Una riflessione sulla Palestina

Seppur in modo ingenuo, più di una volta, mi sono chiesto per quale motivo il presidente della più grande potenza del mondo si accanisce così ostinatamente contro popoli piccoli e sfortunati e tra questi mi sento di poter considerare il popolo palestinese.

La senatrice Elizabeth Warren, candidata alle primarie democratiche, ha definito la recente dichiarazione di Mike Pompeo sulla legittimazione delle colonie ebraiche nei territori palestinesi come un “nuovo tentativo ideologico dell’amministrazione Trump per coprire i suoi fallimenti nella regione. Queste colonie non violano solo il diritto internazionale, ma rendono la pace ancora più difficile. Per quanto mi riguarda io cambierò questa politica e proseguirò sulla soluzione di due stati per due popoli”.

La senatrice Warren è molto affine politicamente al senatore democratico candidato alle presidenziali Bernie Sanders, anche lui molto critico sulle posizioni politiche americane per quanto attiene all’area mediorientale.

Eletta nel 2016 nello Stato del Massachusetts, riconquistando per il partito democratico il seggio occupato a lungo da Ted Kennedy, fu inclusa insieme a Sanders tra i 10 membri della Leadership team del partito democratico.

Warren con la sua breve dichiarazioni rivela “il non troppo nascosto” fulcro della politica di Trump verso il Medioriente in generale e la Palestina in particolare. Una politica a forte contenuto ideologico in netta violazione con il diritto internazionale, decisa fuori dai luoghi di competenza, frutto di posizioni estreme dialcuni settori della società americana senza perizia o prerogative in materia di politica estera, ma con peso elettorale rilevante.

Uno di questi è Robert Jeffress, Pastore della prima chiesa Battista di Dallas incluso, non si sa a quale titolo, nella delegazione ufficiale del governo per la cerimonia di inaugurazione della ambasciata Americana trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme (il primo atto ostile inflitto da Trump contro la Palestina e all’accordo di pace d’Oslo). Nella sua preghiera Jeffress disse: “Ringrazio Dio per averci dato un presidente come Donald Trump, che quando parla d’Israele, sta dalla parte giusta”, oltre a lodare Bibi Natanyahu per la sua “coraggiosa leadership e la determinazione nel fare tutto per proteggere il proprio popolo”

Nella delegazione era presente anche John Hagee, fondatore nel 2006 di Christians United for Israel che ha 4 milioni di scritti. Nella sua benedizione al termine della cerimonia ha a sua volta elogiato “il coraggio di Trump” per aver finalmente riconosciuto una verità millenaria: Gerusalemme è la città in cui il Messia tornerà per stabilire il suo nuovo regno. Anche se paradossalmente Robert Jeffress afferma che “non puoi essere salvato se sei ebreo” e Hagee aveva dichiarato alla fine degli anni Novanta che l’ascesa di Hitler e l’Olocausto avrebbero fatto parte di un “progetto divino” per far sì che gli ebrei tornassero nella terra di Palestina.

Qui sorgono due problemi che i palestinesi, la politica e il diritto internazionale non hanno alcun strumento per fronteggiare. Il primo che il regno di Dio secondo loro dovrà sorgere in Palestina, escludendo quindi i veri abitanti del paese, il secondo che gli evangelici è una comunità che conta 100 milioni d’adepti, l’81% dei quali hanno votato per Trump nel 2016.

Altri atti nella stessa direzione sono stati compiuti dalla amministrazione Trump: l’azzeramento degli aiuti destinati all’autorità nazionale palestinese, la chiusura della ambasciata palestinese, il blocco dei fondi destinati all’agenzia della Nazioni unite per l’assistenza ai rifugiati palestinesi. Milioni di donne e uomini che vivono ancora nei campi di profughi, espulsi durante la pulizia etnica (nella guerra d’indipendenza d’Israele) per fare posto ai nuovi arrivati ebrei e futuri cittadini d’Israele.

La dichiarazione del segretario di stato Mike Pompeo, che conferisce legittimazione alla colonizzazione ebraica di ciò che resta dei territori palestinesi occupati, è l’ultimo atto ostile che rivela non un disegno divino, ma, per il diritto internazionale, un crimine di guerra.

Quello che è stato perpetrato in Palestina è indescrivibile. Cosi affermano tutti quelli che vanno in Palestina Forse un po’ di numeri aiutano a farsi un’idea. La superfice totale della Palestina storica è di 27’000kmq. Le proprietà ebraiche in Palestina fino al 1948 erano pari al 4,8% . Dopo la guerra del 1948 che i palestinesi chiamano catastrofe, e gli israeliani guerra d’indipendenza (liberazione della Palestina dai Palestinesi) Israele occupò il 71% della Palestina storica, mentre il resto, Cisgiordania con 5,655 Kmq, pari al 21,9% della Palestina storica, fu annessa alla Giordania. La striscia di Gaza con 365 Kmq pari al 1,35% fu amministrata dall’Egitto.

Dopo la guerra del 1967, Israele ha occupato il totale del territorio storica della Palestina più il Golan Siriano e il Sinai Egiziano.

Da quell’anno Israele ha costruito nella regione della Cisgiordania, 176 colonie per solo ebrei, 128 nuclei coloniali non autorizzati, 25 siti industriali e 28 campi militari con terreni connessi su un territorio complessivo pari al 46% del territorio della regione, che sono state tutte puntualmente condannate dalla Nazioni Unite. Il numero dei coloni Ebrei è di 670,000 e usufruiscono dell’ 80% delle risorse idriche contro 4,5 milioni di Palestinesi della Cisgiordania che ne utilizzano soltanto il 20%

Con questa dichiarazione, gli USA riconoscono lo stato d’Israele sul 87% del territorio storico della Palestina.

So di avervi annoiato con questi numeri, ma era necessario per dirvi che questo atto significa la morte dell’accordo d’Oslo che prevede due stati per due popoli. Non possiamo dimenticare che il primo firmatario di quell’accordo fu il presidente degli stati Uniti Bill Clinton, con cui si impegnavano gli Stati Uniti a fermare la colonizzazione e trovare soluzioni per quelle vecchie. L’accordo fu siglato anche dal segretario della Nazioni Unite, dall’Unione Europea.

Con questa nuova prospettiva, i palestinesi passano da una situazione d’apartheid verso una ghettizzazione e sterminio culturale, storico e umano come avvenuto per l’indiani d’America. E forse per questa ragione la senatrice Warren ha reagito così energicamente a causa delle sue lontane origine pellerossa.

Questo il destino riservato ai palestinesi da una destra religiosa e nazionale dominante sulla scena politica in Israele, con il sostegno di una vasta rete di lobby trasversali negli Stati Uniti guidati da Davide Freedman ambasciatore USA in Israele, noto per le sue simpatie e aiuti ai coloni, da Jared Koshner, genero di Trump e sua moglie Ivanka, e da Jason Grenblatt convinti sostenitori del governo più di destra nella storia d’Israele, pronti sempre a giustificare tutte le violazioni israeliane di forma di diritto e pronti sempre a denigrare i palestinesi.

Stiamo parlando di figure che non ricoprono ruoli ufficiali in ambito diplomatico, ma sono i rappresentanti di un patto ideologico nato nell’alveo dell’estrema destra religiosa e catapultati sulla Palestina e sul Medioriente, con il compito di eseguire il cosiddetto piano del siculo per la pace in Medioriente. Incuranti della legalità internazionale e delle elementare regole del diritto.

Colonizzare significa occupazioni, sottrazioni di terre ai veri proprietari, trasferimento di popolazioni, alterazioni demografiche, pulizia etnica, tutti atti più volte condannati da tutti gli organi e agenzie della Nazioni unite, dal Consiglio di sicurezza e l’assemblea generale, dall’Unesco, considerati dalla Corte di giustizia come crimini contro l’umanità. A questo proposito è molto significativa la presa di distanza della intera comunità internazionale che aumenta l’isolamento dell’amministrazione americana e rimette al centro di la questione palestinese.

Oggi a differenza del passato a guerra fredda finita, vasti settori di intellettuali, accademici, giovani e alcuni politici sono schierati a favore della causa palestinese e per una giusta soluzione al conflitto.

Anche in una regione dilaniata dal caos voluto e dalle guerre, è ancora forte la voglia di pace e di democrazia, la questione della Palestina rimane la questione centrale per milioni di donne e uomini che vogliono vivere in libertà.

Alì Rashid