Confindustria tenta di ipotecare il futuro

Il discorso di insediamento di Carlo Bonomi a Presidente di Confindustria ha ripreso, semmai esacerbandole, tutte le tematiche polemiche e direttamente politiche di cui l’industriale lombardo si era fatto portatore nell’ultimo periodo. Ricapitoliamone sommariamente i capisaldi, per poi illustrare il contesto all’interno della quale la nuova aggressiva strategia degli industriali si colloca, per prospettare infine adeguate misure alternative di contrasto.

1. Forte accento posto sulla necessità di mantenere operante il vincolo esterno che tiene il Paese legato alle istituzioni dell’europa reale, con un riferimento nemmeno troppo velato alla necessità di ritornare i fretta ad abbattere il debito pubblico, presumibilmente mediante manovre di austerità.

2. Attacco alla burocrazia e al sistema fiscale descritti come oppressivi. Si tratta di un cavallo di battaglia storico dei nostri industriali, in parte giustificato, ma che allude nemmeno troppo velatamente alla necessità, in una fase di crisi e di concorrenza estrema tra imprese e sistemi di impresa export-led, di abbattere i contributi fiscali per le imprese e i grandi patrimoni, oltre ai vincoli di natura urbanistica e ambientale. Nonostante la discontinuità nelle politiche economiche e fiscali invocata da Bonomi, prendiamo atto che in realtà egli nel suo discorso invita a percorrere un trend ormai già operante da quarto di secolo.

3. Decentralizzazione della contrattazione salariale e contrattuale in genere, in omaggio all’avvenuto superamento del sistema di fabbrica taylorista (bontà sua, il neoletto presidente riconosce che in quel clima la conquista dello Statuto dei Lavoratori, di cui ricorre il cinquantenario, era più che giustificata: come a dire, oggi non più): più flessibilità, più welfare aziendale, più smart working con annessa richiesta si reintroduzione del cottimo sotto mentite spoglie (il dipendente che lavora da casa deve essere pagato in base alle ore lavorate o agli obiettivi? si chiede il nostro).

4. Attacco a testa bassa verso ogni ipotesi di stato imprenditore. Lo Stato deve garantire investimenti pubblici nelle infrastrutture, ma guai se i pubblici poteri pensassero di poter orientare la politica industriale. E lo stato, cioè la collettività, deve fare da ammortizzatore per le perdite dei grandi gruppi: in una situazione di crisi, in cui la competizione capitalistica non è finalizzata a maggiori guadagni ma a minori perdite, avere una collettività di cittadini sulla quale scaricare una parte del peso delle perdite stesse non è vantaggio competitivo da poco.

Si tratta di un modello di uscita dalla crisi di tipo interamente privatistico. Conosciamo bene il funzionamento del modello privatistico, poiché è quello operante, incontrastato, da anni in tutto l’Occidente. Conosciamo la filosofia generale che vi sta dietro, e cioè che tocchi all’impresa privata regolare le dinamiche salariali, occupazionali ed in ultima istanza sociali del Paese nel suo complesso. E conosciamo bene i meccanismi che lo sorreggono: sgravi fiscali, deregulation ambientale ed urbanistica, deroghe ai contratti nazionali del lavoro, riduzione dei diritti e aumento della precarietà.

Per smentire l’efficacia di questo tipo di ricette basterebbe ed avanzerebbe, se non altro, la semplice esperienza: sarebbe suicida proseguire su di una strada che ci ha portato dove oggi ci troviamo, con la crisi sanitaria che non ha fatto altro se non esasperare tendenze già in atto da anni. Povertà e precarietà diffuse, malfunzionamento e sottofinanziamento dei servizi pubblici essenziali, debito pubblico alle stelle che tuttavia non produce ripresa economica, assorbito com’è dagli interessi pagati ai grandi gruppi finanziari, dalla rendita e dalla speculazione.

La strada alternativa è la strada dell’inversione totale di tendenza, la strada che da più parti comincia ad essere conosciuta come quella dello Stato imprenditore. Lo Stato imprenditore dovrebbe essere la leva per favorire l’innovazione tecnologica e la riconversione ecologica della nostra economia. E dovrebbe essere strumento per combattere le piaghe della disoccupazione, della sottoccupazione, del precariato e del lavoro nero.

La scelta tra le due ricette, così agli antipodi l’una dell’altra, non può essere demandata alla tecnica. Esse comportano divergenze radicali, comportano una lotta tra interessi sociali divergenti. Comportano insomma il ritorno della politica.

Tommaso Nencioni

 

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