Modello “Olandese” per l’Italia?

Nei giorni scorsi tutti i giornali hanno parlato dei danni dell’innalzamento dell’acqua a Venezia, con grande clamore mediatico, promesse di rimedi e consueto scaricabarile (in specie il presidente Zaia). Negli anni, a ridosso di ogni episodio di allagamento, i giornali ci svelano nei giorni successivi molte informazioni in merito alla situazione del dissesto idrogeologico del paese: “6 milioni a rischio alluvione” fa sapere in questi giorni Repubblica; poco tempo dopo l’emergenza scompare dalle prime pagine… fino alla prossima volta.
Invece non solo questi episodi dovrebbero portare ad una riflessione capace di stimolare dei provvedimenti incisivi sull’assetto strutturale del dissesto, al di là di tamponare l’emergenza, ma dovrebbero portare ad un bilancio sul modello di sviluppo in prospettiva ampia. Per cui conviene cercare di immergersi nelle origini dei tornanti che segnano la struttura produttiva del paese.
Una data chiave è l’8 settembre 1993 (e non è un errore di stampa). In tale giorno la Commissione europea approva l’accordo Andreatta-Van Miert del 27 luglio dello stesso anno fra le autorità comunitarie ed il governo italiano. La nascente Unione europea che sarebbe nata di lì a poco (precisamente il successivo 1 novembre) non poteva tollerare il pesante complesso industriale pubblico ereditato dalla Prima Repubblica, e l’accordo consiste nel diminuirne la tutela statale, riducendone il perimetro e inserendo le eventuali imprese di Stato residuali nell’orizzonte della concorrenza e del mercato.
E così fu. Come mostrato in un dettagliato rapporto della Corte dei Conti, l’Italia si dedica in capo al decennio ad uno dei più vistosi processi di privatizzazioni nel panorama mondiale, rassegnandosi a seguire come un diligente scolaretto le regole comunitarie sugli aiuti di Stato (quasi dovesse emendarsi di un eccessivo statalismo antecedente) ed iniziando un cammino di austerità permanente. A testimonianza della diligenza italiana nel portare a termine il compito assegnato, sul sito del MEF campeggia con orgoglio un grafico che mostra come il nostro paese abbia realizzato una bella sfilza di “avanzi primari”, cioè bilanci in cui il prelievo fiscale è maggiore della spesa pubblica (salvo gli interessi sul debito).
Che genere di modello ne deriva? E cosa c’entra con i guai di Venezia?
Sostanzialmente si ha un capovolgimento del modello di economia trainato dai salari, dove i redditi dei lavoratori dipendenti costituivano l’asse centrale della crescita. La dinamica dei salari forniva la domanda di beni necessaria all’espansione industriale nazionale e, al tempo stesso, induceva gli imprenditori a investire di più in macchinari e tecnologia che rendevano il lavoro più produttivo.
Tale modello era già entrato in crisi a fine anni Settanta, ma solo negli anni Novanta si dispiega il suo rovesciamento. Applicando le regole comunitarie su aiuti di Stato e concorrenza, privandosi dello spazio di manovra di una politica monetaria indipendente (con una valuta unica che avvantaggia i paesi che riescono a controllare l’inflazione: bene Germania, male l’Italia) e con una austerità continua si assiste al declino industriale italiano e al tracollo del mondo del lavoro. Questo si traduce in una discesa netta della quota-salari a vantaggio dei profitti.
La nuova Italia privatizzata e “competitivizzata” di Maastricht cerca di diventare un’economia basata sulle esportazioni: l’incidenza del commercio estero sul PIL, infatti, aumenta, e molto. Tuttavia questa tendenza è sufficiente per compensare la carenza di consumi interni. La crescita economica è bassa cui si accompagna una disoccupazione costantemente alta – che molti definiscono strutturale. Con la crisi del 2007/08 il numero di disoccupati diverrà importante; quello dei giovani, catastrofico.

Ma a parte le aziende che riescono a conseguire risultati soddisfacenti grazie alle esportazioni, il resto del paese che fa? Quali prospettive per i giovani? Lo sviluppo dell’economia italiana è caratterizzato fin dagli inizi del Regno da assorbimento occupazionale prevalentemente nell’industria rispetto ai servizi; nel secondo dopoguerra l’agricoltura diminuisce sempre più di importanza a favore della crescita degli altri due settori, fino ad arrivare a metà anni Settanta, periodo in cui i servizi si impennano lasciando indietro l’industria come principale settore di occupazione.

In questo contesto, per le caratteristiche storico-culturali e paesaggistiche, lo sviluppo del terziario italiano si concentra prevalentemente nel comparto del turismo. Nel nostro paese tale comparto contribuisce in modo diretto al 5,5% del PIL e al 6,5% dell’occupazione; in termini indiretti (includendo per esempio la costruzione di alberghi e l’acquisto dei mobili per spazi destinati a strutture ricettive) si arriva al 13% del Pil e al 15% degli occupati totali. Si tratta di cifre superiori alle medie europee e mondiali, a cui si è arrivati con una espansione tumultuosa.

Questi numeri pongono diversi problemi sul piano economico-sociale, dalla trasformazione delle maggiori città d’arte in Disneyland per turisti che marginalizzano i locali, ad una tendenza al marketing banalizzante per la cultura. Sul piano meramente economico la dinamica tipica può essere assimilata alla malattia olandese, un termine che nasce dalla scoperta di un giacimento di gas nel nord-est del paese nordeuropeo, il cui sfruttamento ha portato ad un declino degli altri settori negli anni Sessanta. Si fa questa analogia per quei paesi che basandosi sull’esportazione di una singola risorsa (si pensi al Venezuela col petrolio) convogliano sul settore dominante forza-lavoro ed investimenti, mentre l’industria nazionale perde forza a favore della concorrenza estera.

Succede quindi che per via delle varie spinte in campo, si arriva a definire un paese deindustrializzato, in cui non si produce quasi più nulla, si deve importare ciò che serve utilizzando il ricavato della materia prima maggiormente richiesta sul mercato internazionale.
Nel nostro caso questa “materia prima” è il turismo. In un contesto di desertificazione produttiva, l’economia locale si affida all’unica ciambella che c’è per non affogare, tagliandosi ogni altra alternativa; sfruttandola a qualsiasi costo. Quindi impieghi a basso reddito (essendo il turismo un settore per lo più a “basso valore aggiunto”), investimenti privati in strutture ricettive dedicate agli stranieri e priorità ai collegamenti meno correlati alle esigenze di movimento dei residenti (aeroporti e porti, ecc.). Queste tendenze sono particolarmente accentuate in alcuni contesti italiani, in cui il caso Venezia può essere assunto a paradigma del sistema Italia: il settore dei servizi è quasi totalmente sovrapponibile a turismo.
Secondo una ricerca di qualche anno fa, a Venezia fra il 1997-2011 il traffico croceristico è aumentato del 439%, mentre il numero di attracchi delle navi del 318%. L’economia locale ha fatto sempre più ricorso a navi sempre più imponenti e di dimensioni massive. Per farle attraccare si è dato luogo alle trasformazioni che hanno inciso in profondità nella morfologia lagunare per favorire un afflusso di grandi navi con masse di turisti sempre più numerosi. Le conseguenze sono un logoramento ambientale più accentuato, non controbilanciato da adeguate politiche. Anzi stiamo vivendo una vera e propria austerità ambientale: in soli 5 anni la spesa primaria per l’ambiente è collassata da 8,3 mld nel 2010 a 4,3 mld nel 2015. Ancora peggio gli investimenti in materia ambientale sono crollati nello stesso periodo di -61% (da 6,7 mld a 2,6 mld) secondo quanto riporta l’Ecorendiconto redatto dalla Ragioneria generale dello Stato. Si tratta di una declinazione più specifica della flessione della spesa pubblica compressa – fra l’altro – dai nocivi ed infondati parametri di Maastricht, che la crisi dei debiti sovrani ha reso più pervasivi e forti.
Chiaramente un modello di sviluppo sbagliato non è la causa diretta di disastri, ma rende il contesto più precario, da cui non rimane immune la tenuta del territorio, che diviene più fragile e meno resiliente agli effetti degli eventi metereologici estremi.

Il modello così ottenuto non è adeguato ad uno sviluppo conforme alle esigenze né del paese né delle classi lavoratrici, producendo crescita fiacca e bassi salari: nessun paese delle dimensioni dell’Italia può campare decentemente rinunciando alla propria manifattura e industria e appollaiandosi alla rendita delle bellezze del “belpaese”. Occorre guardare in faccia la realtà: l’Italia sta perdendo la sua posizione fra le nazioni economicamente avanzate, e non solo per la “zavorra” del meridione (come i sostenitori del regionalismo differenziato definiscono – sbagliando- il Sud d’Italia): per Pil pro capite la Lombardia da 30sima (2005) è scesa a 43sima posizione fra le regioni UE; il Piemonte dalla 58sima (2005) alla 97sima.
Né è compatibile con una difesa dei beni ambientali e degli ecosistemi che la tendenza spasmodica allo sfruttamento eccessivo tenderà a sacrificare.
Lo sviluppo economico va riportato sui binari dell’interesse collettivo recuperando la vocazione industriale italiana con un incisivo interventismo statale. In tal modo, sottraendo i settori culturale e ambientale (almeno in parte) al ruolo di “uniche” materie prime per la nostra economia, ci apriranno più spazi per la loro tutela, anche per far fronte agli allarmanti cambiamenti climatici che pongono sfide sempre più difficili.
Ma per fare questo occorre mettere la parola fine all’austerità e recuperare gli strumenti di intervento statuale capaci di coordinare e programmare l’economia nazionale, anche se significasse entrare in rotta di collisione con la UE. Si tratta dell’unica scelta coerente con la Costituzione.

Matteo Bortolon