale subordinando le operazioni del mercato ai valori di equità, giustizia e comunità democraticamente condivisi. Quello che Karl Polanyi definiva “re-internalizzazione” dell’economia nella società .

A Seattle per la prima volta una inattesa alleanza popolare è emersa con potenza tra gli Stati e il mercato lanciando la sfida della solidarietà internazionale e di una ripresa di sovranità consapevole collettiva nei luoghi e nei processi dell’economia e della politica. Quello spazio è tuttora presidiato da organizzazioni, movimenti, sindacati, tante ragazze e ragazzi, pochissimi partiti. Va spalancato, invaso, organizzato e comunicato con rinnovata capacità e capacità di convergenza politica e costituente. Un conflitto non più ‘solo’ per diritti e giustizia ma per la sopravvivenza, che non possiamo permetterci di perdere.


Neo-intermediazione: i flussi di potere nel mondo digitale
Gabriele Giacomini

La Storia non è finita (diversamente da quanto pensava Francis Fukuyama). E non sono finite nemmeno le mille e cangianti manifestazioni del potere, le quali non a caso vanno a braccetto con il farsi della Storia. Siamo quindi di fronte ad un potere che si innova e si rinnova. Un potere − ça va sans dire – digitale. Non potrebbe essere altrimenti nell’epoca della grande rivoluzione informatica, delle piattaforme online, delle multinazionali hi-tech che fatturano miliardi, grandi come Stati.

Nel bel mezzo delle “euforie” degli anni ‘90 e dei primi anni 2000, numerosi ed autorevoli studiosi auspicavano che il Web avrebbe permesso ai cittadini di comunicare orizzontalmente, direttamente fra loro, superando le classiche intermediazioni dei giornali o delle televisioni. Vedo una notizia, la carico, la condivido. Nessuno può più mettersi “in mezzo”. Sostenevano inoltre che le fonti di informazione si sarebbero moltiplicate a dismisura, dando vita ad una società più aperta, inclusiva, plurale. Ciò in parte si è realizzato, ad esempio nell’ambito della cultura dell’open source, dei blog, delle piattaforme civiche e in altre interessanti esperienze.

Tuttavia, le grandi piattaforme (come Facebook, Twitter, Instagram ecc, dove avvengono gran parte dei nostri scambi comunicativi online) influenzano, condizionano, con un sottile ma pervasivo “verticismo” che contrasta con l’ideale “orizzontalistico” di cui accennavamo prima. Ad esempio, quando pubblico un post su Facebook, gli algoritmi della piattaforma decidono come e in che misura questo post appare sugli schermi dei miei amici. E questa è una forma di potere fra le più importanti. Si chiama “quarto potere” e consiste nello scegliere quali informazioni pubblicare o mettere in risalto. Prerogativa dei giornali, ora – mutatis mutandis – campo di gioco per Facebook (il NewsFeed) o Twitter (i TopTrends).

È opportuno riflettere criticamente sull’idea di disintermediazione, nata originariamente in ambito economico e finanziario, che può essere definita in generale come l’attività di rimuovere intermediari da un qualche tipo di relazione. Più specificatamente nel nostro discorso, il termine indica la capacità di autorappresentarsi e comunicare in prima persona, superando attraverso Internet (a, ancora di più, attraverso il Web interattivo 2.0) la mediazione tradizionalmente svolta dai mezzi di comunicazione come i giornali, le radio e le televisioni. Per disintermediazione si intende, ad esempio, sia la capacità dei politici di rapportarsi “direttamente” con i cittadini, sia quella dei cittadini di mettersi “direttamente” in rapporto con i loro rappresentanti e “orizzontalmente” fra di loro, scavalcando le tradizionali forme di intermediazioni dei mass media (dei giornalisti e delle redazioni, ad esempio). Nel discorso della disintermediazione  manca, però, il convitato di pietra.

La tesi sostenuta nel mio ultimo libro, dal titolo “Potere digitale. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia” (Meltemi 2018), è che il concetto di disintermediazione può essere inteso e considerato da due differenti punti di vista. Da un lato la disintermediazione può essere intesa in senso stretto, rispetto a quanto siamo soliti conoscere, studiare e frequentare, in maniera quindi storicamente situata. Sotto questa prospettiva, si può sostenere che la rete abbia contribuito a “disintermediare” gli intermediari tradizionali: i media digitali in effetti superano in parte (e mettono in crisi) le figure di intermediari tipiche del Novecento. Dall’altro lato, però, la disintermediazione può essere intesa in senso ampio. Se intendiamo l’intermediazione in senso etimologico, in senso assoluto e non in rapporto a qualcosa di precedente, il concetto di disintermediazione non sembra più adeguato ed è certamente più consono quello di neointermediazione.

I media digitali, infatti, superano l’idea di intermediario come è stata intesa finora, ma non la superano in assoluto. Ne sono invece stati introdotti di inediti, diversi rispetto ai precedenti ma non per questo trascurabili. L’azione delle piattaforme di prendere decisioni su quello che può apparire maggiormente di altro, di organizzare e di monetizzare l’informazione, le scelte su cosa può essere rimosso e cosa no, sono tutti interventi sostanziali nell’ambito del discorso pubblico, facendo delle piattaforme digitali dei veri e propri “neointermediari”.

Inoltre, se è vero che Internet ha aumentato il numero di fonti di informazione a disposizione, è altrettanto vero che gli algoritmi delle piattaforme (per scopi commerciali) fanno in modo che gli utenti siano esposti questi esclusivamente alle notizie che gradiscono (avete mai sentito parlare delle “echo chambers”?). Se cerco una parola su Google, i miei risultati sono diversi da quelli di chiunque altro (la celebre “personalized search”). Google profila il mio comportamento e tende ad offrire risultati in linea con le mie preferenze, le mie idee, i miei valori, in maniera tale che percepisca il suo servizio come più gradevole. Il problema è che così si riducono gli incontri casuali, quelli con coloro che sono diversi da noi.

Eppure, sostenevano i Voltaire, i John Stuart Mill, i padri nella nostra civiltà politica, il dialogo fra differenze dovrebbe essere il lievito della democrazia.

Insomma, con l’avvento dei media digitali sembra essersi inaugurata una dissonanza: i media aumentano per tutti la possibilità di esprimere la propria voce (in termini quantitativi) ma al tempo stesso sembra aumentare – in maniera quasi paradossale – anche la distanza fra queste voci, mettendo quindi in difficoltà il raggiungimento delle finalità che dovrebbe avere un sistema politico pluralista (in termini qualitativi). Siamo di fronte a ciò che in “Potere digitale” ho chiamato il “paradosso del pluralismo”: da un lato i media digitali aumentano per tutti la possibilità di esprimere la propria voce, dall’altro lato sembra aumentare anche la distanza fra queste voci, la loro polarizzazione, mettendo in difficoltà il raggiungimento delle finalità di un sistema politico pluralista (non meramente plurale). Sorte ironica, quella di Internet ai tempi delle piattaforme: nella storia dell’Uomo non c’è mai stata tanta informazione come sul Web, eppure il suo utilizzo – a quanto pare – non è mai stato tanto frammentato e polarizzato.

Il dibattuto scientifico sulle “echo chambers” è tuttora aperto. Alcuni ritengono che i loro effetti siano stati sopravvalutati: perché la dieta mediale delle persone non prevede soltanto le piattaforme (è invece variabile e soprattutto ibrida), perché gli studi sulle “echo chambers” sono stati condotti sulle comunità di Internet composte dalle persone più attive e quindi “partigiane” (e non sulla “maggioranza silenziosa” degli utenti), perché non mancano i casi di confronto dialogico (ad esempio nelle piattaforme civiche). Considerazioni che lasciano ben sperare. Tuttavia, anche se le “echo chambers” dovessero (come si auspica) rivelarsi tutto sommato trascurabili nei loro effetti, parafrasando Norberto Bobbio il compito degli intellettuali dovrebbe pur sempre essere quello di seminare dubbi.

La democrazia è certamente un sistema aperto (quindi sempre imperfetto e in evoluzione), ma è anche responsabilizzante: è compito dei cittadini e delle classi dirigenti gestire al meglio gli esiti dell’innovazione tecnologica. Le sfide della neointermediazione e del paradosso del pluralismo segnalano che è urgente elaborare politiche aggiornate al “mondo nuovo”, capaci di rendere conto delle condizioni mutate della sfera pubblica.


Ricostruire la res publica. Populismo come momento ricostituente
Guido Capelli

Da una decina d’anni a questa parte, il mondo non è più lo stesso – il nostro mondo, in cui credevamo di vivere una vita di progresso e sicurezza. Forse mai come in questa “modernità accelerata” si è assistito a cambiamenti così sostanziali e profondi in un tempo così breve. Una ‘crisi’ finanziaria – i celebri subprime – funziona come shock per mettere in moto, o forse rendere visibile e palpabile, un rivolgimento non solo economico, ma che investe le relazioni sociali e individuali, quelle di lavoro, ma anche quelle personali.

I modelli ‘classici’ dell’Europa postbellica – welfare e sovranità – sono sfumati in una strana salsa tecnocratica in cui la sovranità nazionale si è dislocata, diluita per alcuni rafforzata per pochi altri, senza dar luogo a nulla di equivalente sul piano internazionale – ma solo alla legge selvaggia del ‘mercato’. Meno welfare per tutti, meno sovranità per quasi tutti. Così è naufragato il sogno europeo.

Sovranità. Il punto di partenza è la crisi, disuguale, della sovranità popolare a base nazionale-territoriale così come codificata fin dalla prima Modernità. Ma la sovranità non è scomparsa, piuttosto è diventata un bene di lusso: alcuni ce l’hanno piena, altri ridotta, altri minima. Altri ancora non ce l’hanno più. Quando questi ultimi la rivendicano, la strada segnata dal potere si chiama Grecia o Venezuela. Gli sforzi e le (false?) promesse per creare una ‘sovranità alternativa’, sono miseramente naufragati. Risultato: si insinuano in questo vuoto quelli che possiamo chiamare poteri intrecciati non eletti (economico-politico-mediatico = tecnocrazie). Siamo in un delicatissimo Scilla e Cariddi: la Scilla della perdita di sovranità nazionale per ingerenza esterna pubblico/privata; la Cariddi di una reazione populista ‘vuota’, cioè aperta a qualunque contenuto. Le culture politiche dominanti – liberalsocialismo, conservatorismo âgée, che pure fecero l’Europa postbellica – non hanno più gli strumenti per affrontare questo stato di cose. Sono esaurite, sclerotizzate. Le sinistre hanno fallito nella lotta a delle élites voraci e rapaci, geneticamente mutate. Ora sembrano cimentarsi le destre. Destre estreme. Non conservatrici ma, al contrario, rivoluzionarie.

L’alternativa è cogliere il momento populista, tornare a parlare il linguaggio del populus e costituirsi come tale con movimento difensivo: recupero della sovranità per chiusura ai suoi nemici. Sotto questo prisma, il populismo si presenta come una miccia, una spinta iniziale, il momento fondativo costituente di una forma di (ri)aggregazione politica, un nuovo patto, pubblico e comune, che si traduce a livello è statale: il propellente aggregativo che sta alla base di ogni costituzione politica viva. È naturale che le teorie repubblicane, di vario segno e a vario titolo, vedano in questo sommovimento qualcosa di curioso, rischioso, minaccioso – oltre che insopportabilmente irritante. Ma quali strategie, quali strumenti teorici, quali armi concettuali ha messo in campo il repubblicanesimo teorico-politico, in tutte le sue molteplici forme, per evitare il collasso delle istituzioni democratiche e rappresentative, sacrificate sull’altare di ‘istituzioni’ di più che dubbia legittimità – Fmi, Banca Mondiale e simili, in una minacciosa deriva autoritaria?

Il progressismo ‘repubblicano’ ha fallito nel compito storico di impedire l’erosione dello stato sociale, lasciando senza la principale protezione, quella economica, grandi masse di popolazione, ma ha contribuito alla crescita a dismisura di un altro e ben più pericoloso settore dello Stato – quello repressivo e regolativo. Nello sconcerto di un numero crescente di cittadini, il neoliberismo, nella sua ultima versione liberal, prima ancora che una dottrina economica, è una dottrina dello stare al mondo, una gigantesca ristrutturazione dei rapporti interpersonali, un modello di relazione, sorto dall’ipertrofia patologica di istanze repubblicane, che investe, biopoliticamente, tutti i livelli dell’esistenza, coinvolgendo praticamente ogni sfera della struttura relazionale creatasi in ventisei secoli di vita dell’Occidente: dalle relazioni pedagogiche a quelle familiari, passando per quelle di genere, assurdamente impostate sul conflitto e su un delirante revanscismo antistorico nutrito di confuso derridismo e foucaultismo. Una società frammentata in ghetti, e in ultima istanza in monadi, continuamente ‘vittimizzate’, e quindi impossibilitate a stabilire contatti sociali sani, condannata a logorarsi in una continua denuncia di tutti contro tutti.

Dietro la riforma dei comportamenti, dietro il politically correct imperante, vi è il disegno di eliminare il potere dei corpi intermedi informali (nel nome della ‘libertà individuale’). Concentrare il potere di regolare le relazioni (in ultima istanza anche quelle economiche) in poche istituzioni opache, irraggiungibili e ‘garantite’ da tabù sociali convenientemente stabiliti dai media di persuasione. Un gigantesco cambiamento, prima ancora che economico, nelle relazioni sociali e personali, un dispositivo che identifico con la terza ondata di disciplinamento – dopo quella aristocratica del Cinquecento e liberal-borghese del Sette/Ottocento.

Il discorso repubblicano è ormai pervaso dalle ombre della falsa coscienza. Il suo collasso politico e teorico rivela crudamente una fattispecie aristotelica: degenerazione dell’aristocrazia ‘del merito’ in oligarchia non più legittimata da meccanismi trasparenti che promuovano l’eccellenza. Il dispositivo si è rotto sulla mobilità sociale e sul ricambio della classe dirigente – e questo spiega perché, per esempio in Italia, si moltiplicano i ‘fronti repubblicani’ fatti dei resti delle vecchie destre ‘conservatici’ e sinistre ‘riformiste’, ormai mutate in oligarchie autoreferenziali.

Ecco, il populismo è lo specchio di un fallimento, lo sfogo che irrompe quando le teorie del dibattito cosiddetto ‘razionale’ si rivelano illusorie, insopportabilmente dogmatiche. Il momento ‘costituente’ populista si nutre, del silenzio di istituzioni incapaci, fino alla paralisi, di rispondere alle esigenze di gente che sente il solco profondo che la divide da classi dirigenti che, per converso, si fanno sempre più esigenti sul piano dei comportamenti, delle prescrizioni, delle proibizioni.

La metamorfosi genetica delle istituzioni liberal-socialiste è costituita dall’ultima forma di biopolitica: la biopolitica dei comportamenti (anche intimi) e la mercantilizzazione dell’individuo, con la svalutazione e la serializzazione del lavoro. Quando lo ius diviene strumento di destrutturazione della comunità, sconvolgendo le certezze sociali, svuotando le sicurezze economiche, si generano le condizioni per il momento populista, dispositivo difensivo che mira a ricreare un’unità minacciata, quando la scongiura il rischio (che sarebbe ingenuo negare) che la connessione popolare con il leader possa implodere sotto l’urto della realtà, in forma di impossibilità di armonizzare le diverse domande (con conseguente chiusura ‘tirannica’ o collasso ‘anarchico’). Senza questo farsi soggetto, senza interlocuzione comunitaria, e delle comunità con i poteri pubblici, non è possibile il momento populista, ma solo la persuasione passiva di masse alienate: demagogia.

E per questo il populismo è una teoria integralmente democratica. È la risposta alla necessità di riformulare il rapporto individuo/collettività/istituzioni. Dove il processo di costruzione statale è debole, il populismo, lungi dal rappresentare una sorta di ‘anarchia’ a-istituzionale, è uno strumento di rifondazione dello Stato, un meccanismo di (ri)costruzione statale, nella convinzione che lo Stato nasca come fattore di perequazione, argine a poteri privati capace di scardinare il meccanismo oligarchico in cui si è trasformato il ‘primato della legge’ repubblicano, attraverso la ricostituzione di reti di connessione sociale, intorno a domande settoriali sintetizzate e armonizzate da un leader, un “principe civile” o, se si vuole, dal gruppo dirigente emanante dal populus: è più prossimo, più ‘protettivo’, più etimologicamente umanistico. Sua caratteristica è un certo grado di informalità: si insiste sui comportamenti pubblici, mores, oltre a, affianco di, e (in una certa misura) piuttosto che, leges; mutuo soccorso, cura dell’altro, invece che luogo di competizione; controllo dell’occhio popolare, sguardo critico e giudizio dell’operato dei dirigenti. In una formula: ridare l’anima alle istituzioni.


Un’altra idea di partito è possibile
Antonio Floridia

Negli ultimi anni la riflessione sui partiti, da sempre tema cruciale della scienza politica, ha visto una ripresa notevole e si sono moltiplicate, in particolare, le opere che hanno cercato di rispondere ad un quesito: siamo di fronte alla ‘fine’, alla ‘crisi’, ad un ‘declino’, o ad una ‘trasformazione’ e ‘adattamento’ dei partiti?

La risposta più convincente ci sembra quella che distingue tra l’indebolirsi dei partiti nella loro capacità di esercitare alcune classiche funzioni di rappresentanza sociale e politica, e la conseguente crisi di legittimazione che ne deriva, da un lato; e dall’altro, la compenetrazione tra partiti e stato, con una crescente dipendenza dei partiti dalle risorse finanziarie e organizzative che da tale simbiosi si possono ottenere.

Insomma, mentre le funzioni di ‘integrazione’ e di ‘socializzazione’ politica si stanno erodendo, le funzioni ‘istituzionali’ dei partiti risultano ancora più esaltate. Il partito in the public office appare ipertrofico, quello on the ground sempre più gracile. D’altra parte, sono state smentite dai fatti quelle tesi che preconizzavano, tout court, un esaurimento del ruolo stesso dei partiti, sia come vettore e luogo della partecipazione dei cittadini alla vita politica (sostituiti da nuove, molteplici e più accattivanti, forme di impegno civico), sia come strumento di aggregazione e articolazione degli interessi (sostituiti da gruppi di pressione e lobbies). Insomma, per quanto oggetto di una diffusa ‘impopolarità’, i partiti non sembrano destinati ad eclissarsi dalla scena delle democrazie contemporanee: le loro funzioni, vecchie e nuove, semmai, trovano alcuni potenziali concorrenti, ma non vere e proprie alternative.

Molto spesso, poi, la grande varietà di modelli ideal-tipici di partito che la scienza politica ha prodotto viene presentata in modo lineare o deterministico, come ‘effetto’ delle trasformazioni sociali e delle nuove tecnologie della comunicazione: ma la realtà è che oggi coesistono e agiscono molti tipi di partito, nuovi partiti sono nati, vecchi partiti si sono rivelati in grado di rivitalizzarsi, altri mostrano comunque una notevole dose di resilienza. Il quadro, insomma, è molto variegato.

Non c’è dubbio, tuttavia, che una particolare ‘immagine di partito’ è sembrata dominante, assunta dalla cultura politica diffusa come l’‘unica’ forma-partito possibile in questo scorcio del XXI secolo. È un modello che si può etichettare in vari modi, a seconda degli aspetti che si decide di privilegiare: partito ‘leggero’, ‘mediatico’, ‘personale’, ‘leaderistico’;

ma a noi sembra che la definizione più comprensiva sia quella che pone l’accento sulla dimensione elitistica ed elettoralistica che ne caratterizza in modo prevalente il profilo.

I fenomeni che lo contraddistinguono sono noti, e basta qui solo richiamarli: la crescente ‘professionalizzazione’ e specializzazione del personale politico; la prevalenza degli eletti rispetto ai titolari delle cariche politiche di partito; l’esaltazione del ruolo e dell’immagine del leader, come canale fondamentale della proiezione esterna del partito; l’indebolimento e la sottovalutazione del ruolo di una membership e di una ‘militanza’ diffusa (come canale di un contatto capillare con la realtà sociale e territoriale) e, di contro, la parossistica attenzione ai media e a ciò che dai media può ‘passare’ all’opinione pubblica. È un modello elitista (o anche plebiscitario) di partito, in quanto tutto viene affidato alla ‘libertà di manovra’ e alla capacità della leadership di rivolgersi direttamente alla ‘gente’ o al ‘popolo’; ed è un modello elettoralista, in quanto privilegia in modo pressoché esclusivo una funzione del partito come mera ‘macchina’ elettorale.

Questo tipo di partito, tuttavia, ha presentato spesso anche una singolare caratteristica: in molti casi, si è fatto cioè promotore di un ambiguo processo di ‘democratizzazione’. Così, proprio nel momento in cui la membership perdeva peso, molti partiti hanno affidato alla ‘base’ il compito di selezionare e legittimare la propria leadership, attraverso procedure elettorali di tipo ‘diretto’ (in Italia, impropriamente definite come ‘primarie’).

Ma si tratta solo di un apparente paradosso: queste procedure di investitura diretta del leader sono perfettamente congruenti con la complessiva logica elitistica e plebiscitaria che ispira il modo di essere di questo modello di partito. Non si tratta solo di procedure che permettono di ‘scavalcare’ un tradizionale livello intermedio di dirigenti e militanti, o di rinsaldare una legittimità vacillante: si tratta di una scelta che sottende anche una visione atomizzata e individualistica della partecipazione democratica.

E dunque, un possibile oggetto di riflessione, oggi, è proprio questo: davvero non esistono alternative ad un tale modello? E, soprattutto, chi ha, o vuole avere, una diversa concezione della democrazia, può accettare o rassegnarsi all’egemonia di una siffatta visione?

Chi si pone queste domande è facilmente tacciato di nutrire un’anacronistica ‘nostalgia’ per il vecchio partito di massa; e vi sono anche coloro che, pur non apprezzando l’evoluzione recente dei partiti, sembrano rassegnati alla sua ineluttabilità. Ma la questione qui non è certo quella di un impossibile ‘ritorno’ al modello del partito di massa: si tratta piuttosto di decidere se sia davvero improponibile e impraticabile una visione diversa dei partiti e del loro ruolo democratico.

Se riconsideriamo tutte le ‘classiche’ funzioni che i partiti storicamente hanno svolto (strutturazione del voto, aggregazione e integrazione degli interessi sociali, formazione e selezione del personale politico, integrazione sociale, mobilitazione e partecipazione, definizione delle politiche pubbliche), non possiamo non notare che esse, ancor oggi, non possono che essere svolte dai partiti, certamente in forme nuove rispetto al passato, ma senza che davvero dei partiti si possa fare a meno. Soprattutto per i partiti che vogliano esprimere una cultura democratica e la difesa di interessi popolari. Insomma: articolare, rappresentare e ricomporre interessi sociali diffusi, proporre obiettivi di trasformazione sociale ispirati da ideali di giustizia e di uguaglianza, promuovere inclusione e coesione sociale, alimentare lo spirito civico dei cittadini attraverso la partecipazione, promuovere una visione della politica come azione collettiva… tutti questi potenziali compiti che i partiti democratici (non da soli, ma certo in modo decisivo), possono proporsi, sono compiti che esigono comunque un ben diverso modello di partito: non possono essere svolti da partiti che ‘funzionino’ in modo elitistico, elettoralistico o leaderistico. Sarebbe, come dire, una sorta di “contraddizione performativa”.

Si dice che la nostra sia oramai una “società liquida”. Ma è una società che, nondimeno, esprime una domanda latente di ‘identificazione’ e di ‘senso’: ebbene, questa domanda non è soddisfatta in pari misura da tutti gli attori di un sistema politico. E occorre chiedersi se l’unica, vera risposta non sia quella di ricostruire partiti in grado di formare e orientare l’opinione pubblica, non solo e non tanto di adeguarvisi; e quindi partiti con un’organizzazione diffusa in grado di attivare dei propri e autonomi canali di orientamento e formazione del ‘senso comune’ e strumenti in grado di consolidare e strutturare il proprio rapporto con l’elettorato. E di farlo anche attraverso pratiche innovative di democrazia interna. Alcuni partiti, certo, possono fare a meno di questa dimensione democratica e partecipativa; altri partiti, semplicemente, si condannano all’impotenza, se pensano di poter competere su un terreno che, strutturalmente, è favorevole all’avversario.

Certo, allo stato dei fatti, almeno in Italia, sembra un compito improbo, quello qui prospettato: abbiamo alle spalle almeno un trentennio che ha visto una programmatica ‘destrutturazione’ dei partiti che si collocano nell’area politica della sinistra. Si è colpevolmente scambiata la necessità di un profondo rinnovamento della cultura politica con il disinvolto smantellamento della struttura organizzativa ereditata dal passato: e, si sa, è molto facile smontare un’organizzazione complessa, molto più difficile ricostruirla ex novo. Ma, forse, si è ancora in tempo: in che modo, sarà uno dei temi politici dei prossimi mesi e anni.


La metamorfosi digitale dei partiti politici
Paolo Gerbaudo

Tra i tanti ritorni di cui si parla in questa conferenza – ritorno della politica, ritorno della sovranità, ritorno della centralità del lavoro, del conflitto di classe – c’è anche un ritorno del partito politico che forse tra tutti i ritorni è il più sorprendente e il più gravido di conseguenze. Negli ultimi anni la questione della forma-partito è tornata al centro del dibattito teorico e della pratica politica.

È tornato al centro del dibattito prima di tutto perché abbiamo assistito all’emergere di una serie di nuovi partiti politici: i partiti pirata nei paesi del Nord Europa, il Movimento 5 Stelle in Italia, Podemos in Spagna, France Insoumise in Francia, Razem in Polonia, ma anche organizzazioni di support come Momentum in Gran Bretagna.

Ma pure in senso più ampio per i tentativi di tanti partiti storici, social-democratici e conservatori di ristrutturarsi per evitare di scomparire di fronte alla competizione di nuovi attori. Pensiamo ad esempio alla recente dichiarazione del segretario del PD Nicola Zingaretti, secondo cui il suo partito dovrebbe diventare un partito digitale, o a simili esperimenti di Labour e PSOE.

Queste tendenze riportano alla ribalti dibattiti le cui origini risalgono agli albori della sociologia politica, al lavoro di giganti come Max Weber, Moisei Ostrogorski e Robert Michels. Le stesse domande che loro si ponevano a inizio Novecento tornano a essere rilevanti in questa nuova fase. Che cos’è il partito politico? Quali funzioni sociali svolge? Come dovrebbe essere organizzato per essere efficiente e democratico? E qual è il rapporto tra partito politico e società?

Io credo che nuove formazioni come 5 Stelle e Podemos siano le prime manifestazioni di un nuovo tipo di partito che descrivo nel mio lavoro come partito digitale. Perché partiti digitali? Perché questi partiti hanno sviluppato un modello organizzativo che ha l’ambizione di integrare le nuove forme di comunicazione e organizzazione che sono divenute dominanti nell’era digitale. Questo si vede prima di tutto nell’adozione da parte di questi partiti di piattaforme partecipative, anche chiamate portali di partecipazione. Si tratta di sistemi informatici come Rousseau nel caso del movimento 5 stelle o il portale Participa nel caso di Podemos, in cui gli iscritti possono compiere una serie di attività: partecipare a discussioni e votazioni come il referendum sulla strategia, donare fondi al partito, partecipare a sessioni di educazione politica e tecnica, ricevere informazioni su varie attività nella loro località.

Specie in Italia, queste piattaforme sono state banalizzate e derise dai commentatori che spesso le hanno presente come una stranezza ridicola o addirittura una minaccia alla costituzione e al sistema parlamentare. Certo, ci sono tante critiche giuste e motivate da fare a queste piattaforme e alla loro gestione. Tuttavia sarebbe meglio lasciare da parte un po’ della condiscendenza dell’intellighenzia di sinistra: questi sviluppi devono essere presi sul serio. Perché non si tratta di semplici giochetti, ma di strumenti che introducono un cambiamento profondo nella vita dei partiti politici, nelle forme di membership, di organizzazione e di potere, con conseguenze che vanno ben oltre il recinto dei nuovi partiti cosiddetti digitali. È questo cambiamento complessivo che bisogna comprendere.

L’introduzione di forme di democrazia digitale comporta un riassetto nella struttura e nel Sistema di potere dei partiti politici. Questo ridisegno significa una polarizzazione organizzativa una sorta di piramide vuota che rafforza gli estremi verticali del partito, sacrificando al contempo i livelli intermedi. Possiamo analizzare tale trasformazione rifacendoci alla discussione del partito politico di Antonio Gramsci. Per Gramsci esistono tre componenti fondamentali in un partito politico. Il primo è quello che chiama «un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo». Ora questa è ovviamente una condizione sine qua non di ogni partito. Non c’è partito senza base, elettorale e militanza.

Tuttavia, per Gramsci, ugualmente importante è la presenza di una leadership o quello che lui chiama l’elemento coesivo principale composto da «capitani affiatati, d’accordo tra loro, con fini comuni». Gramsci, al contrario dei pensatori postmoderni e assembleari, è fondamentalmente un verticista, perché vede la creazione di leadership come previa alla aggregazione di una base: «Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto vero che un esercito [già esistente] è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste». Quindi seguendo Gramsci operazioni come questa di creazione di classe dirigente in un contesto di deserto, non sono volontarismo, ma un passo logico verso la costruzione di un partito politico.

Infine Gramsci parla di un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto, non solo ‘fisico’, ma morale e intellettuale. Si tratta fondamentalmente dei quadri e funzionari di partito, i dirigenti locali, i militanti più attivi ecc., che fungono da cinghia di trasmissione tra leadership e base.

Quello che succede nei partiti digitali è che il primo e il secondo elemento vengono rafforzati o – verrebbe da dire – estremizzati, a scapito del terzo elemento, l’elemento medio. Da un lato emerge una ‘superbase’, in cui ai partecipanti viene assegnato quantomeno sulla carta un ruolo più significativo rispetto al passato. Dall’altro, e questa è la cosa in qualche modo inaspettata, la superbase va a braccetto con una iperleadership, un potere centralizzato concentrato in un leader carismatico (l’iperleader) e il suo diretto entourage, o per dirla con Weber, il suo staff carismatico.

Questa dinamica erode la funzione giocata dall’elemento intermedio, visto che viene tolto potere ai quadri intermedi, ai dirigenti locali, a tutto l’apparato tradizionale del partito, che viene accusato di distorcere il funzionamento democratico del partito. Perché è il corpo accusato in tempi di disintermediazione di essere un intermediario legittimo dove si sospetta che più si annidino quelle tendenze al carrierismo, al bizantinismo e al frazionismo che hanno allontanato tanti cittadini dalla politica. Roberto Fico in un’intervista per il mio nuovo libro dice che bisogna trasformare la politica nello stesso modo in cui AirBnb ha trasformato il settore dell’ospitalità.

Quindi, caratteristico in partiti estremamente diversi come il movimento 5 stelle, è il modo in cui eliminano il ruolo di relay organizzativo un tempo giocato dai quadri locali, prima di tutto spostando tutte le decisioni chiave su una piattaforma a livello nazionale, pur lasciando tutte le decisioni su questioni locali ai gruppi locali. Così questi partiti sono caratterizzati da avere un funzionariato estremamente ridotto, di massimo 100 persone, rispetto alle migliaia di persone che lavoravano per i partiti dell’era industriale. Inoltre definiscono i gruppi locali come strumenti di azione locale a partire da direttive decise a livello nazionale, piuttosto che come spazi decisionali.

L’emergere di una superbase è legato alla trasformazione dell’idea di membership. Iscriversi diventa estremamente facile, spesso tanto facile come iscriversi a un social media come Facebook o come Twitter, scrivendo semplicemente il proprio nome, cognome e email. Inoltre nella maggioranza dei casi, in modo simile a come succede con le compagnie digitali, l’iscrizione è gratuita. Inoltre l’iscrizione è per lo più a vita. Così come con Facebook, per togliersi dalla piattaforma bisogna disiscriversi attivamente. Questo significa che la barriera all’iscrizione viene abbassata in maniera radicale, i costi monetari e burocratici necessari all’iscrizione vengono abbattuti.

Pensiamo alla differenza tra questo stato di cose e quello dei partito tradizionali in cui Questo ha conseguenze importanti. Da un lato, diventa molto più rapido raccogliere iscritti e questo spiega la facilità con cui questi partiti abbiano raccolto così tanti iscritti in poco tempo. Dall’altro però rischia pure di svalutare la partecipazione politica, con il risultato che dei tanti iscritti spesso partecipa meno della metà eccetto per consultazioni chiave, come quella recente del 5 stelle.

In questo contesto, è vero che agli iscritti vengono forniti nuovi modi per interagire con il partito, fornendo idee e suggerimenti su politiche, eleggendo i propri dirigenti e partecipando in primarie, e in referendum interni. Tuttavia, non si tratta affatto di una disintermediazione assoluta in cui i membri decidono tutto. Questo grado di maggior libertà degli iscritti è infatti ampiamente controllato e diretto dalla iperleadership dall’alto.

E qui arriviamo all’iperleader. L’iperleader e tutta la struttura che sta attorno a lui è il nuovo mediatore, o il reintermediatore. Esempi sono Beppe Grillo nel primo 5 Stelle o Di Maio adesso, Pablo Iglesias in Podemos, Melenchon eccetera, ma pure Salvini, Alexandria Ocasio- Cortez e molti altri politici. L’iperlader è il portatore di una leadership spettacolare che assomiglia al comportamento di figure come gli influencer su Instagram o degli YouTuber. È una leadership fortemente carismatica che fa da tramite per il partito. Gramsci sosteneva che il moderno principe poteva solo essere il partito politico perché non c’era più spazio per i condottieri nel tempo presente.

Ora quali lezioni e implicazioni possiamo trarre da tutto questo? Io credo sia necessario evitare i preconcetti e partire dal fatto che ci sono molti punti di forza in questo modello organizzativo del partito digitale o del partito piattaforma. Questa nuova forma partito permette di fare i conti con la natura della società contemporanea, l’estrema individualizzazione dell’esperienza, e il desiderio dei cittadini di avere un controllo più diretto sulle decisioni politiche. Inoltre, è indubbio che si è dimostrato estremamente efficace da un punto di vista della mobilitazione e della performance elettorale. Poi, bisogna capire le ragioni per un certo sospetto verso la burocrazia di partito e i ras locali come possibili distorsori delle decisioni collettive.

Al contempo è evidente che questo tipo di partito ha elementi di forte debolezza. La sua estrema snellezza comporta difficoltà nelle fasi di latenza e bassa mobilitazione: fa fatica ad adempiere al ruolo aggregativo e di costruzione di comunità che è sempre stato un elemento fondamentale dei partiti politici di massa nel contesto europeo. È necessario accompagnare alle forme di partecipazione in rete forme di partecipazione fisica, dove ricostruire un senso di comunità, un affiatamento, una solidarietà, che è l’unico modo in cui si può garantire identità, senso di attaccamento e disciplina.

È necessario pensare a una forma ibrida che possa prendere elementi migliori del partito digitale, e recuperare forme di radicamento locale che erano proprie dei partiti massa. Qualunque sia in dettaglio la formula di sintesi quantomeno possiamo essere certi del fatto che a dispetto di tante profezie i partiti non sono spariti né spariranno. Sono ancora lo strumento fondamentale attraverso cui le classi popolari possono unire le forze e lottare contro l’oligarchia. È quindi prioritario ripartire dalla forma partito e adattarla al nostro tempo.


Conclusione
Stefano Fassina

Il ritorno della politica” è stato il titolo della prima edizione della scuola di formazione politica, promossa da Patria e Costituzione e sapientemente curata da Senso Comune, svolta a Frattocchie, all’inizio di settembre 2019. Un titolo lungimirante. Una località evocativa.

Un titolo lungimirante perché, dopo l’esplosione del Covid-19, la politica è ritornata protagonista: il ritorno della politica è evidente a tutti, invocato da tutti, anche dai più convinti seguaci del liberismo, seppur senza pentimenti e soltanto strumentalmente, come il gatto della poesia di Trilussa (“fo er socialista quanno sto a diggiuno, ma quanno magno sò conservatore!”). Il ritorno della politica sta dietro alla domanda di sicurezza per la salute; è implicito nella celebrazione degli eroi del welfare State, a cominciare dal personale della Sanità e dagli insegnanti della scuola pubblica; è presupposto dalla pretesa di soccorso finanziario da parte non soltanto del lavoro precario e intermittente, del popolo delle Partite Iva “Senza Ricevuta”, delle micro-imprese, ma finanche delle multinazionali italiane residenti nei paradisi fiscali dell’Unione europea. Il ritorno della politica si manifesta anche nella richiesta e nell’arrivo delle nazionalizzazioni (da Alitalia alle aziende in difficoltà affidate al potenziale di fuoco di Cassa Depositi e Prestiti dotata di 50 miliardi di munizioni); nell’estensione del ”golden power” a protezione degli asset economici nazionali anche dall’assalto di imprese europee; nel pentimento per il divorzio del Tesoro dalla Banca d’Italia e per la rinuncia all’autonomia monetaria.

Insomma, il titolo scelto per la scuola di formazione politica non è stata una (s)fortunata coincidenza. E’ stata la conseguenza della “lettura di fase” in base alla quale abbiamo avviato, come avanguardia tenace, il faticoso lavoro di ricostruzione culturale di una proposta politica capace di ridare rappresentanza e speranza adeguata alle fasce di popolo colpite da trent’anni di dominio dell’economia, di primato del mercato, di prevalenza dei principi di “libera concorrenza” dei Trattati europei sulla Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Per noi, infatti, non è il Covid-19 a determinare la rottura irreversibile del quadro regolativo neo-liberista e a portare sulla scena una incontenibile domanda di protezione sociale e identitaria (impressionante la fioritura spontanea di Tricolori dai balconi delle nostre città).

Nella nostra analisi, la pandemia esplosa in una remota provincia della Cina è “soltanto” fattore di intensificazione e accelerazione drammatica del cambio di stagione avvenuto nel biennio 2016-2018. La domanda di intervento pubblico per governare finanza e mercati, la domanda di un potere sovra-ordinato al delirio di onnipotenza dell’individuo consumatore sovrano, la domanda di Stato nazionale protettivo in grado di imporre l’interesse generale alla sicurezza sociale, l’abbiamo riconosciuta in tutti i passaggi elettorali pre-Covid-19. L’abbiamo letta nella vittoria del Si nel referendum sulla Brexit, ribadita nel successo di Boris Johnson nel secondo “referendum”, svolto in forma di voto per Westminster; nell’elezione di Trump alla Casa Bianca; nel consenso a Marine Le Pen e Jean-Luc Melénchon, quasi doppio rispetto a quello raccolto dal Presidente Macron al primo turno delle elezioni presidenziali in Francia; nei risultati di un filotto di elezioni politiche nel vecchio continente, in misura netta in Italia, dove i cosiddetti movimenti “populisti” e partiti “sovranisti” hanno messo in minoranza le forze politiche consolidate, più o meno impegnate in “große koalitionen”.

Gli interventi qui raccolti e gli altri che si possono ascoltare dall’archivio di Radio Radicale, a cominciare dalla lectio magistralis del prof Carlo Galli e dagli speech degli ospiti de La France Insoumise, Mas Madrid, Podemos e Linke, consentono di approfondire i punti fondamentali per affrontare la fase di ricostruzione morale, intellettuale e economica post Covid-19. Infine, Frattocchie, frazione di Marino, area metropolitana di Roma, sede della storica scuola di formazione politica dei “quadri” del Partito Comunista Italiano. Nessuna pretesa, ovviamente, di arrivare a quei livelli capacità politica. Nessuna deriva nostalgica. Ma la consapevolezza che un partito, tanto più il partito delle classi sociali sprovviste di mezzi culturali propri, come sottolineava sempre Alfredo Reichlin, è innanzitutto un’avventura culturale, una cultura politica, non soltanto di ristretti gruppi dirigenti, ma condivisa dall’intera organizzazione. Frattocchie, quindi, perché nel passaggio di fase in corso, senza rigenerare una cultura politica autonoma, fuori dalla gabbia dell’ideologia liberista, è impraticabile l’avvio di un partito adeguato a “costruire” il popolo delle periferie, a renderlo classe dirigente in grado di rappresentarsi e migliorare le proprie condizioni materiali di vita.

Dobbiamo continuare, siamo sulla strada giusta. Torneremo a Frattocchie, all’inizio del prossimo settembre, per la seconda edizione della scuola di formazione promossa da Patria e Costituzione e curata da Senso Comune.

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