Il sistema industriale italiano tra privatizzazione e smantellamento.

Nel corso degli anni le sorti di Alitalia e quelle di Ilva si sono intrecciate e sovrapposte più volte; la loro storia torna ad incontrarsi ancora.

Ambedue le aziende, strategiche per il Paese, giunte quasi contemporaneamente sull’orlo della liquidazione, rappresentano in modo fin troppo schematico il fallimento delle politiche industriali del nostro Paese e delle privatizzazioni, realizzate da noi negli ultimi 15-20 anni.

La palese mancanza nel nostro Paese di una vera classe imprenditoriale capace di fare sistema e progettare uno sviluppo degno di un paese del G7 avrebbe dovuto consigliare un atteggiamento cauto anche ai più accesi sostenitori del libero mercato, ma la furia liberista ha prevalso e il pessimo risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi. Le vicende di Alitalia e Ilva non lasciano spazi ad equivoci.

Il parallelismo tra Alitalia ed Ilva non è solo dato dalla contemporaneità con cui sta avvenendo lo smantellamento delle due realtà, ma anche dalla medesima incapacità dimostrata dalla classe politica e sindacale di non aver saputo né prevedere, salvo rari ed illuminati casi, né tanto meno anticipare la tragicità dell’epilogo che sta per accadere.

Attualmente Alitalia ed Ilva sono due realtà paragonabili dal punto di vista occupazionale, contando ambedue circa 11.000 dipendenti diretti e oltre 20.000 nell’indotto, e anche il loro fatturato è paragonabile visto che per Ilva trattasi di circa l’1,4% del PIL nazionale e per Alitalia circa 1,7%.

Le strade però non si incontrano solo fin qui.

Nel 2008, quando la compagnia di bandiera italiana venne privatizzata, lasciando a casa circa 10.000 lavoratori e imponendo un drastico ridimensionamento, parteciparono alla cordata dei “patrioti italiani” anche i Riva, che assicurarono un cospicuo contributo pur di consentire a Berlusconi di sventolare il mantenimento di presunta italianità di Alitalia, fatto questo tra l’altro smentito poiché Air France divenne l’azionista di maggioranza relativa praticamente da subito. I Riva, va ricordato, sono gli stessi attori protagonisti della vicenda ILVA.

In realtà la partecipazione dei Riva fu tutt’altro che disinteressata. D’altra parte è difficile immaginare che i padroni dell’Ilva, estranei al trasporto aereo, si siano fatti trascinare nell’avventura della privatizzazione di Alitalia senza uno specifico obiettivo che, come rivelato successivamente da alcune carte processuali, era costituito dal rinvio delle visite degli ispettori da parte del Governo a Taranto, ovvero dalla volontà di ritardare alcune verifiche sulla salubrità della produzione dell’acciaieria.

Per Ilva si è poi arrivati all’attuale ad oggi inadeguata proprietà franco-indiana che, come ormai ben noto, si è spesso sottratta agli obblighi previsti dal contratto con la scusa dello scudo penale, vergognosamente preteso e invocato dal sindacato tradizionale, nonché da una consistente porzione della politica che prova a nascondere le proprie responsabilità, tentando di percorrere la strada più facile e illudendosi di trattenere Arcelor-Mittal, pur di non affrontare l’unica alternativa possibile: la nazionalizzazione.

Il parallelismo per le due aziende si manifesta ancora. Per Alitalia, come nel caso dell’ILVA, l’intera manovra di privatizzazione si manifestò in tutta la sua assoluta precarietà in brevissimo tempo, visto che nell’arco di poco più di 6 anni, i “capitani coraggiosi” fallendo miseramente i piani e tradendo gli impegni di sviluppo, dovettero passare la mano ad Etihad pur di evitare una nuova procedura concorsuale.

Anche in Alitalia le responsabilità della politica italiana sono enormi e affondano le radici molto lontano; già nel 2000, infatti, pur emergendo in modo chiaro il disegno del Commissario Europeo ai Trasporti, De Palacio, che prevedeva un ruolo globale solo per Air France, Lufthansa e British ed un ruolo ancillare per le altre compagnie, la nostra classe politica poco ha fatto in difesa dell’azienda nostrana. Inoltre la totale inadeguatezza si è manifestata anche nella sfida con il processo di privatizzazione, dipinta come passaggio salvifico, ma che si è rivelata tutt’altro che benefica.

Le perdite di Alitalia pubblica (ante 2008) e quelle della Compagnia di Bandiera italiana ormai privatizzata sono rimaste identiche, se misurate in proporzione al fatturato, che però è drasticamente calato a fronte di un profondo taglio del network e del parco macchine a disposizione della compagnia ormai passate in mano privata.

Dopo lo schianto dell’Alitalia privatizzata ed in mano ai “capitani coraggiosi” arrivò l’epoca del cavaliere bianco Etihad. Gli emiratini furono chiamati dal duo Letta-Renzi.

Etihad entrò nel capitale AZ al 49% mentre il restante 51% restò nelle mani dei sopravvissuti alla compagine dei “capitani coraggiosi”(sostanzialmente le Banche!).

Il fallimento della seconda fase della privatizzazione arrivò prestissimo e a maggio 2017, dopo che i lavoratori bocciarono la proposta di una ennesima ristrutturazione che imponeva ancora una volta migliaia di esuberi, il Governo Gentiloni-Calenda avviò il commissariamento della compagnia di bandiera italiana, certificando il fallimento dei progetti sbandierati in precedenza.

Da allora l’Alitalia è stata commissariata ma agli amministratori straordinari è stato da subito assegnato il mandato di venderla senza neppure provare a ristrutturarla.

In dote le sono stati consegnati 900 mln di euro per avviarne la dismissione nelle mani di una compagnia concorrente: un fiume di denaro utilizzato per liberarsi del controllo del principale operatore esistente nel trasporto aereo.

Una scelta scellerata e pericolosa, oltre che priva di alcuna possibilità di riuscita.

Di fatto oggi a due anni dall’inizio del commissariamento, i 900 mln di euro sono stati spesi in attesa di individuare sul mercato uno o più partner privati che affiancassero FS e Mef, per formare un consorzio pubblico-privato che si è manifestato irrealizzabile.

Paradossalmente tra i soci privati chiamati in soccorso di Alitalia, il Governo ha sollecitato l’intervento di Atlantia: un errore imperdonabile.

La vicenda si è trasformata nel salvataggio di Atlantia da parte di Alitalia e non certo viceversa.

Infatti all’indomani della minaccia di revoca delle concessioni autostradali a causa del disastro del Ponte Morandi, Atlantia ha sostanzialmente subordinato la sua partecipazione in AZ, all’estinzione di qualsiasi rischio che pregiudicasse la continuità delle concessioni autostradali e degli ultra-profittevoli livelli tariffari delle concessioni aeroportuali: scacco matto al Governo.

Non avendo avuto ancora garanzie sulla continuità delle concessioni autostradali, Atlantia ha effettuato un passo indietro, assolutamente prevedibile e previsto, sfilandosi dal consorzio per Alitalia in prossimità della settima scadenza (sic!) fissata dai commissari AZ per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisto della compagnia di bandiera.

Dal canto loro, Delta e Lufthansa, da tempo simultaneamente corteggiate da FS e dal Governo, si sono rivelate per quelle che erano dall’inizio: interessate a mettere le mani sul mercato del Trasporto Aereo italiano piuttosto che intenzionate a rilanciare Alitalia.

I nodi sono arrivati in prossimità dell’ultima (in termini temporali) scadenza, manifestando che, a meno di pesanti tributi occupazionali e ad un consistente ridimensionamento, né Delta, né Lufthansa sarebbero entrati in Alitalia.

Infine, FS, chiamata in causa dal Governo giallo-verde e poi da quello giallo-rosso, prendendo atto della ritirata degli altri candidati, ha fatto un passo indietro dichiarandosi indisponibile a restare nel consorzio, dopo aver speso, a quanto pare, oltre 11 mln di euro per confezionare, con l’ausilio dei soliti consulenti, un Piano industriale che tale non è ed i cui assunti sono identici a quelli dei “capitani coraggiosi” e di Ali-Etihad.

A questo punto lo scenario di una inaccettabile liquidazione diventa sempre più probabile a meno di un salto di qualità da parte del Governo ed un cambio paradigmatico delle non-soluzioni adottate finora.

Al momento Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, invoca il proseguimento del commissariamento, da effettuarsi con il sostegno di un altro prestito pubblico e con il cambio degli amministratori straordinari.

In realtà, però, la soluzione più praticabile per assicurare il salvataggio e rilancio di Alitalia è costituita da una vera e propria nazionalizzazione che preveda, come disposto dall’emendamento dell’Onorevole Stefano Fassina al decreto fiscale, la restituzione allo Stato di quanto resta di Alitalia.

E’ assolutamente certo che questo percorso rappresenta l’unica soluzione percorribile per Alitalia, ma anche per Ilva e per tantissime altre attività.

E’ sempre più evidente la necessità che si ricostituisca una “nuova Iri” che possa supplire l’assenza di una vera classe imprenditoriale in Italia e che possa riportare sotto il controllo pubblico di quelle attività come, ad esempio, i monopoli naturali (quali la rete autostradale) che per loro stessa natura non possono essere abbandonate alla concorrenza privata. Nel caso della rete autostradale, infatti, la gestione in concessione ha garantito infinite ricchezze a qualcuno, privando la collettività di beni comuni il cui beneficio non può essere riservato a pochi prenditori nostrani o stranieri.

Possiamo senza dubbio asserire che Alitalia e Ilva sono la dimostrazione di un teorema: le privatizzazioni hanno fatto danni irrimediabili.

Ricominciare dalla nazionalizzazione di Alitalia e Ilva è una occasione per ripartire con la riacquisizione di importanti fonti di ricchezza per la collettività.

Sarebbe solo l’inizio. Un buon inizio. E a nulla valgono le doglianze di chi sostiene che mancano le risorse economiche: i soldi ci sono e sono tanti, spesso spesi per tutelare interessi poco trasparenti e comunque tutt’altro che collettivi.

 

Antonio Amoroso