I Gilet Jaunes, un anno dopo: il fondo dell’aria è sempre giallo

Gilets Gialli, un anno e tanto rumore per (quasi) nulla“, così titolava il Sole24Ore un suo articolo del 19 novembre scorso che tracciava – dal suo punto di vista – un bilancio di questo movimento tutto a favore del presidente Macron che avrebbe saputo manovrare e rafforzarsi superando le difficoltà iniziali. Ma è proprio così? In ogni caso le mobilitazioni sono proseguite tutti i sabati, e il 16 novembre si è svolto l’Atto 53 che ha visto la partecipazione di circa 44mila persone in tutta la Francia. Sui Gilets Jaunes sono stati scritti centinaia di articoli (consiglio la lettura dell’ottimo articolo di Aurélie Dianara su Jacobin Italia) e decine di libri, ma al di là della cronaca a che punto sono le loro mobilitazioni e quali risultati sono riusciti a portare a casa?

Qualche risultato concreto si è visto quasi subito. Dove avevano fallito le tradizionali iniziative sindacali, i GJ hanno costretto il governo, già nel dicembre 2018, a rinunciare agli aumenti delle tasse sui carburanti, a defiscalizzare gli straordinari, a rivalutare il salario minimo, a cancellare i contributi sociali per alcune categorie di pensionati. A fine aprile l’esecutivo ha annunciato una diminuzione dell’imposta sul reddito per le fasce più basse e la re-indicizzazione all’inflazione delle pensioni più modeste. Secondo Bercy (la sede del ministero delle finanze francese) le concessioni ai GJ sono costate 17 miliardi annui. In effetti il deficit 2019 del bilancio statale ha registrato un 3,1% del Pil rispetto a un 2,2% preventivato nella Loi de finances per lo stesso anno.

Ma certo i GJ non sono riusciti ad invertire la politica neoliberista di Macron che prosegue con le privatizzazioni ed il taglio delle risorse per i servizi pubblici, la chiusura nei piccoli centri di scuole, ospedali e uffici postali, il mantenimento della soppressione dell’imposta sulla fortuna (la patrimoniale), le controriforme dell’indennità di disoccupazione (che toccherà 1,3 milioni di persone) e delle pensioni (con tagli dal 15 al 23%). L’offensiva più brutale dell’intero dopoguerra contro le principali conquiste sociali. La repressione poliziesca e giudiziaria è stata durissima. Tre GJ sono morti, venticinque persone hanno perso un occhio, cinque mani sono state strappate dai lanci di granate LBD, migliaia di feriti, più di 12mila arresti, 3mila condanne di cui mille pene detentive definitive, e poi sgomberi delle “case del popolo” dalle rotatorie, attacchi a freddo persino di pacifiche manifestazioni autorizzate. Non si era mai vista in Francia una repressione simile. Sono stati elargiti premi agli agenti di polizia ai quali il Governo ha garantito anche che il loro sistema previdenziale non verrà toccato dalla generale controriforma delle pensioni. Il bilancio del Ministero dell’interno nel 2019 è aumentato del 3,4% ed avrà un incremento del 4% nel 2020. Oltre alla repressione, Macron ha messo in campo forme di distrazione di massa quali il cd. “Grand débat”, un finto dibattito con interlocutori ben selezionati, ha rilanciato la polemica contro il supposto antisemitismo dei GJ, la presenza dell’estrema destra, contro l’Islam, l’uso del velo ed indurito le politiche migratorie per cercare di dividere il movimento, che peraltro non ha mai focalizzato le sue richieste contro gli immigrati. C’è da segnalare in proposito, che la promotrice della petizione che raggiunse rapidamente un milione trecentomila adesioni dando il via al movimento ed è tuttora uno dei loro leader, Priscilla Ludosky, è una donna dalla pelle nera.

La stessa Ludosky ha affermato che il loro “movimento ha agito come un rivelatore, a tutti i livelli“. Le conseguenze a lungo termine si vedranno, ma già da oggi è possibile tranne alcuni insegnamenti.

Innanzitutto, ha svelato l’esistenza di profonde disuguaglianze sociali, un Paese diviso tra i ceti urbani benestanti abitanti nei centri-città, colti ed ecologisti, e un mondo delle periferie e delle province, abbandonato, in sofferenza. Una popolazione di lavoratori poveri ignorati dai media e persino dalle organizzazioni sindacali e della sinistra. I GJ si sono scoperti ed identificati come classe ed hanno seguiti i corsi di formazione di quell’università a cielo aperto che sono state le occupazioni delle rotatorie, scoprendo poco a poco le regole di funzionamento della società capitalistica. Passando dal rifiuto di pagare di più per il carburante ad interrogarsi sull’intero sistema sociale. Il movimento ha rapidamente affrontato questioni più generali: la lotta alla frode fiscale, la necessità di redistribuire la ricchezza, il ruolo antipopolare delle regole imposte dall’Unione europea e discusso di come allargare il sistema democratico con la richiesta del referendum di iniziativa cittadina (RIC). Decine di migliaia di persone hanno partecipato per la prima volta nella loro vita ad un movimento politico con la riscoperta del valore dell’azione collettiva, del legame sociale, della solidarietà, di una comunità di lotta. Questa presa di coscienza è stata una prima vittoria dei vinti, dei perdenti della globalizzazione. Le rotatorie, i ronds-points, questo “non-luogo” delle zone periurbane del Paese sono diventate un simbolo, un’utopia di una possibile società diversa. Il principale risultato di questo primo anno del movimento dei Gilets Jaunes è rappresentato dalla speranza che ha fatto nascere tra una parte significativa della popolazione che ancora oggi al 55% appoggia i GJ.

L’altra lezione risiede nel fatto che si è costruito un movimento nazionale prescindendo dai partiti e dai sindacati, senza veri leader, superando anche la classica lettura destra-sinistra, creando reti di comunicazione senza soldi, senza l’appoggio (anzi, malgrado l’ostilità) dei grandi media. Mettendo così in luce il grande deficit democratico delle post-democrazie neoliberiste ed in particolare le distorsioni proprie della Quinta Repubblica francese, della possibilità per un Macron votato da un quinto degli elettori (un 13% dei francesi!) di governare il Paese usufruendo di quella che è stata definita la sua “assicurazione sulla vita“, ossia la candidatura contrapposta di Marine Le Pen.

Il Movimento, lontano dai riflettori, continua ad organizzarsi. Si susseguono le “Assemblee delle assemblee”, l’ultima (la quarta) si è svolta a Montpellier i primi giorni di novembre, con la partecipazione di 600 delegati in rappresentanza di 200 assemblee locali svoltesi nei ronds-points in tutto il Paese. Le domande che i delegati si sono poste mirano ad impostare un lavoro di lunga lena con delle basi solide: “come riannodare il legame con la popolazione? Come lavorare concretamente con gli altri movimenti? Come organizzarsi per affrontare la repressione? Come definire i nostri avversari ed i nostri alleati? Come agire nel contesto delle elezioni municipali?”. Nascono case del popolo ed esperimenti di mutualismo, riscoprendo così le prime forme organizzative dei movimenti sociali dell’Ottocento e del primo Novecento.

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Il movimento dura anche perché la rabbia sociale permane in Francia e può riesplodere da un momento all’altro. Il Paese è in una situazione di collera fredda, di tensione sorda, che può fare ripartire il movimento alla minima scintilla. Le diseguaglianze e la povertà continuano ad aumentare. Sintomatico è il movimento degli ospedalieri che si è sviluppato nelle ultime settimane in tutta la Francia il quale denuncia i bassi salari, gli organici carenti di diecimila infermieri e di migliaia di medici, la soppressione di letti, la situazione disastrosa dei Pronto soccorso, il taglio delle risorse. Le banlieues popolari delle grandi città, dove vivono francesi d’origine maghrebina e dell’Africa nera, continuano le mobilitazioni nel nome d’Adama Traoré, un giovane ucciso dalla polizia, contro la repressione rivolta da decenni verso chi non ha il giusto aspetto franco-francese, trovando adesso ascolto presso i GJ che l’hanno così duramente subita. È iniziato un dialogo non facile con il movimento ecologista. Il tema centrale diventa adesso quello della convergenza delle lotte, una convergenza in parte già sperimentata nei mesi scorsi ma di non facile realizzazione.

Uno dei limiti maggiori dei GJ è tuttora quello delle alleanze e la sua incapacità di trovare uno sbocco politico complessivo anche per le carenze dei sindacati tradizionali e dei partiti politici. La stessa France Insoumise che pur fin dall’inizio ha appoggiato i GJ, non si è certo rafforzata negli ultimi mesi vivendo al contrario una crisi non facile. I rapporti con le centrali sindacali, soprattutto per colpa di quest’ultime, all’inizio molto restie a farsi coinvolgere, sono difficoltosi. All’interno del movimento si è svolta – lontana dai riflettori – una lotta politica contro l’estrema destra, lotta condotta da militanti della France Insoumise, del PCF e di altre organizzazioni di estrema sinistra. Questa presenza ha impedito che l’estrema destra egemonizzasse i GJ ed ha fatto rimanere le questioni identitarie e le posizioni contro i migranti molto marginali. Dietro questa diffidenza verso le organizzazioni tradizionali sociali e politiche della sinistra ci sono anni di sconfitte sociali anche in seguito a grandi mobilitazioni sindacali. Vi è al fondo la frammentazione del lavoro salariato che rende sempre più difficile costruire movimenti di lotta a partire dalle aziende. La maggioranza dei lavoratori in Francia lavorano in imprese con meno di 50 addetti. La grande maggioranza dei GJ sono salariati, precari che lavorano in piccole imprese. Era per loro totalmente impossibile mobilitarsi a partire dalla loro azienda.

Le marce per il clima, che pur hanno visto l’adesione convinta di migliaia di GJ (con lo slogan: “fine del mondo, fine del mese, stessa lotta”), sono partecipate in larga misura da quadri o figli di quadri, da molti giovani urbani e sono concentrate nelle grandi agglomerazioni. I GJ appartengono alle classi popolari, al 90% sono operai ed impiegati, moltissimi di loro hanno difficoltà a chiudere la fine del mese, conoscono la precarietà se non la povertà. Vengono accusati di inquinare con le loro macchine a diesel mentre la maggior parte di loro non ha mai preso l’aereo. I GJ sono sul piano politico molto diversificati al loro interno mentre gli ecologisti lo sono molto meno. Tra quest’ultimi la destra tradizionale è assente. Un’altra differenza è l’approccio alla violenza, distanza che si sta accorciando anche perché gli ecologisti stanno scoprendo le virtù della disobbedienza civile. Comincia a farsi strada la concezione di un’ecologia popolare. Ci si deve preoccupare del bambino che soffre di asma a causa delle pessime condizioni della sua abitazione, della cattiva alimentazione, delle difficoltà di trasporto nelle periferie e nei paesi di provincia dove si è costretti ad utilizzare la macchina privata, … La politica deve intervenire sul problema dei trasporti, sostenere economicamente la coibentazione delle case, promuovere l’agricoltura bio per tutti a partire dalle mense scolastiche, …

In ogni caso, “l’Assemblea delle assemblee” ha deciso la partecipazione dei GJ a tre grandi mobilitazioni: quella del 23 novembre contro la violenza sulle donne, quella del 27 novembre contro i cambiamenti climatici e allo sciopero di protesta contro il taglio delle pensioni del 5 dicembre.

Molte realtà locali dei GJ partecipano poi alla realizzazione di liste cittadine per le municipali della primavera prossima in alleanza con altri movimenti ed associazioni, un pò nello spirito di quella che la France Insoumise ha chiamato la “Federazione popolare”.

Gli insegnamenti di questo movimento per l’Italia sono assai simili a quelli che si possono trarre per la Francia. La diffidenza verso le organizzazioni tradizionali e la politica, la crescita dell’astensionismo elettorale e delle disuguaglianze, che nel nostro Paese hanno anche un aspetto ancor più marcatamente territoriale, la difficoltà dei diversi settori sociali nel mobilitarsi, il rancore delle periferie verso la stessa sinistra moderata e radicale, ritenute corresponsabili delle politiche antipopolari europee e dei flussi dei migranti (e qui si coglie forse una qualche differenza con la situazione francese). Mentre la sinistra non ha capito la fase nuova che si è aperta con le elezioni politiche del 4 marzo 2018 nel nostro Paese. La differenza con il nostro vicino è che la rabbia popolare ha trovato finora uno sbocco prevalentemente elettorale premiando la Lega e in particolare il Movimento 5 stelle. Al riguardo è significativo lo studio di Francesco Bloise, Daniela Ghironi e Mario Pianta, Inequality and elections in italians regions, sulle basi economiche del voto a questi due partiti. Ne risulta un quadro abbastanza esplicito: votano Lega i ceti medi impoveriti residenti lontane dalle aree metropolitane, il voto al M5S è prevalentemente un voto di lavoratori part-time, a tempo determinato, precari, poveri del Sud. Ora che lo stesso M5S conosce una crisi identitaria significativa, saprà la sinistra proporre a questi ceti popolari un’alternativa alla passività ed alla rassegnazione? Nascerà anche da noi un movimento di lotta contro le disuguaglianze?

di Alessandro De Toni

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