Brevi riflessione in merito alle ordinanze di rimessione della Corte d’Appello di Napoli 

Ad appena due anni e mezzo dall’introduzione della legge n. 92 del 2012 in tema di apparato sanzionatorio per il licenziamento illegittimo, il Governo Renzi è ritornato sul tema nell’ambito del cosiddetto Jobs Act, cioè della legge di delega 10 dicembre 2014, n. 183, cui è stata poi data attuazione, sul punto, con il d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23.

L’ex Premier Matteo Renzi intendeva, con la forte attenuazione delle regole protettive in caso di licenziamento (legata solo all’anzianità di servizio), ottenere, nel breve periodo, un forte rilancio dell’occupazione.

Tale rilancio, però, non è mai avvenuto e, con la forte urgenza di riconquistare visibilità (o competitività) politico-elettorale, il Governo Corte I, viste anche le forti critiche e i dubbi sollevati dalla dottrina e dalla giurisprudenza, non ha resistito all’irresistibile (e ormai cronica) tentazione di porre mano alla disciplina lavoristica, intervenendo immediatamente con decretazione d’urgenza e precisamente con il d.l. n. 87/2018, convertito. in l. n. 96/2018 (c.d. Decreto Dignità).

Tale decreto tuttavia, diversamente da quanto promesso dai “contraenti” in campagna elettorale, non ha modificato l’impianto ideologico del decreto n.23 del 2015, ma si è limitato a rivedere al rialzo i tetti minimi e massimi dell’indennità prevista per il licenziamento illegittimo, ancorando il risarcimento sempre e solo all’anzianità di servizio.

Tale circostanza ha viziato il decreto sin da subito, in quanto la Corte Costituzionale, con sentenza n.194 del 2018, ha dichiarato illegittimo, perché in contrasto con il principio di uguaglianza e ragionevolezza, il meccanismo di indennizzo legale forfettizzato ancorato, esclusivamente, all’anzianità di servizio (che rimane il criterio prevalente).

In questo contesto confuso, in cui coesistono tre regimi di tutela differenti, molti autori hanno sollevato, immediatamente, dubbi in merito alla compatibilità della disciplina di cui all’art. 10 del D.lgs n.23 del 2015 con la cornice costituzionale ed europea.

Dubbi sono affiorati, innanzitutto, in relazione all’inefficacia della tutela accordata dal Jobs act e alla disparità di trattamento rispetto ai nuovi assunti. Inoltre, molti avevano rilevato un probabile eccesso di delega, relativo all’inclusione del licenziamento collettivo nella nozione di “licenziamento economico” di cui alla legge delega n. 183/2014.

In secondo luogo si è dubitato della compatibilità della disciplina del suddetto articolo 10 con la carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ed in particolare con l’art. 20 (parità di trattamento), con l’Art. 21 (non discriminazione), con l’art. 0 (tutela avverso licenziamenti), con l’art. 34 (tutela all’accesso a sistemi di previdenza) e con l’art. 47(diritto ad un rimedio efficace).

In questa cornice si insinuano le ordinanze della Corte d’appello di Napoli che, per la prima volta in Italia, con due differenti ed innovative ordinanze, ha posto, contemporaneamente, all’attenzione della Corte di Giustizia europea e della Corte Costituzionale, la disciplina dell’art 10 del d.lgs 23/2015, relativa ai licenziamenti collettivi.

Nelle due ordinanze, rilevanti anche per valutare i rapporti di “forza” tra le due Corti (Corte Costituzionale e Corte di Giustizia), la Corte d’Appello evidenzia la diversità del caso esaminato, rispetto a quello già deciso dalla summenzionata sentenza 194/18, che riguardava un licenziamento individuale in cui il “fluire del tempo” giustificava le modifiche normative.

Secondo la Corte, infatti, per quel che concerne i licenziamenti collettivi, il tempo viene “congelato”, in ragione della sincronicità della comparazione.

La Corte evidenzia che non appare ragionevole, sotto il profilo del bilanciamento di interessi e per le disparità generate, prevedere sanzioni totalmente diseguali per violazioni identiche, riscontrate nella fase risolutiva di rapporti congiuntamente valutati su comuni parametri oggettivi, nell’ambito di una stessa procedura collettiva.

Nel caso sottoposto all’attenzione della corte partenopea, la lavoratrice Sig.ra Romagnuolo, difesa dall’Avvocato Arcangelo Zampella, era stata assunta con contratto a tutele crescenti a seguito di cambio d’appalto ex art 6 del CCNL Fise (Igiene ambientale), ed era stata licenziata, unitamente ad altri otto colleghi, all’esito di una procedura collettiva.

La lavoratrice non ha potuto impugnare il licenziamento con il cd Rito Fornero (che in virtù della sua celerità rappresenta già un indubbio vantaggio per il lavoratore) ma con il rito ordinario.

In particolare la lavoratrice riteneva che il licenziamento fosse illegittimo per la violazione dei criteri di scelta ai sensi dell’art 5 L.223/91 e comunque per violazioni della procedura.

La Corte, in primo luogo, ha rilevato che la ricorrente era tutelata in forma minore rispetto ai “colleghi” anch’essi licenziati che, in ragione della data di assunzione (antecedente al 7 marzo 2015), potevano rivendicare la reintegra nel posto di lavoro.

La lavoratrice, viceversa, poteva aspirare, esclusivamente, ad una tutela indennitaria, che doveva essere individuata in una modesta somma, in ragione della ridottissima anzianità aziendale sebbene il danno potesse essere di gran lunga superiore.

La Corte censura, altresì, che, nell’arco di 3 anni (2015-2018), trovano applicazione tre differenti sistemi sanzionatori che possono essere riconosciuti, in ipotesi di licenziamento collettivo, per una identica violazione del criterio di scelta.

Tale disparità, ad avviso della Corte, appare idonea ad influenzare l’esercizio del potere di recesso del datore di lavoro orientando la scelta sulle posizioni meno tutelate e, quindi, sulla base di una valutazione di “rischio” che introduce indirettamente, nel procedimento selettivo, un fattore esogeno, quale la maggiore debolezza del rapporto contrattuale, a discapito dei parametri selettivi generali ed astratti imposti dal Legislatore.

Per quel che concerne il profilo comunitario, la Corte ritiene che l’art 30 CDFUE (e l’art 24 della Carta sociale Europea, il cui rinvio è attuato mediante le cd “Spiegazioni” all’art 30 ) non possa costituire mera norma di indirizzo politico ovvero una disposizione meramente programmatica, priva di un proprio nucleo precettivo specifico attuabile nel giudizio ma sia limite e perimetro di intervento delle legislazioni nazionali, tenute ad applicare il diritto alla tutela avverso un licenziamento in una cornice europea caratterizzata da specifici livelli effettività ed efficacia.

La sentenza della Corte di Giustizia, che probabilmente per la prima volta in Europa consentirà di affrontare un caso di diretta applicazione dell’art. 30 della CDFUE (in quanto i precedenti casi non sono stati ritenuti rilevanti perché estranei alla normativa di competenza della Carta) potrebbe avere, in caso di accoglimento, effetti dirompenti anche sugli altri ordinamenti.

Avv.Alessandro Zampella