L’Emilia Romagna resiste, ma le domande di protezione restano da affrontare

Doveva essere il giorno del crollo “dell’ultimo muro di Berlino”, secondo la ridicola metafora leghista. Si sarebbe dovuta dare la spallata al governo Conte. Invece, l’Emilia Romagna ha resistito, anzi ha interrotto, una tendenza, almeno a livello locale.

Il voto è stato nazionale e Matteo Salvini ha perso il referendum per fare il capo dell’Italia. Complimenti a Stefano Bonaccini per passione e capacità di sollecitare l’orgoglio della sua terra. Complimenti anche a Nicola Zingaretti per aver accompagnato con spirito di servizio la campagna elettorale del ‘suo’ Presidente.

I risultati sono netti, addirittura sorprendenti. Vediamo i tratti più rilevanti. Primo tratto: la conferma del ritorno anche in Italia del bipolarismo destra-sinistra, per quanto siano stravolte, in termini di referenti sociali, le tradizionali categorie politologiche. A ri-strutturare il campo di gioco è, da una parte, il consenso recuperato dal Partito Democratico, notevole considerato anche il successo della lista del candidato presidente e, dall’altra, il collasso del M5S.

Stavolta gli ex-elettori grillini indisponibili ad andare con la Lega non sono rimasti a casa, ma sono ritornati direttamente al Pd, in un voto ragionato, consapevole del sistema elettorale. La capacità di accoglienza della leadership tranquilla del Pd ha funzionato.

Secondo tratto rilevante espresso dal voto: nelle roccaforti di Bologna e Modena, decisive per numero di elettori (nelle due province si genera l’intero scarto tra Bonaccini e Borgonzoni), le Sardine hanno rimotivato l’elettorato ‘fedele’ al Pd e contribuito a rendere votabile ‘Il Partito’ a quanti l’avevano ‘tradito’ per il M5S.

Infine, la lista rosso-verde guidata da Elly Schlein ha portato preziosa acqua alla coalizione, ma la sua raccolta è rimasta nel recinto storico delle cittadelle universitarie, sotto il dato di Liberi e Uguali del 2018, quando il M5S era al 27%. Invece, nessun appeal dalle cosiddette sinistre radicali, scomparse in un passaggio che pure avrebbe dovuto offrire qualche possibilità, data la diaspora grillina.

Complimenti, quindi, al presidente riconfermato e al segretario del Pd. Ma attenzione a rimuovere le specificità storico-politiche, civiche, sociali e economiche del contesto emiliano-romagnolo. Attenzione a generalizzare. Attenzione a leggere il risultato come inversione di tendenza. Le province di ReggiomEmilia, Bologna, Modena, Ravenna e Forli-Cesena non sono il resto dell’Emilia, né il resto della Romagna (ad esempio, nel piacentino, Borgonzoni supera Bonaccini di 20 punti percentuali).

Soprattutto, non sono il resto dell’Italia, sia a Sud che a Nord. In Umbria, soltanto tre mesi fa, la destra capeggiata dalla Lega ha superato di 20 punti percentuali la coalizione a guida Pd, come ieri in Calabria.

In sintesi, il voto in Emilia Romagna non cambia il quadro. La botta presa da Matteo Salvini nella roccaforte della sinistra storica non archivia la ‘serie’ incominciata, almeno, con il voto per il Parlamento nel 2013 e affermatasi nel referendum costituzionale del 2016, nelle elezioni politiche del 4 Marzo del 2018, nelle ‘Europee’ del 2019 e, infine, nelle recenti elezioni regionali.

Una ‘serie’ contestuale al successo di ‘serie’ analoghe, ovunque nelle cosiddette democrazie o post democrazie occidentali, con episodi ‘cult’ nella ‘stagione’ 2016, come la Brexit e l’elezione di Trump e, a seguire, la scomparsa del Partito Socialista francese nel quadro dominato da Le Pen e Mélenchon, il minimo storico della ‘große koalition’ a Berlino e, da ultimo, il trionfo di Boris Johnson nel voto del Regno Unito prima di Natale.

Il problema di fondo rimane. Le sinistre, ovunque, faticano a prendere atto che siamo in un’altra fase storica, che si è chiuso il trentennio liberista dominante dalla ‘fine della Storia’, sancita nel 1989. Siamo entrati nel secondo ‘Momento Polanyi’: la società chiede alla politica di riprendere il controllo dell’economia. Il capitalismo finanziario globale, reso da questa parte dell’Atlantico ancora più aggressivo dal mercato unico europeo e dall’euro, ha determinato divaricazioni sociali insostenibili e incompatibili con le varie forme di liberal democrazia.

Anche nell’Emilia Romagna delle eccellenze, sono state impoverite e incattivite fasce maggioritarie di popolo e le classi medie del lavoro subordinato, autonomo, professionale legate alla domanda interna sacrificata sull’altare dell’estremismo mercantilista dell’Ue. Sono rimasti a galla, seppur faticosamente, grazie anche al welfare aziendale, i segmenti operai delle imprese esportatrici e delle relative catene corte di forniture qualificate. Nel cuore produttivo della ‘Regione rossa’, organizzati dal sindacalismo confederale, sono ancora una presenza importante, insieme ai settori della cultura e dei servizi a elevato valore aggiunto. Ma le filiere sociali dipendenti dalle esportazioni sono una modesta minoranza nel contesto nazionale.

Ovviamente, le divergenze economiche e sociali sono soltanto una delle variabili esplicative. Altre importanti variabili concorrono allo spaesamento, al senso di abbandono innanzitutto dalle istituzioni, alla paura: l’incertezza sul presente e l’angoscia del futuro in conseguenza della precarietà del lavoro; la rottura o l’allenamento dei legami familiari, quindi la solitudine, espressa in indifferenza o aggressione via social; le presenze senza adeguate politiche di integrazione dei migranti.

La sinistra storica, la sinistra movimentista di matrice sessantottina e, da ultimo, le Sardine pompate dai media mainstream, sono espressione governista, radicale o creativa dei settori culturalmente e economicamente integrati nei circuiti europei e globali.

Nonostante le ‘serie’ di sconfitte elettorali, continuano a ignorare e disprezzare, prigioniere di una sorta di suprematismo morale, le domande di protezione materiale e identitaria urlate, disperatamente, dalle periferie economiche e sociali. Fino a Marzo 2018, il M5S ha interpretato tali domande.

Dall’opposizione ha avuto gioco facile a proporsi come raccoglitore indifferenziato di tutte le rabbie, le paure, le speranze. Ha giovato della sua trasversalità nell’illusione che ‘basso contro alto’ potesse davvero essere il carattere distintivo della fase. Poi, inevitabilmente, si è scontrato con i vincoli di realtà al governo dell’Italia e di tante grandi città e con la destra che, dopo la stagione liberista, ha rapidamente recuperato le sue radici nazionaliste e un forte segno ideologico tradizionalista.

In conclusione, le elezioni regionali di ieri rendono ancora più pressante la questione: chi raccoglie e declina in senso progressivo le domande di protezione sociale e identitaria oggi considerate e interpretate in senso regressivo dalla Lega e FdI?

Il Pd, le piccole organizzazioni di sinistra a esso strette e le Sardine, per constituency e ideologia maturate, sembrano indisponibili a uscire dal recinto dei ‘connessi’ e degli ‘inclusi’. Il M5S, nato come principale referente delle fasce sociali abbandonate, è in grado di riconoscere la riconfigurazione duale del campo di gioco e ristrutturarsi culturalmente e organizzativamente come il partito che rideclina il nesso tra Italia e Unione Europea per il primato della nostra Costituzione sui Trattati vigenti?

Che rivitalizza l’intervento dello Stato e promuove la conversione ecologica e sociale dell’economia, direttamente e attraverso la regolazione in senso protettivo dei mercati? Da sinistra, possiamo impegnarci per gli stessi obiettivi?

Stefano Fassina

(Articolo pubblicato originariamente sull’Huffington Post)