Gramsci. Eretico e comunista

Il 27 aprile è l’anniversario della morte di Antonio Gramsci. Vi riproponiamo qui un articolo di Rossana Rossanda pubblicato sul Manifesto nel gennaio 1991, alla vigilia di un congresso che avrebbe sancito lo scioglimento del Pci e la coagulazione di un nuovo soggetto politico, il Pds, non classista e meno che mai rivoluzionario, Rossanda coglie l’occasione del centenario della nascita di Antonio Gramsci per individuare i nodi della sua ricerca di militante rivoluzionario e le lezioni ancora attuali. Un testo di grande concentrazione e di grande forza di persuasione.

Gramsci. Eretico e comunista (di Rossana Rossanda)

Non è senza imbarazzo che il Partito comunista italiano celebra l’anniversario di Antonio Gramsci alle soglie di quel XX congresso nel quale cambierà nome, simbolo e progetto politico. Paradossalmente è la natura decisamente antistaliniana di Gramsci a farne un personaggio non piegabile alle ragioni della «svolta» di Occhetto. Egli dimostra infatti come nessun altro che si può essere comunisti e non totalitari, comunisti e non giacobini, comunisti e non legati a uno schema impoverente di lettura della realtà, comunisti e sostenitori o portatori di un radicale dissenso.

Figura scomoda dunque per chi sostiene che comunismo e stalinismo sono la stessa cosa. O leninismo o trotzkismo. Gramsci non si può dire del tutto leninista («La rivoluzione contro il capitale») e per nulla trotzkista; nel 1926 si oppose alla condanna di Trotzki non perché ne condividesse le posizioni, ma per la rottura che Stalin induceva nel gruppo dirigente bolscevico mentre si spegneva ogni prospettiva di rivoluzione in Europa. A lui un partito comunista che volesse seriamente ripensare il suo metodo e trarre categorie di analisi non riducibili alla vulgata marxista, poteva davvero riferirsi: ma per restare comunista, non per cessare di esserlo.

E’ questo che rende Gramsci non fungibile a qualsiasi uso politico. La duttilità dell’intelligenza si univa a una fermezza su alcuni principi, che pagò a costi altissimi: l’indisciplina del 1926, ce la diceva lunga su come egli concepisse un partito, fu deflagrante, Togliatti gli rispose aspramente, egli replicò non meno aspramente, e l’Internazionale spedì Humbert Droz a Genova per ricondurre i comunisti italiani sulla retta via. Non dovette penare molto: Gramsci non poté partecipare alla riunione perché era stato arrestato a Milano due giorni prima e non avrebbe più rivisto la libertà. Né avrebbe potuto mai più discutere con i compagni quel giudizio e la situazione che gliene derivava. Tanto da poter sospettare tormentosamente che, per quel dissenso, il Partito poco ormai si interessasse a lui, se addirittura non aveva contribuito – con la famosa lettera di Grieco – a «incastrarlo» al processo.

Il carcerato Gramsci è un comunista esente – e a che prezzo – da ogni coinvolgimento con lo stalinismo. E a Turi, un anno, dopo ne avrebbe dato una seconda prova: non accettò la «svolta» del 1929, la linea «classe contro classe» dell’Ic, con la conseguente individuazione del nemico principale nelle socialdemocrazie. Era ben vero che queste, spaccatesi sui crediti di guerra, avrebbero governato – come a Weimar – nel modo più rovinoso, ma stavano cadendo anch’esse e il fascismo cresceva. Rompere con gli interessi sociali e politici che esso ledeva, anche se non coincidevano con la classe operaia e il suo partito, era non solo scegliere l’isolamento ma non capire il mutare degli scenari storici.

Contestando la «svolta» Gramsci, diventò sospetto ai compagni detenuti, e da allora la sua solitudine fu immensa, e in essa doveva morire nell’aprile del 1937. Alla notizia del decesso, Togliatti annunciò da Mosca: si è spento il fondatore del nostro Partito.

Ma Gramsci morente non aveva certo immaginato che così sarebbe stato chiamato e da allora in poi sempre, fino a ieri. Lontani erano i giorni dell’Ordine Nuovo, che aveva promosso con Togliatti, Terracini e altri nella Torino dell’immediato dopoguerra ed era stato il nucleo della scissione consumatasi nel 1921 a Livorno, oltre che l’anima della battaglia per i «consigli di fabbrica». I «consigli» erano stati presto sconfitti e nel 1922 la marcia su Roma, nel 1924 le leggi eccezionali, oltre che rendere difficilissima la vita del giovane Partito e del suo gruppo di deputati, fra i quali appunto l’onorevole Gramsci – «un cervello da fermare», aveva detto Mussolini – obbligavano a riflettere sulla sconfitta delle rivoluzioni in Europa.

Nel carcere fu per Gramsci il problema centrale. All’opposto sia dell’irrigidimento francese (per tradimento o viltà) o della risposta socialdemocratica oggi fatta propria dalla maggioranza del Pei («perché le rivoluzioni sono un’ubbia»), Gramsci andò a una riflessione sulle specificità delle pur fragili democrazie occidentali. Fu il solo dirigente comunista che rivisitasse lo schema marxista della divisione in classi. Lo considerava la chiave fondamentale di intellezione dei grandi fenomeni sociali: grazie ad esso vide, differentemente dai meridionalisti  democratici, l’origine della arretratezza del mezzogiorno nel fungere da riserva di manodopera per l’industria crescente nel Nord. Ma non gli bastava una griglia interpretativa che oggi diremmo «economicista» per capire che cos’era l’Italia, e perché gli operai del Nord fossero rimasti isolati nel dopoguerra e un appoggio di massa fosse andato alla reazione di destra.

Tanto più che, diversamente dai socialisti (Mondolfo), Gramsci non si illuse che fosse un fenomeno transitorio. Ma perché era avvenuto? Come si formavano, nelle classi e accanto ad esse, i «ceti» e i «ruoli» sociali, e prima di tutto, decisivi in occidente, gli intellettuali, cerniera di opinione, elaboratori e trasmettitori delle idee della classe dominante, o dell’ideologia rivoluzionaria quando si facevano «organici» ad essa? E quali relazioni specifiche si creavano nella sfera politica, tanto da rendere impossibile di considerare lo stato moderno un semplice «braccio armato» della borghesia?

Da questa analisi Gramsci avrebbe derivato quel concetto di «autonomia del politico», sviluppato nei Quaderni del carcere che nel 1948, pubblicati dall’editore Einaudi, apparvero l’esatto opposto dello schematismo zdanoviano (e infatti gli altri partiti comunisti non li pubblicarono). Dallo stesso ragionamento veniva l’idea di «blocco storico» – nel senso di blocco delle forze che volta a volta in una società erano interessate al mutamento. Al Congresso di Lione «il blocco storico degli operai, degli intellettuali e dei contadini» sarebbe diventata la tesi ufficiale; ma si trattava, a Lione, del «blocco storico rivoluzionario». Durante la «svolta», da Turi, egli lo vide invece come schieramento che poteva portare avanti contro il fascismo la parola d’ordine della «Assemblea costituente» delle forze popolari democratiche interessate alla sua caduta. E la tenne fino alla morte, a lungo solo e fino in fondo senza sapere se ci sarebbe stato posto per lui fra i compagni a Mosca quando finalmente fosse uscito di galera. Lo sperò fino quasi all’ultimo, poi sentì che era finita. Morì poco prima di uscire: neppur sapeva bene dove andare.

Non sappiamo se nel VII congresso dell’Internazionale del 1935 vide nella linea dei «fronti popolari» antifasciste una tesi simile alla sua. Per molti versi non lo era, ma certo gli era più simile che non la linea «classe contro classe». E sicuramente per questo Togliatti poteva definirlo nel 1937 «fondatore del nostro partito», a questo si richiamò la resistenza comunista e si ispirò «il partito nuovo» dopo la Liberazione. Un Gramsci «depurato» dalla fase consiliare, messo in ombra nella contesa con la IC del 1926, analista della società italiana, dialogico nel metodo, d’una grande tempra morale ma anche umana – un comunista colto, non stalinista, sofferente – fu il riferimento culturale della sinistra italiana dopo il 1948. Le Lettere del carcere non solo sfondarono, assieme all’uscita dei «Quaderni», una certa vulgata comunista ma rimodellano il resto della cultura cattolica e delle terze forze.

Antischematico, antistaliniano, antieconomicista, dunque: una posizione non solo in bilico sull’eresia, ma utilizzata, attraverso diverse e opposte riduzioni della sua complessità, nella lotta politica interna. Nel 1956 il dissenso comunista assunse Gramsci come bandiera antigiacobina. Ma nel I Convegno gramsciano del 1958, Togliatti poteva opporre a questa lettura, basata anche su una riscoperta del Gramsci consiliare, il Gramsci del Machiavelli e del Moderno Principe, una riconiugazione originale del tema «Leninismo e potere». Nei primi anni 60, fu sotto il segno di Gramsci che rinacque nella sinistra comunista il tema della «rivoluzione italiana», ma, morto Togliatti, il nuovo gruppo dirigente ne sanzionò la sconfitta affidando a Bobbio e Garin le relazioni del II Convegno gramsciano nel 1967, perché ne fossero rilevate alcune dipendenze crociane e riletto l’antigiacobinismo in chiave democraticista.

E tuttavia quando ebbe luogo – era il 1976 – l’ultima vera discussione fra comunisti e socialisti sul mensile del Psi, “Mondo Operaio”, Norberto Bobbio ebbe ragione di affermare che se Gramsci aveva parlato di «egemonia» del Partito sulla società invece che di «dittatura del proletariato» (fondando la leadership del Partito nella capacità di comprendere e orientare, non nel comando), per lui il Partito restava «lo stato in nuce», lo stato rivoluzionato nel suo germe, il «moderno principe» d’una società in trasformazione: questo punto, di assoluta originalità rispetto al «come» non solo della rivoluzione e dello stato, ma della politica, toccando la questione direzione/consenso, spontaneità/norma, «forma» e «dissoluzione» dei soggetti portanti, fu allora lasciato cadere né ripreso dalla discussione successiva.

Così Gramsci fu poco amato dal «revisionismo» socialista in nome d’una democrazia delle regole e delle alternanze, ma anche dalle «nuove sinistre», che nell’uso che ne aveva fatto il Pei vedevano, e non a torto, un annacquamento della contraddizione di classe in nome di priorità tutte «politiche» e a volte «politiciste».

E oggi? Quali che siano stati i conflitti, a lungo celati, fra Gramsci e il Pci o fra Gramsci e Togliatti – per quel che si può leggere fra le righe delle lettere dal carcere o di quelle dell’economista Piero Sraffa e della cognata Tatiana Schucht, che furono il tramite tra lui e il Partito – è difficile separare Gramsci dal comunismo italiano e anche da Togliatti, se non nell’accento morale, nella mancanza assoluta di ogni distinzione fra etica e politica. Ma soprattutto dalla idea della rivoluzione in occidente. Se egli la vide in forme estremamente più complesse della vulgata marxista, essa fu – assieme all’abbattimento del fascismo – l’asse e l’oggetto della sua vita e della sua riflessione. E poteva essere anche la chiave d’una lettura dei processi dell’est che uscisse dalla tenaglia fra silenzio e strappi, ambedue non argomentati, del Pei dell’ultimo ventennio, l’arma teorica con la quale – solo fra i partiti comunisti – il Pei poteva affrontare la questione dei socialismi reali ritrovando in sé più che il germe d’un liberatorio ricominciamento.

Non è andata così. Ma nello stesso tempo, Antonio Gramsci non si può portare nell’Internazionale Socialista – né al cambiamento del nome del Partito. Il Pds, come si chiamerà fra qualche settimana, non può che rendergli omaggio ma collocarlo negli archivi della storia.