MES: dall’emergenza alla normalizzazione

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) fa parlare di sé. È forse la prima volta dopo il 2015 che una delle istituzioni di governo economico della UE esce dai blog e dagli articoli di militanti e specialisti per arrivare ai Tg, ai talk show, alla quotidiana cronaca politica.

La maggior parte dei commentatori si lascia trascinare dalla simpatia politica: la Lega si è decisamente lanciata contro il MES, il M5S è molto critico assieme a LeU mentre Pd e renziani sono a favore.

Per evitare di lasciarsi trascinare dalle logiche di schieramento occorre fare una riflessione che riprenda la questione dai suoi fondamenti, cioè dalla sua origine storica.

Il MES esiste dal 2012 quindi per capire cosa comporti una sua riforma oggi si deve risalire allo status che gli è stato conferito allora. Non si capisce cosa rappresenti se non lo si coglie come un pezzo di un disegno più vasto: una riforma della governance economica della UE.

 

Emergenza greca

Successivamente alla crisi economica del 2007/08 il cui epicentro sono gli USA, anche la UE entra in una fase di sconquasso che verrà definita “crisi del debiti sovrani”. Ad essa verrà data risposta dalle istituzioni comunitarie fra il 2010-2013.

Il problema principale che si doveva affrontare era che le condizioni critiche di molte banche, la recessione economica dei paesi (soprattutto ma non solo) dell’eurozona, la conseguente difficoltà a rifinanziarsi sui mercati di capitali da parte degli Stati (con gli investitori che esigevano margini di profitto sempre maggiori per dare soldi in prestito agli Stati) e le possibilità di non-rimborso da parte soprattuto della Grecia mettevano a rischio la stabilità finanziaria di tutto il sistema e la sopravvivenza dell’euro.

A fronte di ciò l’establishment comunitario ha agito con celerità e spietatezza, con la precisa volontà di tutelare gli equilibri di potere acquisiti e calpestando senza tanti problemi le leggi del mercato e della concorrenza per salvare le banche dei paesi centrali spremendo senza pietà le popolazioni della periferia europea, in particolare il paese più a rischio: la Grecia.

 

Riforme dell’eurosistema

Le innovazioni istituzionali che sono state messe in atto fra il 2010-2013 si incentrano su 4 punti principali:

  • Riforma del Patto di Stabilità e di Crescita coi provvedimenti passati alla cronaca come “six Pack” e “Two Pack”: un complesso di regolamenti comunitari e una direttiva che rendono più stringenti i controlli sui vincoli di bilancio dei paesi dell’eurozona (deficit sotto il 3% e debito pubblico sotto il 60%), più altri indicatori.
  • Politica “espansiva” della BCE: immissione di massiccia liquidità del sistema, e messa a punto di un programma di acquisto di titoli di stato in caso di emergenza (cui si riferisce la famosa frase di Mario Draghi sul fatto di “fare tutto il possibile” per salvare l’euro).
  • Un impegno ribadito in un trattato al di fuori della cornice UE per ribadire i medesimi vincoli, con in più l’impegno a inserire il pareggio di bilancio in norme interne di rango costituzionale.
  • Delle forme di “assistenza finanziaria” ai paesi in crisi, cioè la erogazione di prestiti per innaffiare il loro sistema bancario, in cambio dell’impegno a “fare i bravi”. Questi sono i famosi fondi “salva-stati”, di cui l’ultimoè – appunto – il MES.

Il sistema è molto complesso anche per gli addetti ai lavori. Fra le tante osservazioni che possono essere fatte: 1. il sistema risultante è un insieme di labirintiche regole, in gran parte discrezionali – per non dire arbitrarie – fra soggetti diversi con rapporti non sempre chiari, senza una netta gerarchia e attribuzione di poteri, il cui rapporto con il voto popolare spazia da un legame abbastanza remota alla più completa estraneità; 2. viene assunta come valore la “stabilità finanziaria” non solo rispetto ad altri tipi di istanza sociale e democratica, ma rispetto agli stessi indicatori economici: non solo lavoro, democrazia, ambiente, rispetto delle costituzioni ma anche crescita economica, produttività ecc vengono marginalizzate se non sacriticare sull’altare di tale idolo senza contrappesi; 3. il nuovo assetto è un puzzle caotico ma con una sua logica interna, le sue tessere si implicano mutualmente in termini formali ed informali. Pensiamo solo alle date: tanto il Fiscal Compact che il MES sono stati istituiti nel 2012 (rispettivamente 2 marzo e 2 febbraio), in estate vi sarebbe stata la famosa frase di Mario Draghi che annunciava (26 luglio) un programma di entità rilevante di acquisto di titoli di stato (messo a punto a settembre).

E non si tratta di casualità: nel trattato del MES è scritto a chiare lettere che per ricorrere alla sua assistenza è indispensabile la firma del Fiscal Compact (parte introduttiva, punto 5) in quanto “complementari” (ivi). E nel testo di istituzione di quest’ultimo in uno stupefacente art. 7 si vincolano i contraenti a votare unitariamente in merito ad una delle procedure interne alla UE se non vi è una “maggioranza qualificata” in contrario.

 

Interni ed esterni.

La cosa appare sconcertante se si pensa che tali trattati non fanno parte della UE: il Fiscal Compact è stato firmato da 25 paesi, il MES da 19 (tutti i membri dell’eurozona). Quest’ultimo assume la forma di un vero e proprio apparato parallelo rispetto agli organi comunitari.

Tale scelta può essere apparire giustificata dalla fretta di agire in situazione di emergenza: è noto che UK e Repubblica Ceca  erano contrarie al Fiscal Compact e quindi venne trovata la soluzione nota. Ma per il MES è un’altra storia.

Di fondi “salva-stati” ne sono esistiti ben tre: il primo era solo un programma di finanziamento controllato dalla Commissione UE: era il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), creato l’11 maggio 2010; interno al diritto Ue ma con solo 60 miliardi – totalmente insufficienti.

Il secondo era il Fondo europeo per la Stabilità Finanziaria: una società privata di diritto lussemburghese partecipata e finanziata dai membri dell’eurozona per una cifra più consistente (440 miliardi). Una società privata che deve prestare i soldi agli Stati per tutelare la loro stabilità finanziaria!

Il terzo è il nostro MES, che li assumerà entrambi in seno. Per la sua creazione si è dovuto emendare i trattati UE, quando erano già disponibili delle alternative perfettamente consentite da essi. Questo fa intuire che i motivi non erano di semplice praticità. Ma alla fine che ha combinato il MES?

 

Anima della Troika

I tre fondi hanno confezionato le loro “cure” su 5 paesi: Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna. Ciascuno di essi è stato sottoporto in cambio del prestito ad un pacchetto di riforme che mentre pompava soldi per le banche hanno colpito in modo sproporzionalmente duro i diritti del lavoro, alla casa, alla salute, i gruppi più vulnerabili, promuovendo privatizzazioni, licenziamento di  pubblici dipendenti e tagli alla spesa sociale.

Tutti ricordano le negoziazioni fra rappresentanti di Commissione, BCE e i ministri delle Finanze dei paesi dell’eurozona e il greco Varoufakis che portarono alla capitolazione ellenica. Pochi sanno che formalmente il vero organismo a capo di tutto, condotto dal tedesco Klaus Reglin, era il MES.

 

Dall’emergenza alla normalizzazione

La riforma che è stata messa in cantiere prevede la normalizzazione di questo ente “d’emergenza” che ha già dato così brillanti risultati, cioè la sua inclusione come organo ufficiale della UE. Dall’esterno all’interno del perimetro comunitario. Le modifiche di merito vanno analizzate e vagliate, ma esse non sono tali da mutarne la natura fondamentale di dispositivo di austerità; solo che mettere il MES nell’assetto comunitario significa legarlo alla esistenza stessa della UE, rendendone la cancellazione estremamente arduo. E non va dimenticato che tale ente non è che uno degli agenti al servizio dei poteri dominanti, la cui logica permea tutto il complesso di elementi passati in rassegna e che va sfidata alla radice per essere estirpata per assicurare un rientro della politica economica nell’alveo dei presupposti costituzionali di conformità ai diritti politici, economici e sociali di carattere emancipativo.

 

Matteo Bortolon