Il neoliberismo e lo Stato

Nella visione, e nella pratica politica, neoliberale lo Stato non è uno Stato minimo o un guardiano notturno, ma assolve due funzioni fondamentali:

agisce per creare le condizioni migliori per il funzionamento dei mercati;

crea nuovi mercati

La prima delle due funzioni – la creazione delle condizioni ottimali per il funzionamento dei mercati – si è risolta negli ultimi 30 anni nella stipula di trattati commerciali favorevoli alla circolazione illimitata di mesi e capitali (istituzioni come il WTO e trattati come il Ttip ed il CETA non sarebbero stati possibili senza che gli Stati si accordassero per farli nascere e/o funzionare); nella svalorizzazione del lavoro e nell’attacco al Welfare rispettivamente come strategia per attirare capitali e come conseguenza della diminuzione delle imposte su profitti e rendite. Gli Stati nazione non solo, nel panorama neoliberista, esistono e funzionano, ma sono in feroce competizione tra di loro. Paradossalmente da quando lo Stato nazione è “morto” la cooperazione tra gli Stati ha ceduto il posto all’aumento della competizione tra di essi.

La seconda delle due funzioni – la creazione di nuovi mercati – ha significato, grazie alla legislazione Statale, la trasformazione in merce di ciò che merce non era. La legislazione neoliberale ha insomma allargato la sfera dei mercati non solo quantitativamente (fino a culminare con l’ingresso della Cina nel WTO), ma anche quantitativamente (attraverso il meccanismo delle privatizzazioni). Beni e servizi come la sanità, i trasporti, le autostrade, la scuola, sono stati privatizzati, cioè sono stati trasformati in altrettante merci destinate ad essere immesse sul mercate e a fungere da base per profitti. Ed anche legislazioni come quelle che hanno distrutto i sistemi pensionistici hanno risposto ad una duplice finalità: da una parte scaricare sulle spalle dei più deboli il costo della crisi fiscale dello Stato; dall’altra aprire al mercato anche il settore della previdenza sociale. Oltretutto, trattandosi di mercati relativamente vergini, sono quelli che suscitano i maggiori appetiti degli investitori, giacché assicurano un regime di concorrenza relativamente limitata.

L’Unione europea

Nella stagione a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del Novecento, all’interno degli Stati costituzionali si erano sviluppati corposi anticorpi rispetto allo Stato-garante-degli-interessi-del-mercato progettato dalle élite liberali nel corso del XIX secolo. Pesavano da una parte il ricordo della crisi degli anni ’30 e degli sconvolgimenti politici tremenda da essa suscitati; dall’altra la minaccia costituita dal solidificarsi del potere dell’Unione sovietica e del suo paventato potenziale di attrazione per gli Stati in via di decolonizzazione; e soprattutto la pressione dal basso del movimento operaio e delle sue conquiste in termini di salario diretto e differito. L’insieme di questi fattori e di queste conquiste hanno portato l’intero Occidente – cuore dei processi di accumulazione – sull’orlo della crisi definitiva del meccanismo stesso dell’accumulazione capitalistica. La costruzione dello Stato neoliberale per come lo si è sommariamente descritto sopra è stata la risposta (vincente) a quella sfida e a quella crisi.

Tuttavia in alcuni Stati o gruppi di Stati quegli anticorpi e quelle conquiste, e le conseguenti istituzioni proprie dello Stato democratico costituzionale, costituivano un ostacolo insormontabile all’edificazione dello Stato neoliberale. In questi Stati o gruppi di Stati – tra cui, soprattutto, l’Italia – le élite dominanti hanno dunque fatto ricorso al “vincolo esterno” come via per l’abbattimento delle conquiste popolari e l’edificazione dello Stato neoliberale. La costruzione dell’Unione europea ha significato a quel punto la cornice giuridica e di senso per la costruzione dello Stato neoliberale – o del Super-Stato neoliberale, in questo caso.

La risposta

La risposta dei partiti e dei sindacati tradizionalmente portatori degli interessi e delle aspirazioni delle classi popolari è stata, di fronte al processo della costruzione dell’Europa reale come via alla costruzione dello Stato neoliberale – debole e affannosa.

Una risposta impolitica è stata propria dei movimenti eredi del “lungo Sessantotto”. Questo tipo di risposta ha forse fatto prima e meglio i conti con il carattere pluralistico assunto dal conflitto sociale nella nuova stagione, ma si è come adagiata su questa intuizione, nell’illusione che la dilatazione degli ambiti del conflitto fosse destinata ad assumere di per sé un carattere “neo-costituente”, eludendo quindi la necessità di elaborare chiare ricette di natura politica e sociale – anzi, sviluppando un certo grado di subalternità alla costruzione dell’Europa reale come via acriticamente obbligatoria dalla quale passare nel processo di allargamento del conflitto.

Una risposta residuale ha consistito nella difesa dei residui del blocco storico di riferimento tradizionale, sempre operante ma in fase di progressivo sgretolamento. Chi ha sposato questa risposta, ha operato per “limitare i danni”, una rincorsa impossibile a porre delle toppe su un corpo ferito da fenomeni incalzanti di redistribuzione verso l’alto della ricchezza e del potere di classe. Di qui l’oscillazione tra il radicalismo che le sofferenze imposte ai ceti popolari suggerivano e la subalternità al richiamo coalizionale della sinistra moderata, perché comunque accettando quel terreno ci sarebbe stato sempre un “meno peggio” da evitare. Un tipo di risposta che ha caratterizzato soprattutto gli eredi della sinistra storica, i quali un po’ ovunque hanno visto assottigliarsi le proprie fortune elettorali in parallelo con l’erosione del blocco sociale che si intendeva rappresentare. L’Europeismo ha significato in questo quadro da una parte un vero e proprio misto sostitutivo dopo il tramonto del sistema sovietico, dall’altra la cornice all’interno della quale sviluppare tutte le potenzialità delle nuove classi medie in ascesa, le quali sono state identificate con il nuovo blocco sociale di riferimento. La crisi ha spazzato via questa illusione irenica.

Lo Stato, ancora

Grazie alla debolezza di queste risposte, ed alla forza delle proprie proposte, le classi dominanti hanno potuto approfittare del processo di costruzione dell’Europa reale per ribaltare i rapporti di forza tra democrazia e mercato che erano stati conquistati (e solidificati in determinate istituzioni) nel corso del Novecento. Di fronte a questo dato di fatto, dobbiamo porci una domanda: qual è il luogo politico privilegiato per provare a riequilibrare i rapporti tra il mercato e la democrazia?

Una prima tendenza invita ad assecondare l’esistente. Il capitale ha preceduto il movimento operaio nell’opera – auspicata da Marx – di distruzione dello Stato-nazione: non è produttivo affannarsi in battaglie di retroguardia, occorre trasferire le truppe laddove lo scontro davvero si disputa, ossia a livello sovra-nazionale, in un contesto oltretutto in cui maggiori sono le energie suscettibili di essere convogliate nel disegno di emancipazione. Una parte dell’intellettualità di sinistra europea ha pertanto individuato nell’orizzonte continentale lo spazio necessario dell’agire politico. Questa tendenza cerca di sfuggire alla residualità cui una economia globalizzata condannerebbe una politica ancorata allo schema nazionale, ma rischia di infrangersi contro i solidi bastioni eretti dall’Europa reale a difesa della grande espropriazione e delle oligarchie chiamate a gestirla. Proprio in questi giorni, di fronte alla crisi del COVID 19, si assiste ad vero e proprio sbriciolamento tanto delle istituzioni europee, quanto della loro credibilità nella gestione dell’emergenza.

La crisi sociale, economica e umanitaria in cui ci ha improvvisamente gettato l’epidemia di COVID 19 suggerisce d’altro canto che si potrebbe provare, nella stagione nuova che si apre, a ripensare criticamente il ruolo dello Stato. Da una parte sorge dal basso la domanda di protezione sociale e di ripristino delle istituzioni pubbliche a salvaguardia di questa; dall’altra i tricolori sventolano sui balconi, simboli non di un nazionalismo esclusivista, ma della resistenza di una comunità ferita. Bisognerebbe dunque passare dallo Stato oligarchico neoliberale allo Stato nazional-popolare costituzionale: il guscio dello Stato democratico, svuotato dal neo-liberalismo, deve essere vivificato nella sua funzione di fulcro tra le esigenze di integrazione sullo scenario internazionale e quelle di garanzia dello sviluppo dell’autogoverno locale. E offrire un terreno di ricomposizione democratica alla società civile organizzata.

Nell’individuazione di spazi adeguati per il pieno dispiegamento della democrazia risiede la pre-condizione per la rinascita della sinistra. Ridefinire lo Stato-nazione, come punto di raccordo di istanze plurali di emancipazione e non come territorialità statica ed escludente, può essere la via giusta.

Tommaso Nencioni