Una riflessione su quanto sta accadendo in Bolivia

Quella di Evo Morales è stato una rivoluzione politica anti-elitaria. La situazione attuale non era prevedibile e indica che siamo di fronte a un movimento controrivoluzionario. Il leader più visibile è Luis Fernando Camacho, un uomo d’affari di 40 anni che non ha partecipato al processo elettorale ed è arrivato a Palazzo Quemado (sede della presidenza della repubblica boliviana) con una Bibbia e una scorta della polizia. Mentre celebravano il rovesciamento del presidente a La Paz, per strada venivano bruciate bandiere Whimpala (rappresentativa dei popoli nativi che vivono nei territori andini che facevano parte dell’impero Inca) al grido di “abbasso il comunismo”.

Cominciamo dalla fine (o quanto meno dalla fine provvisoria di questa storia): domenica, nelle ultime ore della notte, il leader di Santa Cruz de la Sierra Luis Fernando Camacho ha sfilato su un’auto della polizia per le strade di La Paz, scortato da poliziotti ammutinati e sostenuto da settori della popolazione contrapposti a Evo Morales. È stata così messa in scena una controrivoluzione civico-poliziesca che ha spodestato il presidente boliviano dal potere. Morales si è precipitato nel suo territorio, la regione cocalera di El Chapare che ha visto il suo esordio nella vita politica, dove ha cercato rifugio dai rischi di vendetta. È una parabola – almeno transitoria – nella sua vita politica. In questo modo, quello che è iniziato come un movimento che esigeva un secondo turno elettorale dopo la controversa e confusa elezione del 20 ottobre si è concluso con il “suggerimento” di dimissioni al presidente da parte del capo delle forze armate.

Nessuno avrebbe potuto prevedere una rivolta contro Evo Morales. Tuttavia, in tre settimane, l’opposizione si è mobilitata più fermamente delle basi “eviste”, che dopo quasi 14 anni al potere hanno progressivamente perso capacità di mobilitazione nella misura in cui lo Stato è andato a sostituire le organizzazioni sociali come fonte di potere, burocratizzando così l’appoggio per il “processo di cambiamento”. In poche ore, quello che è stato il governo più forte del ventesimo secolo in Bolivia è crollato (ci sono molti ex funzionari rifugiati nelle ambasciate). Vari ministri hanno rassegnato le dimissioni denunciando al contempo che le loro case erano state bruciate e gli oppositori hanno fatto dei tre morti negli scontri tra gruppi civili un motivo di indignazione contro quella che chiamano “dittatura”. Infine, domenica Evo Morales e Álvaro García Linera si sono dimessi e hanno denunciato un colpo di stato in corso.

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Il Movimento al Socialismo (MAS), formato negli anni ’90, è sempre stato un partito profondamente contadino – più che indigeno – e questo si è tradotto in molti modi nel governo di Evo Morales. Il sostegno urbano è sempre stato condizionato – nel 2005 per via della scommessa di una nuova leadership “indigena” a fronte della profonda crisi che viveva il paese; successivamente perché Evo ha mantenuto ottime performance economiche -, ma il tentativo di Morales di rimanere ancorato alla presidenza – sommato all’antico substrato razzista e al senso di esclusione del potere – ha incoraggiato le classi medie urbane a scendere in piazza contro Morales. Oggettivamente parlando, il cosiddetto “processo di cambiamento” non ha favorito la classe media tradizionale né l’establishment “biancoide” – come si sogliono denominare i “bianchi” in Bolivia -, anzi ha tolto loro potere. Quella di Morales è stata una rivoluzione politica anti-elitaria. Questo è il motivo per cui si è scontrato con le precedenti élite politiche e le ha sostituite con altre, più plebee e indigene. Questo fatto ha svalutato fino al punto di far scomparire il capitale simbolico ed educativo con cui contava la “classe burocratica” che esisteva prima del MAS. Nel frattempo, le sue vittorie elettorali con oltre il 60 percento gli hanno permesso di prendere il pieno potere dello stato.

Con Morales c’è stata una vittoria della politica sulla tecnica. Se il neoliberismo credeva nel diritto dei “più capaci” di imporre le proprie visioni, il “processo di cambiamento” ha creduto nel diritto della Bolivia popolare di imporsi ai “più capaci”. Per farlo, ha fatto ricorso alla politica (egualitarismo) e alla distribuzione corporativa delle nomine tra vari movimenti sociali piuttosto che alla tecnica (elitismo). Per questo motivo, non ha colmato in modo meritocratico i posti lasciati vacanti dal ripiegamento della burocrazia neoliberista. E non ha fatto neppure ricorso in modo sistematico e ampio alle università per dotarsi di un capitale culturale che, invece, considerava sacrificabile. Ciò ha esasperato la classe media, in particolare il suo segmento accademico-professionale, la cui massima aspettativa era di ottenere un chiaro riconoscimento sociale ed economico delle conoscenze che possiede.

Infine, il MAS è diventato sempre più statalista. L’approccio statalista con cui il governo ha affrontato i problemi e le esigenze che sorgevano nel paese lo ha portato a ignorare e spesso a scontrarsi con le piccole imprese private, cioè con le imprese della classe media. Per questo motivo c’era attrito tra il “processo di cambiamento” e i settori imprenditoriali non indigeni e non corporativi (al contrario di quelli indigeni e corporativi che invece hanno tratto beneficio dagli aspetti politici del cambiamento, indignando così la “classe media”). È vero che c’era un patto di non aggressione e supporto tattico tra il “processo di cambiamento” e l’alta borghesia o le classi alte, ma ciò si basava su ragioni politiche piuttosto che commerciali o economiche.

D’altra parte, diverse misure adottate da Evo Morales hanno destabilizzato la dotazione dei capitali etnici, a scapito dei bianchi: sebbene non abbia promulgato una riforma agraria, ha favorito i poveri concedendo loro terreni pubblici; c’è stata una ridistribuzione del capitale economico – attraverso le infrastrutture e le politiche sociali – a favore di settori più indigeni e popolari; la politica educativa attuata dal governo ha migliorato la dotazione di capitale simbolico agli indigeni e ai meticci mediante la rivalutazione della loro storia e della loro cultura ma, allo stesso tempo, il governo ha fatto ben poco per aumentare il livello di istruzione pubblica e, pertanto, per strappare l’attuale monopolio bianco dell’educazione (privata) di alta qualità. Così, le precedenti élite hanno perso spazi nello Stato e hanno visto debilitati il proprio capitale simbolico e le vie di accesso al potere. In sintesi: il Golf Club ha perso qualsiasi rilevanza come spazio per la riproduzione di potere e status.

Numerosi sondaggi avevano già mostrato la sfiducia dei settori medi nei confronti del presidente. Non per la gestione, che approvavano, ma per la durata del dominio dell’élite che Evo dirigeva. Questa era la questione che interessava la classe media, una questione che l’ostinazione rielezionista di Morales ha reso impossibile risolvere, portando la classe media alla sedizione. A ciò si è aggiunto che il “processo di cambiamento” non ha indebolito i microdespotismi presenti nell’intera struttura dello Stato boliviano. L’uso di impiegati pubblici nelle campagne elettorali e, più in generale, nella politica di partito del MAS ha indebolito il pluralismo ideologico tra i funzionari, persino tra quelli di rango inferiore.

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La Bolivia è un paese quasi geneticamente anti-rielezionista: neppure Victor Paz Estenssoro, il leader della Rivoluzione Nazionale del 1952, ottenne due mandati consecutivi. In parte questa tendenza sembra essere una sorta di riflesso repubblicano dal basso e in parte la necessità di una maggiore rotazione del personale politico. Quando qualcuno non se ne va, limita l’accesso degli “aspiranti”. Tutti i partiti popolari che salgono al potere hanno lo stesso problema: ci sono più militanti che cariche da distribuire. Lo Stato è debole ma è uno dei pochi modi per ascendere socialmente.

La Bolivia è anche il paradiso della logica delle equivalenze di Laclau: non appena la situazione esce dai binari e lo Stato dimostra la propria debolezza, tutti tendono a sommare le proprie domande, indignazioni e frustrazioni, che sono sempre molte dato che si tratta di un paese povero con molte carenze. Così è stato anche questa volta. Gli ammutinamenti della polizia esprimono un astio di lunga tradizione dei settori bassi verso le cupole più alte, per problemi relativi alla disuguaglianza economica e agli abusi di potere tra le “classi”: è accaduto nel 2003, nella rivolta del 2012 e nell’ultimo fine settimana. Anche la regione del Potosí, in scontro con Evo da anni, poiché avverte che dai tempi della Colonia la propria ricchezza – ora il litio – svanisce mentre continua ad essere sempre povera, si è unita alla ribellione. Lo stesso è accaduto con i settori dissidenti di tutte le organizzazioni sociali (coltivatori di coca Yungas, ponchos rojos, minatori, trasportatori). Ciò si aggiunge a una cultura corporativa che fa sì che le domande di una regione o di un settore pesino di più rispetto alle posizioni più universalistiche, il che rende possibili alleanze inaspettate: nell’ultima rivolta, Potosí e Santa Cruz si sono alleate, qualcosa di impensabile durante la crisi del 2008, quando Potosí era un bastione “evista”.

Dopo diversi anni di impotenza politica ed elettorale della tradizionale opposizione – ossia i vecchi politici come Tuto Quiroga, Samuel Doria Medina o lo stesso Carlos Mesa – appare una nuova “leadership carismatica”: quella di Fernando Camacho. Questo personaggio sconosciuto fino a poche settimane fa al di fuori di Santa Cruz si è proiettato inizialmente occupando un vuoto nella dirigenza di Santa Cruz, che dalla sua sconfitta contro Evo nel 2008 aveva concordato una certa pax. Messo in risalto da una nuova fase di radicalizzazione giovanile, il “macho Camacho”, un uomo d’affari di 40 anni, è diventato il leader del Comitato Civico della regione che raggruppa, sotto l’egemonia imprenditoriale, le forze vive della società e difende gli interessi regionali. Più di recente, di fronte alla debolezza dell’opposizione, Camacho ha esibito un misto di Bibbia e “palle” per affrontare “il dittatore”. Per prima cosa ha scritto una lettera di dimissioni “affinché Evo la firmasse”; poi è andato a portarla a La Paz ed è stato respinto dalle mobilitazioni delle forze di governo; ma è tornato alla carica il giorno successivo per entrare alla fine di domenica in un Palazzo Quemado deserto – l’edificio del potere oggi si è trasferito nell’edificio Casa Grande del Pueblo – con la sua Bibbia e la sua lettera; lì si è inginocchiato sul pavimento affinché “Dio ritorni al Palazzo”.

Camacho ha siglato patti con i “ponchos rojos” aymara dissidenti, si è fatto fotografare con indigeni e coltivatori di coca anti-Evo e ha giurato di non essere razzista e di differenziarsi dall’immagine di una Santa Cruz bianca e separatista (“Noi cruceños siamo bianchi e parliamo inglese”, disse una volta una Miss). Infine, in una strategia produttiva, Camacho si è alleato con Marco Pumari, il presidente del Comitato Civico di Potosí, figlio di un minatore che aveva guidato la lotta in quella regione contro gli “oltraggi di Evo”. Così, questo leader emergente e istrionico ha finito per essere l’architetto della rivolta civico-poliziesca. Per questo, ha preso il posto dell’ex presidente Carlos Mesa, secondo alle elezioni del 20 ottobre, il quale, sotto l’incidere accelerato degli eventi, si è radicalizzato ma senza convinzione né grandi possibilità di essere accettato nel club più conservatore in quanto considerato un “tiepido”.

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René Zavaleta diceva che la Bolivia era la Francia del Sud America: lì la politica si svolgeva nel suo senso classico, cioè come rivoluzione e controrivoluzione. Tuttavia, il paese ha vissuto più di un decennio di stabilità, un periodo che ha messo in dubbio la validità del pensiero di Zavaleta. Nel 2008 Evo Morales risolse la contesa con le vecchie élite neoliberiste e regionaliste che si erano opposte alla sua ascesa al potere e diede avvio al suo ciclo egemonico: un decennio di crescita economica, fiducia del pubblico nel proprio futuro, approvazione maggioritaria della gestione del governo, un mercato interno con ingenti investimenti finanziati da entrate straordinarie in un’epoca di alti prezzi delle esportazioni e un miglioramento del benessere sociale.

Ma la ribellione è tornata e si è articolata con un movimento conservatore e controrivoluzionario. A differenza di Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003, Evo Morales non ha dispiegato l’esercito per le strade. Ha mobilitato i militanti del MAS, mentre veniva diffusa attraverso le reti sociali l’immagine delle “orde masiste” – ormai non si può più dire contadine o indigene. Il rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) sul risultato elettorale, avvertendo delle alterazioni, ha minato la fiducia in se stesso del partito al potere: così, ha perso la strada e le reti allo stesso tempo. Questo audit, che avrebbe potuto pacificare la situazione, era stato inizialmente respinto dall’opposizione, che considerava Luis Almagro (segretario generale dell’OSA) un alleato di Evo Morales per aver appoggiato la sua ricandidatura. L’organizzazione si è appena pronunciata per respingere “qualsiasi risoluzione incostituzionale della situazione”.

Uno dei motivi dell’insurrezionalismo è il caudillismo, cioè l’assenza di istituzioni politiche consolidate. Non c’è altro che una logica immediatista, di “somma zero”: si vince o si perde tutto, non si cerca mai di accumulare vittorie e sconfitte parziali con un occhio al futuro. Evo Morales non ha superato quella cultura ed è per questo che ha cercato di continuare nella sua posizione, ma ciò è vero anche per l’opposizione, la quale emerge ora con un altro “caudillo” di destra come Camacho. Non sappiamo quale futuro politico lo aspetti, ma ha già realizzato una “missione storica”: che le città pongano fine all’eccezione storica di un governo contadino nel paese. Non a caso dopo il rovesciamento di Evo, sono state bruciate le Whipala, la bandiera indigena trasformata in una seconda bandiera nazionale sotto il governo del MAS. Un altro obiettivo è quello di cacciare il nazionalismo di sinistra al potere: “abbasso il comunismo”, ripetevano i manifestanti per le strade, alcuni con Cristo e Bibbie.

La Bolivia non è solo il paese delle insurrezioni, ma anche delle rifondazioni. Solo l’idea di una “rifondazione” consente di compattare quelle forze che chiedono soluzioni insurrezionali e cercano di annullare l’influenza sociale e politica di coloro che hanno perso. D’altra parte, la “rifondazione” e l’inerente “distruzione creativa” delle istituzioni statali e politiche, consentono una mobilitazione di promesse e prebende dalle dimensioni che i nuovi vincitori richiedono per “occupare” (esercitare) davvero il potere. Ma il paradosso è che il paese cambia poco in ogni rifondazione. Soprattutto in termini di cultura politica. Ora il pendolo ha virato verso il lato conservatore, vedremo se la frammentata opposizione a Evo Morales riuscirà a strutturare un nuovo blocco di potere. Ma le ferite etniche e sociali del rovesciamento di Evo rimarranno a lungo.

Da www.revistaanfibia.com. Traduzione a cura di Samuele Mazzolini