Violenza di genere

Contro la violenza sulle donne: investire, educare e sostenere.

I dati diffusi dall’Eures sono ancora una volta terribili, i femminicidi sono in costante aumento:142 le donne uccise nel 2018, 94 nei primi dieci mesi del 2019, delle quali 80 sono state vittime dei loro stessi familiari, mariti o partner. In aumento costante sono le denunce per maltrattamenti in famiglia e per stalking.

L’Istat ritiene che siano 2 milioni le donne che nella loro vita sono state vittime di violenza fisica o sessuale, il dato sale a 3.700.000 se si considera le donne che hanno interrotto una relazione a causa della violenza fisica, sessuale o psicologica, e di esse più di un milione di separate o divorziate, che risultano essere la categoria più a rischio, esposte alla vendetta dell’ex coniuge o convivente. E’ di questi giorni la notizia di una moglie sottoposta ad uno stupro di gruppo dal marito e dai suoi amici, quando dopo anni di soprusi e maltrattamenti si è decisa a mettere fine ad una relazione malata.

A fronte di un panorama così desolante, le risorse destinate ai centri antiviolenza ed alle case rifugio, sono scarsissime, si calcola che attualmente lo Stato stanzia per ogni vittima meno di un euro al giorno, e ì fondi spesso rimangono bloccati per anni; a questo proposito basti pensare che ancora non sono stati liquidati del tutto quelli del 2016 e del 2017. Questa inerzia mette a rischio di chiusura tantissime strutture.

Il dato più inquietante è che i delitti contro le donne aumentano mentre tutti gli altri reati gravi diminuiscono, sono in calo gli uomini vittime di omicidio. La violenza quindi diventa sempre più “di genere”, diretta contro le donne.

Ciò segnala un’involuzione del senso comune e dimostra che ci troviamo di fronte ad una minaccia molto grave per tutta la società, un’emergenza per la tenuta della democrazia, delle relazioni e della convivenza del nostro Paese.

La violenza di genere attraversa tutti gli aspetti della vita sociale, vive dentro la trasformazione degli spazi urbani e delle città, si incrementa nel tempo della crisi economica e della precarietà, trova nutrimento in nuove forme di espressione e viaggia in rete, si insinua nel linguaggio e nelle parole.

Il lavoro femminile è soprattutto lavoro saltuario e non garantisce una vera autonomia economica. Le politiche di austerity colpiscono maggiormente i settori della scuola e della sanità, delle politiche sociali e in generale dei servizi, dove sono concentrate il maggior numero di donne occupate con contratti a tempo indeterminato.

Nelle scuole ostacoli culturali e stereotipi sessisti presenti negli stessi libri di testo, rendono spesso non praticabili i diritti fondamentali di eguaglianza e danno luogo a gap di genere nella scelta del proprio futuro di vita e di lavoro.

Le parole e la violenza che le parole possono contenere e istigare sono dentro le vite delle donne, in un linguaggio declinato sempre al maschile che traduce un mondo caratterizzato dall’egemonia del patriarcato.

Sicuramente è prioritario aumentare gli stanziamenti, oggi davvero ridicoli, per i centri antiviolenza, le case rifugi, gli sportelli di sostegno, i percorsi di riabilitazione per le vittime, la formazione del personale destinato al soccorso e all’accoglienza.

Tutto ciò è fondamentale ma non è sufficiente.

Tantomeno è pensabile che, per quanto necessario ed opportuno, basti solo reprimere i reati con pene più severe, snellire e velocizzare le procedure processuali. E’ necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, che deve partire anche e soprattutto da meccanismi di prevenzione.

Un’emergenza va combattuta con un piano straordinario che si estenda su vari fronti.

Nelle città è necessario realizzare per le donne interventi sistematici e non occasionali, con fondi di investimento pluriennali che divengano strutturali ed in grado di rispondere ad una programmazione efficace e coerente, per rendere i luoghi pienamente vivibili. Realizzare un habitat sicuro ed accogliente vuol dire investire sui servizi alla persona, sui consultori e sugli ambulatori territoriali, sugli asili nido pubblici e gratuiti.

Vuol dire tener presente le donne nella progettazione e nella cura del territorio: dall’illuminazione, alle telecamere di sorveglianza, dalla distribuzione delle forze dell’ordine alle scelte riguardanti i trasporti urbani.

Non è più rinviabile un piano organico per rilanciare l’occupazione femminile e dare stabilità ai posti di lavoro delle donne. Molti finanziamenti per la creazione di imprese erogati negli anni in maniera discontinua da Ministeri e Regioni, derivanti per lo più da fondi comunitari, rimangono privi di effetti duraturi, perché manca una reale rete di monitoraggio e accompagnamento che possa consolidare i risultati ottenuti e far vivere in modo duraturo le esperienze avviate.

Nelle scuole bisogna pensare ad un progetto educativo nazionale rivolto ad alunne ed alunni, ma anche ad un piano di formazione diretto al personale tutto. Vanno inserite nelle materie di insegnamento l’educazione alle differenze di genere e quella alla gestione delle relazioni. Vanno rivisti i testi scolastici perché garantiscano una corretta visione del ruolo delle donne e nell’insegnamento delle varie discipline è ora di introdurre metodologie e visioni di genere, che garantiscano la completezza e l’imparzialità dell’insegnamento.

Un programma di educazione al linguaggio ed ai sentimenti andrebbe diffuso in maniera capillare attraverso la rete, sui social network, sulle applicazioni più diffuse.

Va proposta alle Amministrazioni comunali l’adozione di un protocollo per il corretto uso della lingua italiana nelle desinenze femminile e maschile e conseguente abolizione del maschile usato indistintamente per i generi.

Un piano complesso ha bisogno di coordinamento per essere realizzato, l’esperienza suggerisce che sono i Comuni italiani i luoghi più adatti a contrastare la violenza di genere, perché più vicini alle donne e in possesso di una rete di servizi, oggi insufficienti, ma che può essere potenziata e messa in grado di realizzare le politiche più efficaci.

Questo Governo, le istituzioni tutte, hanno il dovere di prendere atto che l’unica vera emergenza sicurezza di questo paese è attualmente quella dell’aumento dei reati gravi di genere come ormai da tempo suggeriscono tutti i numeri diffusi dagli istituti di ricerca, ma anche lo stesso Ministero degli interni.

La strage di donne uccise o in altri modi distrutte sembra proseguire inarrestabile.

Non è possibile fermare questo massacro quotidiano con quattro spiccioli erogati in ritardo e male.

Si tratta di convogliare risorse e competenze da Ministeri vari, con investimenti seri e non residuali, e sapere poi collegare le varie azioni, scegliendo i Comuni italiani come destinatari privilegiati e protagonisti degli interventi. Non c’è altro modo e bisogna fare presto.

Le donne, che sono più della metà di questo paese, hanno diritto alla sicurezza ed alla serenità, hanno diritto di vivere e di vivere LIBERE.

 

Melinda Di Matteo

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