Sciopero globale per il clima: ecco perché bisogna aderire

Venerdì 27 è Global Climate Strike, cioè sciopero per il clima, e in Italia e nel resto del mondo milioni di persone saranno in piazza per chiedere di salvare il Pianeta dai cambiamenti climatici.

Fuffa da ambientalisti che abbracciano gli alberi? Assolutamente no. E vi dimostriamo perché.

Mentre scriviamo, il ghiacciaio Planpincieux, sulle Grandes Jorasses, lungo il versante italiano del massiccio del Monte Bianco, è a rischio crollo: si muove alla velocità di 50-60 centimetri al giorno. Vi sembra poco? Intanto il comune di Courmayeur ha disposto la chiusura della strada comunale della Val Ferret.

Se pensiamo quindi che i cambiamenti climatici non ci riguardino, siamo fuori strada: ci riguardano eccome. 

Ma questa non è l’unica notizia che riguarda il clima che sta girando questa settimana: l’altra è che l’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’ONU, ha appena pubblicato un Rapporto sugli effetti del riscaldamento globale sugli oceani e sui ghiacciai.

GLI OCEANI

Per farla breve, l’ONU ci dice che stiamo scaricando sugli oceani una quantità di emissioni mai vista prima, pari a  un milione di tonnellate di CO2 ogni ora. 

Normalmente gli oceani assorbono carbonio, e dunque svolgono una funzione protettiva per il pianeta rispetto al riscaldamento globale, ma di fronte ad simile quantità di emissioni, del tutto fuori controllo, rischiano il collasso. 

Gli oceani non c’entrano con la nostra vita quotidiana? Non diremmo: hanno una funzione fondamentale per proteggere il clima, regolano le piogge e con esse tutte le attività collegate, come la disponibilità di acqua potabile e quella usata in agricoltura. 

La crisi in atto vuol dire anche innalzamento dei mari, con conseguenze che saranno devastanti per le popolazioni costiere, ovunque nel mondo, anche in Italia: non si tratta più di capire se questo avverrà, ma quando.

 

LE FORESTE

Non va meglio per le foreste, altra grande culla di biodiversità del mondo e fattore decisivo per gli equilibri climatici (anche le foreste sono vere e proprie spugne di carbonio): l’Amazzonia brucia per fare spazio all’agricoltura industriale, cioè per colture di soia o altre materie destinate prevalentemente a mangimi per gli animali degli allevamenti intensivi…. 

Già, gli allevamenti intensivi, che sono i principali responsabili delle emissioni di ammoniaca e seconda causa di inquinamento da polveri fini in Italia. La stessa sorte tocca alle foreste dell’Indonesia, che ardono perché il mondo ha fame di olio di palma da mettere negli snack o negli shampoo. 

 

GLI INTERESSI IN GIOCO

C’è un flusso di interessi e di denaro che distrugge la natura, come accade in tanti altri aspetti, a chiarirci che il Pianeta non si distrugge da solo e non si distrugge a causa di negligenza, ma per bramosia e per profitto. 

 Le grandi aziende che continuano a bruciare gas, petrolio e carbone… multinazionali che si avvantaggiano di una politica economica predatoria, mentre la politica temporeggia.

Noi siamo il famoso 99% che sta a guardare, ma fino a quando potremo permetterci di farlo?

Complice una narrativa di disinformazione, abbracciata spesso – e non si comprende per quale motivo – da alcuni media anche italiani, si è finiti per credere talvolta che i cambiamenti climatici siano qualcosa di esterno, l’esito di un complotto globale, senza vedere che il problema non solo è reale, ma è niente affatto avulso dal nostro contesto quotidiano.

Quel che succede nell’Artico – o in Amazzonia, o nella foresta del Borneo, o nelle acque dell’oceano indiano – non resta nell’Artico, in Amazzonia o negli altri posti citati. Se il polo nord si scioglie, non è un problema legato “soltanto” alla vita quotidiana degli inuit e degli orsi polari: diversamente da altri fenomeni, diversamente da altri tipi di regole, numeri e vincoli, imposti dall’uomo e come tali modificabili, il clima non ha e non conosce confini geografici. E una volta che si “rompe” è difficile tornare indietro: quel che accade più spesso è che bisogna adattarsi, ma adattarsi ad un Pianeta che sta perdendo a causa nostra un milione di specie e che deve rimodellarsi su un innalzamento della temperatura di oltre 1,5 gradi, è ben diverso da quello che pensiamo. Significa conoscere un mondo diverso da quello in cui siamo nati, significa accettare di non vedere mai più animali che un tempo erano comuni, di prepararsi a difendersi abitualmente da eventi meteo estremi come bombe d’acqua e ondate di calore che una volta avremmo definito equatoriali, significa conteggiare le vittime di questi episodi e i costi che questo sistema ci presenta alla cassa.

 

IL MOVIMENTO STUDENTESCO PER IL CLIMA

Agli studenti che scendono in piazza è stato detto di tutto: perché è più comodo bollarli come ingenui – se non addirittura “manipolabili”- che vedere che hanno cominciato a capire non solo che le risorse del Pianeta sono finite, ma che il loro sfruttamento selvaggio è legato a doppio filo al sistema di produzione e sviluppo capitalistico e alle sue leggi senza senso (se non quello del profitto).

Molti dei ragazzi che parlano dai palchi degli scioperi per il clima hanno estrazioni diverse, molti sono studenti del centro o del sud che vedono i loro territori abbandonati all’inquinamento, e sanno che un domani dovranno scegliere fra occupazione e diritto a respirare e chiedono aiuto. Non a caso di recente si sono rivolti ai lavoratori, ai sindacati, conoscendone forse poco storia, pregi o difetti, ma ben sapendo che è proprio nel nesso fra lavoro, sviluppo e cura dell’ambiente che passa la difesa del nostro Pianeta.

 

LA BATTAGLIA AMBIENTALISTA COME  BATTAGLIA AL NEOLIBERISMO

 

La sfida della transizione ecologica e della lotta ai cambiamenti climatici è prima di tutto una lotta al neoliberismo, alla sua costante avidità e al carattere predatorio dello sviluppo capitalista nel suo complesso. Gli studenti questo, contrariamente a quanto alcuni raccontano online o su alcuni giornali, lo sanno benissimo. 

E gli italiani più adulti hanno cominciato a capire che questi studenti hanno ragione, basta guardare a cosa cercano sui motori di ricerca online: cambiamenti climatici, cambiamenti climatici cosa sono, cause, cambiamenti climatici e inquinamento, cambiamenti climatici in italia, greta thunberg, riscaldamento globale e bombe d’acqua, meteo, alluvioni, studenti in sciopero per il clima e via discorrendo.

Il boom è scoppiato in seguito al primo climate strike, sciopero per il clima, indetto a livello globale lo scorso 15 marzo dal movimento studentesco Fridays For Future: in Italia la mobilitazione ha contato quel giorno centinaia di migliaia di persone di ogni fascia sociale, età e livello scolastico che sono scese in piazza a Roma, Torino e Milano, solo per restare ai grandi centri.

 

Cos’altro serve per capire che la battaglia ambientalista non è di pochi, ma di noi tutti?