Note per il progetto politico di Patria e Costituzione

L’evento Covid-19 è stato solo l’ultima manifestazione della crisi del neoliberismo, disve-lando però le grandi diseguaglianze che si sono create negli ultimi 30 anni e aggravate nell’ultimo decennio.
E’ emerso, con forza, un nuovo quadro geopolitico con la Cina, potenza egemone accan-to al declino dell’Europa e degli USA e un protagonismo della Russia che via via ha oc-cupato molti degli spazi lasciati vuoti dagli americani.
Il tutto dentro una nuova dislocazione dei poteri che ha visto crescere il peso della poten-za digitale rispetto a finanza ed economia.
Tutto questo accompagnato da una mutazione generale che viaggia verso il capitalismo della sorveglianza. L’insieme delle strutture statali, di governo ed in genere le classi diri-genti del nostro Paese hanno mostrato tutta la loro fragilità ed inadeguatezza nell’emergenza Covid-19. Paghiamo le teorie del piccolo è bello, dell’abbandono di politi-che industriali e il forte ridimensionamento dello stato sociale. Ma, soprattutto, il progres-sivo logoramento delle funzioni statali e la perdita di sovranità ad ogni livello.

Il terreno di gioco della politica italiana si è profondamente modificato rispetto al risultato delle ultime elezioni politiche del 2018. Si tratta di un processo in corso, in forme diverse e tempi specifici, in tutto l’Occidente.

I tre “poli”, di differente portata elettorale, definiti allora dalle urne (in ordine di grandezza, il polo “populista”, il polo allora disomogeneo e instabile delle destre e il polo dell’establishment), sono stati ridislocati in due “campi”: il campo nazionalista e il campo “anti-nazionalista”. La definizione solo in negativo di tale campo è “il” problema da af-frontare. Per ora è un campo esclusivamente valoriale, quindi debole, senza progetto po-litico.

Il campo nazionalista è frutto, innanzitutto, dell’iniziativa del leader della Lega e, in secon-do luogo ma sempre di più, di FdI. Le destre hanno colto, per cinico opportunismo e ra-gioni genetiche, prima degli altri attori politici, il cambio di stagione. Riconoscono, come dato di fase, le domande di protezione sociale e, non meno importante, quelle di protezio-ne identitaria. Partendo da questo, le alimentano e le cavalcano. Sentono il “Momento Polanyi”: una fase drammaticamente accelerata e acuita dal Covid-19, ma già emersa alla superficie elettorale con il referendum sulla Brexit, con la vittoria di Trump, con un fi-lotto di successi di partiti nazionalisti ovunque nell’Ue. In questo contesto, nel caso italia-no, viene marginalizzata FI, la quale resiste nel Mezzogiorno, grazie al consenso organiz-zato e alla sostanziale subalternità alla Lega di Salvini e FdI.

Il campo nazionalista è un campo largamente omogeneo, pur inevitabilmente segnato da rivalità nella leadership, dalla presenza significativa della Lega nei governi regionali e da connessioni profonde e estese con l’establishment industriale e finanziario.

Il campo “anti-nazionalista” è, invece, disomogeneo e segnato da contraddizioni acute. È strutturato intorno a due raggruppamenti di interessi, divergenti in rapporto al mercato globale e al mercato unico europeo.

Da una parte si trova il raggruppamento di quanti sono ancora, seppur in misura enor-memente diversa, “beneficiati” dalla globalizzazione. Questo raggruppamento è rap-presentato dal Pd, dai suoi satelliti di destra e di sinistra e, sul piano sociale, da pezzi di Confindustria e dalla parte più burocratica e corporativa di ciò che resta delle vecchie organizzazioni collaterali. Dall’altra parte si trova il raggruppamento dei colpiti, con intensità varie, dalla globalizzazione, espresso dal M5S e, sul versante sociale, da una parte del sindacalismo e da neo-costituiti movimenti dei giovani, del lavoro auto-nomo e parasubordinato e della micro-impresa.

Insomma, i campi sono due. La “Terza via” dei grillini doc non esiste più e non può più esistere. Per diverse ragioni.

In primo luogo, perché si è strutturato, non solo in Italia, un campo di destra fortemente connotato sul versante ideologico, ufficialmente rivolto ai ceti popolari, sebbene attento a nascondere dietro al “nemico esterno”, agli “alieni” (dai migranti, ai tedeschi, agli olandesi) i veri responsabili della dilagante sofferenza sociale. È guidato da leadership non meno rinnovate di quelle grilline e a capo di partiti apparentemente re-inventati, come la Lega di Salvini e i FdI di Giorgia Meloni.

La seconda ragione dell’impossibilità di riprodurre il trasversalismo del recente passato discende dalla funzione di governo. Governare vuol dire scegliere, separare, prendere posizione sul terreno degli interessi materiali. Si sta dalla parte degli interessi più deboli o dalla parte degli interessi più forti: il reddito di cittadinanza o la flat tax; la nazionalizzazio-ne del sistema autostradale o una blanda multa al gruppo Atlantia; lo stop alle trivelle o la difesa del petrolio.

Il principale problema di fronte a noi è la difficoltà del M5S a re-interpretare la sua essen-ziale funzione storica nel mutato quadro di fase. E, conseguentemente, a consolidare la rappresentanza dei suoi interessi di riferimento. Una difficoltà dovuta, da un lato, alla re-sponsabilità di governo nazionale e locale, inevitabilmente costretta in limiti oggettivi; dall’altro all’assenza di una “forma-partito” funzionale a guidare l’azione di governo e a se-lezionare gruppi dirigenti adeguati alle sfide sul terreno.

Allo stesso tempo dobbiamo riscontrare l’inerzia culturale, politica e di classi dirigenti del Pd, ancora prigioniero del blairismo e dell’europeismo liberista e resistente ai messaggi di discontinuità.

Di fronte a tale quadro, la nostra missione, che si colloca saldamente nella metà del campo anti-nazionalista, è duplice.

Innanzitutto, puntiamo a recuperare e rafforzare la rappresentanza dei “colpiti” dal merca-to globale e dal mercato unico europeo: donne, precari, disoccupati, lavoratrici e lavora-tori dei servizi, cooperative vere e microimprese, piccoli artigiani e commercianti, profes-sionisti dipendenti dalla domanda interna. In sintesi un progetto di costruzione di un nuovo blocco sociale tra il mondo del lavoro e la classe media impoverita, in larga misura con-centrata nelle immense periferie urbane e nel Mezzogiorno. Insomma, lavoriamo a rac-cogliere le domande di protezione sociale e la rabbia anti-sistema, espresse da tali fasce di popolo ed efficacemente intercettate dai grillini nella facile collocazione dell’opposizione, e che ora vanno trattenute nel nostro campo. Va sottolineato che il calo del M5S, in una valutazione complessiva, diventa un aggravamento dello scenario se il consenso in uscita va nell’astensione o transita nel campo nazionalista.

In tale contesto in movimento, il Pd, innanzitutto a causa delle sue constituency cosmo-polite, incontra ostacoli strutturali a rappresentare interessi così profondamente diversi. Da qui discende che il nostro interlocutore primario è il M5S: primario, ma non esclusivo o “a prescindere” (ad esempio, una ri-candidatura di Virginia Raggi rende impraticabile a Roma il rapporto a livello locale). Le forme dell’interlocuzione dipendono dalle modalità possibili in ciascun contesto e, innanzitutto, dalle scelte “congressuali” del M5S.

Il Pd non è per forza un avversario: è un possibile alleato nel campo comune. Siamo soggetti distinti, ma cooperativi. La battaglia per la giustizia sociale sul terreno materiale non deve essere disgiunta da quella per tenere vivi i valori progressisti nelle nostre socie-tà.

La legge elettorale è variabile importante e da tener presente. Turno unico delle elezioni regionali; doppio turno delle elezioni comunali; proporzionale con sbarramento significati-vo per le elezioni politiche e europee implicano “giochi” molto diversi. Sul versante eletto-rale, dobbiamo puntare a stare con una lista autonoma, ma non autoreferenziale, né di testimonianza, da collocare a seconda delle condizioni.

A partire da Roma, dovremmo definire un nome da radicare, anche nel contesto nazio-nale. Il nome da mettere in campo nell’agone elettorale non può essere Patria e Costitu-zione, in quanto è nostro e comunque difficile da “indossare” per una parte dei nostri compagni di strada delle sinistra storica. La scelta che abbiamo compiuto di fondare una larga coalizione sociale, “RomaVentuno”, il progetto politico ed elettorale per il Campido-glio, è sin dal nome segno di discontinuità rispetto alle esperienze compiute fino ad oggi, ossia sommatorie dei cocci dei gruppi dirigenti delle sinistre per estemporanei cartelli elet-torali.

La nostra seconda missione è, invece, sul terreno culturale. La dobbiamo rivolgere a tutto il campo “anti-nazionalista” per condividere, in primo luogo, l’analisi di fase e, con la gra-dualità necessaria, arrivare ad un progetto in positivo, condiviso dai protagonisti politici, sebbene interpretato in relazione ad interessi diversi. Dovrebbe essere, nel nostro lessico, il progetto della sovranità popolare e costituzionale. Qui è invece utile il lavoro di Patria e Costituzione. Il secondo appuntamento della scuola di politica di Frattocchie è, quindi, da organizzare. Sono infatti da rafforzare e rilanciare i cavalli di battaglia attorno ai quali ab-biamo mosso i primi passi: la critica dell’europeismo reale, le questioni dello Stato im-prenditore, della transizione ecologica e del partito come perno necessario della rappre-sentanza e dell’organizzazione politica dei ceti popolari e come strumento potenzialmente in grado di ricomporre un tessuto di movimenti sociali allo stato delle cose effervescente ma troppo disarticolato.

In conclusione, non vogliamo costruire l’ennesima lista con l’obiettivo di raccogliere tutto cioè che si muove a sinistra del Partito Democratico nel tentativo di raggiungere il 3 o il 4 per cento, di volta in volta necessario per permettere a gruppi dirigenti asfittici di perpe-tuare il proprio ruolo. Non vogliamo neppure costruire soltanto un’area culturale o di opi-nione, per quanto di studio, di elaborazione e formazione politica ci sia indubbiamente bi-sogno.

Vogliamo dare vita ad un movimento politico con l’ambizione di rappresentare le periferie sociali, economiche, culturali, non soltanto urbane. Non è possibile lasciare in mano alla destra i loro destini, ma non si fermano i “barbari” con una “Santa Alleanza” valoriale dei benestanti. Serve radicare nel territorio, non soltanto sui social, un progetto politico preci-so e coerente, efficace a migliorare le condizioni materiali di vita di chi soffre per il lavoro, la casa, la scuola o la sanità.

Ci rivolgiamo agli uomini e alle donne impegnate in associazioni, movimenti di lotta, reti civiche, iniziative culturali, comitati territoriali per il lavoro, per la conversione ecologica, per la solidarietà. Vi proponiamo di lavorare insieme sia a livello nazionale, sia nei territori per definire il progetto politico, il programma e la classe dirigente in ciascun passaggio elettorale.

Siamo profondamente rispettosi della discussione in corso tanto nel M5S. Auspichiamo possa produrre un’analisi di fase convergente a quella qui accennata e far maturare la di-sponibilità all’iniziativa politica congiunta, consapevoli della vicinanza nelle aspirazioni a dare voce alle stesse fasce sociali e territoriali.

Sappiamo che è un percorso arduo e che non bisogna farsi prendere da ansie elettorali o aspettarsi risultati immediati. Ci vorrà tempo, pazienza e coraggio. Il cammino è indub-biamente lungo, ma è davvero urgente cominciarlo.

Roma 5 giugno 2020
Direttivo Patria e Costituzione

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Commento di Giuseppe Davicino

Siamo in una fase politica molto fluida, influenzata sopra ogni cosa da due fattori di ordine internazionale: la contrapposizione tra Bce e Corte di Karlsruhe e le elezioni americane. Da come evolveranno queste due sfide dipenderà in buona parte quale sarà il futuro prossimo del Paese.

È vero che il terreno di gioco della politica italiana si è profondamente modificato rispetto al 2018, ma verosimilmente nel senso che la cosiddetta “antipolitica” appare più forte di allora. Sia le forze di governo che la destra che sta all’opposizione appaiono logore per effetto della crisi da virus che si aggiunge alla situazione precedente di crisi da politiche deflattive.

Il voto dettato da precisi interessi e quello ideologico sono minoritari. In mezzo vi è quella massa di elettorato di classe media impoverita che ha vagabondato da Renzi a Grillo, a Salvini. Giusta la preoccupazione di attrarlo il più possibile verso il nostro campo, che per me rimane il centrosinistra, ma che non considero affatto sinonimo di “anti-nazionalista.

Anche perché in una situazione sociale ed economica così incandescente come quella attuale, è un gioco relativamente facile per quei soggetti e servizi organizzati e ben finanziati per le operazioni di gatekeeping, far nascere nuovamente un terzo polo, sfruttando il profondo clima di sfiducia verso tutti gli attuali partiti e schieramenti.

Un rischio che credo si possa contrastare essenzialmente in due modi: facendo pressione sul governo e sul ministero dell’Economia, non solo Gualtieri ma anche, e forse soprattutto sulla struttura tecnica di via XX Settembre, perché immettano in circolazione tutta la liquidità necessaria alla ripartenza del Paese, finanziata con l’emissione di titoli pubblici. Dopo l’ulteriore ampliamento del programma di acquisto della Bce non ci sono più alibi: si deve spendere in misura adeguata e presto. E nel contempo stare alla larga da Mes e Recovery Fund, almeno per guadagnare tempo.

Ma poi, in secondo luogo, l’altra cosa ancora più importante è provare a definire un orizzonte di azione. Partendo da una diversa narrazione dell’emergenza covid-19, non tanto per recriminare col senno del poi su ciò che è stato, ma per guardare al futuro. In questa fase serve come non mai che qualcuno, anche nel campo del centrosinistra, cominci a dire che ormai la situazione sanitaria è sotto controllo, che dal virus se ne esce eminentemente per decisione politica, non tecnica. Che il prolungamento indefinito delle misure di sicurezza sta ormai provocando più danni collaterali che benefici.

In prospettiva va assunto come punto centrale la necessità di dare una risposta democratica al “capitalismo della sorveglianza”. È giunto il momento di fare una scelta fra la democrazia e il nuovo totitarismo energente a livello globale, sostenuto dall’asse tra Deep State americano (in questo momento a sostegno del candidato democratico ma solo perché è Biden e non Sanders, ma trasversale tra democratici e repubblicani), Germania e Cina.

Occorre denunciare lo sproporzionato clima di allarmismo mediatico sul virus che ha contribuito a mandare in tilt i sistemi sanitari di mezzo mondo. Una guerra è in corso per il potere mondiale. Ormai grandi potentati economico-finanziari, insieme ai big del digitale, i GAFA e affini come Microsoft, vedono vicino il traguardo del governo totalitario mondiale, con il controllo completo della vita e delle attività economiche delle persone, il cui vettore politico e istituzionale viene da costoro individuato nel mix tra ordoliberismo tedesco e capitalismo dittatoriale cinese. Gli ostacoli che si frappongono a tale disegno vanno sconfitti. Uno è la Russia. L’altro è quello delle Costituzioni nazionali degli stati europei. In Italia quello che non hanno ottenuto con Renzi per scardinare la Costituzione lo stanno ottenendo col virus. Ma il principale ostacolo sono gli Stati Uniti. Il progetto globalista intende “diluire” la supremazia americana, attraverso “cessioni di sovranità” in organismi internazionali composti da tecnici e da persone manovrabili e finanziate da corporation private, senza più alcun controllo democratico. L’Oms fornisce un esempio lampante di come va a finire tale modello.
Per questo ritengo preferibile parlare di campo democratico, alternativo ai nazionalismo e alle destre.

La sfida però credo sia quella di costruire qualcosa per far capire alla maggioranza dell’elettorato, disorientato e diseredato, che nel centrosinistra c’è ancora qualche segnale di vita e non è nella sua interezza subordinato al disegno totalitario globale che sta avanzando in questo secolo, ed a cui dobbiamo contrapporre il ritorno all’accesso al potere e al governo per i ceti intermedi e lavoratori.


2) Commento di Lorenzo Palaia

Trovo molto condivisibile che si decida di mettere al centro – come tratto caratteristico di questa formazione – i temi che sono stati menzionati: la necessità di rappresentare gli sconfitti della globalizzazione, le tutela delle nuove forme di lavoro, l’ambiente, la Costituzione nei suoi valori fondativi ecc. Questo è fondamentale per costruire una sensibilità comune. Tuttavia non sempre sono d’accordo sul modo in cui vi si arriva, che è ugualmente importante, perché riguarda l’analisi e la strategia, cioè tutto. È utile, quando riflettiamo tra di noi (meglio non riportarlo fuori!), provare a definire il campo in cui ci si vuole muovere, con chi, e per andare dove. Tento allora di dare la mia interpretazione.

Soffriamo di un clima ideologico molto confuso in almeno tutto l’Occidente, come è naturale che sia quando un sistema intero entra in una fase di crisi dopo che a molti era sembrato solido. Così ci possiamo imbattere nel paradosso di riscontrare che visioni simili vengono condivise da partiti e formazioni tra loro antagoniste, mentre nella stessa compagine si trovano differenze che a volte sono persino incolmabili. Questo vuol dire abbandonare almeno in parte la semplificazione in nazionalisti e antinazionalisti. In questa fase di passaggio sono nati movimenti come il 5 Stelle – ma l’Italia non è l’unico caso – che hanno provato a interpretarla togliendo del tutto gli steccati (“né di destra né di sinistra”) ma non ci sono riusciti. Era prevedibile, perché bisogna saper cogliere le contraddizioni dello spettro politico senza far finta che non ci siano differenze, cedendo al tentativo di semplificare. Infatti stiamo assistendo a un processo di diaspora dei pentastellati, che in parte seguono la sinistra, in parte la destra, mentre altri si guardano intorno spauriti, sia nell’elettorato che i loro rappresentanti. A mio avviso la denominazione più pregnante rimane quella in sinistra-centro-destra, che ogni Paese articola a modo suo.

In Italia abbiamo un centro liberale (+Europa, FI, IV ecc.) che rimane su percentuali a una cifra, e può fare da ago della bilancia nella formazione dei governi. Nel ramo di destra, al momento più forte, c’è una composizione che non è solo nazionalista. La lega infatti non lo è in larga parte, perlomeno non in modo tradizionale, mentre lo è FdI. Non è neanche del tutto sovranista, perché buona parte dello zoccolo imprenditoriale leghista non ha mai condiviso l’antieuropeismo. Sicché dallo stesso lato della barricata ci sono protezionisti e liberisti. Ma il ramo di destra dello schieramento non è neanche più definibile come autoritario: siamo al paradosso che si è rivelata la sinistra al governo quella meno rispettosa delle garanzie costituzionali, soprattutto negli ultimi mesi di pandemia, anche se la destra continua a proporre il presidenzialismo. È sicuramente un campo tradizionalista e conservatore, che brandisce i simboli religiosi ma non li pratica, e forse neanche li conosce, ma non è un campo cattolico in senso classico, e in larga parte è un pochino di tutte quelle cose che ho citato ma complessivamente nessuna di quelle.

Siamo certi che Patria e Costituzione non si colloca nei primi due campi: si colloca nel terzo, che a questo punto chiamerò sinistra. Anche in questo caso l’omogeneità non è affatto scontata, e spesso neanche la somiglianza tra le forze che lo abitano. È un campo progressista, nel senso dell’accettazione acritica di quello che l’ordine mondiale passa, ma non del tutto; ci sono, a partire dal Movimento 5 Stelle – sempre più ampi spazi di dissenso. È spesso un campo liberista e globalista, ma non del tutto; persistono alcuni soggetti con la consapevolezza delle disuguaglianze, anche se manca l’intelligenza di tirarne le conclusioni. È forse un fronte “antinazionale” in molte accezioni, ma non per i settori (pochi magari) che si oppongono al regionalismo differenziato: su questo si dà prova di essere più nazionali della destra. Sull’ecologia anche esistono diverse sensibilità, per non parlare del diritto del lavoro, di cui la sinistra è stata la principale picconatrice. Forse c’è più omogeneità sui diritti civili, ma questi sono temi cari anche al centro liberale. Qualcuno magari potrebbe essere tentato di vedere nella sinistra uno spirito unitario nel guardare la storia, ma non dimentichiamoci che la mozione europarlamentare sull’equiparazione del comunismo al nazismo è stata votata entusiasticamente dai socialisti.

Tenere presente questo quadro molto composito serve a noi per avere una bussola e non cadere nelle semplificazioni d’analisi, anche se la tentazione di farlo per economizzare la comprensione e disfarsi di concetti impopolari è forte. Ci si potrebbe chiedere allora cosa permette di individuare i tre campi: non so rispondere e lascio la domanda sospesa. Ma la collocazione ideologica prescinde dai soggetti che contingentemente la occupano: dire di collocarsi a sinistra non vuol dire dover poi sempre e ad ogni costo dare la fiducia a qualunque governo che da quella parte viene proposto, perché la metà campo è sempre la stessa ma i giocatori vengono continuamente rimpiazzati. Un sistema elettorale non bipolare in questo dà anche un certo vantaggio. Con questo non sto suggerendo necessariamente di togliere l’appoggio al governo, perché vanno valutate anche le alternative. Va poi detto che la strategia è solo uno strumento, mentre il lavoro politico nei suoi scopi è molto diverso; e lo strumento ha la caratteristica di servire solo esclusivamente a fare il lavoro: se non è adatto si cambia. Il lavoro vero e proprio per una formazione come la nostra è quello di dare voce agli interessi di chi è escluso da ogni rappresentanza politica, ed è stato messo ai margini della società come un rifiuto in questi anni di dominio anarchico del capitale. Trovo che il progetto di Roma Ventuno vada in questa direzione, e che senza un radicamento locale forte non si costruisce un solido blocco sociale nazionale, mentre si rischia di bruciarsi alla prima tornata di elezioni politiche, come è giù successo spesso in quest’ultimo decennio a varie liste di sinistra, senza il bisogno di farne un elenco. Sarebbe auspicabile che anche in altri comuni si facesse lo stesso.


3) Commento di Carla Diddi

Condivido i contenuti. Penso si debba avviare una riflessione sul “come”, garantendo pratiche di partecipazione attiva e decidente. Su questi contenuti sarebbe da subito necessaria una prima condivisione in collettivo per delineare anche spazi organizzativi e flussi di rete inclusiva.
A presto.

4) Commento di Edoardo Nannetti

Intanto mi complimento per la scelta di ripartire e di porre alla discussione un documento politico: c’è bisogno di marcare la presenza di un soggetto portatore di una prospettiva nuova coerente col cambio di fase.

Prima di entrare nel merito del documento devo fare un rilievo generale ed un invito.

Le note presentate rappresentano più un documento politico di natura prevalentemente tattica mentre danno per scontati, con fugaci riferimenti, i temi fondanti che connotano appunto il cambio di fase e le linee di fondo su cui è nata Patria e Costituzione. Questo potrebbe anche andare bene se esistesse però un documento fondativo. Si potrebbe dire, ma allora bisogna dirlo bene, che il documento fondativo è quello su cui è nata Patria e Costituzione e, personalmente, non ci troverei niente di male: è un documento che tocca i punti salienti e rappresenta una discontinuità rispetto alla sinistra atrofizzata e cosmopolita  nonchè euro acritica.

Ora però  ricordo che all’assemblea di Roma al termine del seminario di Frattochie si era avvertita la necessità di integrare il tutto e di scrivere un nuovo manifesto fondativo: commissione ad hoc coordinata da D’Antoni. Mi pare evidente che non ha auto seguito. Penso che la questione vada ripresa perché senza un manifesto fondativo che precisi ed approfondisca il significato di tante questione relative al passaggio di fase, nessun progetto di lungo periodo può avere la tenuta necessaria, non può reggere alle inevitabili differenziazioni su questioni periferiche che possono intervenire, non può attrezzarsi per gli inevitabili aggiustamenti che la situazione richiede, non può esprimere un’identità attrattiva che ci differenzi dal mero affastellamento di frasi che chiunque può dire. Allora auspico che questo documento si scriva e che si precisi il significato di cose come passaggio di fase, esigenza di protezione, deficit di sovranità quindi quale sovranità, quale critica all’europa ed al suo sistema monetario e non solo, cosa significa bisogno di protezione anche identitaria (a proposito, come si fa a parlare di questo se la nostra identità è poco visibile?) e come si differenzia dalle strumentalizzazioni della destra ecc. Il proseguimento del lavoro culturale è certo importante ma non può restare a Frattocchie, deve tradirsi in un manifesto fondativo e poi proseguire. Nel discorso sui fondamentali metterei anche la questione del nome. Certo che liste comuni con altri consentono di non spendere il nostro nome;ma per quanto riguarda il soggetto che vogliamo essere il nome è legato all’identità e, secondo me, non può essere sostituito con nomi indefiniti come ce ne sono tanti. Io penso che Patria e Costituzione vada benissimo e sintetizzi bene il discorso; anche sovranità costituzionale potrebbe servire al caso ma una fermezza anche nel nome originario da già un messaggio di affidabile continuità. Comunque il tema sovranità è essenziale.

Detto questo posso anche dire qualche parola sulle note ‘tattiche’ diffuse in questi giorni.

Mi pare che vada spiegato meglio quello che appare una contraddizione: so contesta da un lato il ‘piccolo è bello’ e, dall’altro,ci si schiera socialmente dalla parte dei piccoli che vivono del mercato interno. Più in generale un tema nostro è sempre stato quello di distinguere tra borghesia mercatista che si basa sulle esportazioni e sull’impostazione liberista europea, ed imprese che vivono del mercato interno; inoltre mi pare che si sia sempre sostenuta la necessità di puntare maggiormente sul mercato interno mentre qui sembra che l’obbiettivo sia l’aumento delle esportazioni. Forse c’è un groviglio da eccesso di sintesi che  però credo vada dipanato (a meno che non sia espressione di una contraddizione politica, nel qual caso va esplicitata).

Il passaggio alla definizione dei rapporti con i vari soggetti politici in campo e l’opzione privilegiata per i M5S mi pare un po’ frettoloso. Ogni azione tattica e di costruzione di rapporti politici con altri partiti, richiede una ben radicata identità e strategia, altrimenti si sta in una posizione precaria in cui si delega ad altri la propria esistenza. Se poi si fa affidamento su M5S, la cosa è ancor più precaria per le inadeguatezze di quel movimento segnalate anche nel documento e per la poco chiara connotazione delle varie componenti del M5S. Non vorrei poi che qualcuno pensasse di utilizzare la leadership di qualche dirigente attuale per cavalcarne doti carismatiche o simili. Per essere chiari se si pensa di affidarsi a personaggi come di battista, totalmente inaffidabili che dicono tutto ed il suo contrario secondo le convenienze dell’attimo fuggente, credo che equivarrebbe ad un suicidio. Quindi avanti con cautela, sapendo comunque che per rapportarsi con qualcuno prima bisogna esistere con una propria identità.

La collocazione nel campo antinazionalista va bene ma a patto che non costituisca l’abbandono della richiesta di sovranità costituzionale che, a questo punto, andrebbe sostanziata con proposte precise.

Nel documento si dice giustamente che va portata la nostra proposta alla discussione ed al confronto con tutto il campo antinazionalista: proprio questo richiede chiarezza e nettezza di pensiero. Capisco che sul piano elettorale si debbano cercare alleanze ed un nome della lista che sia condiviso dai soggetti che ne fanno parte; tuttavia non credo si debba escludersi a priori di partecipare ad elezioni direttamente come Patria e Costituzione se la situazione lo consente o lo impone. Comunque Patria e Costituzione deve esistere come tale per tutto il resto del lavoro politico. Identità e capacità di stare nello spazio politico senza settarismi sono cose che possono stare insieme. Spero che la discussione continui e che prosegua il radicamento territoriale. Grazie del vostro lavoro.

 

 

 

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