Rovesciamo lo schema di gioco

Appoggiare o non appoggiare il Governo Conte bis? Onestamente messa così la domanda ha qualcosa di stucchevole. Le forze che si vogliono popolari e di sinistra in realtà non incidono con questa scelta sul quadro politico del Paese. Al massimo possono decidere del voto di pochissimi deputati ininfluenti per la maggioranza giallo-rosé. Ci si riduce così a tifosi che dagli spalti testimoniano la loro inclinazione per la squadra delle “elezioni subito” o del “governo a tutti i costi”. Sinceramente ridursi a questo significa esplicitare la propria inutilità per le masse popolari che non chiedono proclami ma risultati o perlomeno battaglie ed azioni concrete in difesa delle loro istanze.

Il Governo presenta molti segni di continuità rispettivamente con il primo esecutivo guidato da Conte e con i governi Renzi/Gentiloni. Ma con la sua esistenza ha bloccato (per ora?) il progetto peggiore della destra, quello dell’autonomia differenziata che avrebbe spaccato irrimediabilmente il Paese in due. A mio avviso la resistenza dei cinque stelle non sarebbe durata su questo terreno ancora a lungo. Ritorna, sia pure per il momento solo nelle dichiarazioni, un’attenzione ai problemi ambientali subita smentita peraltro dalle esternazioni delle ministre De Micheli e Bellanova favorevoli al Tav e al Ceta. Viene ribadito il rispetto dei vincoli UE, ma si chiede una revisione dei Trattati ad iniziare dal Fiscal compact, anche prendendo atto della crisi del modello mercantilistico che penalizza adesso la stessa Germania. Vedremmo.

I successi (eventuali) del Governo saranno ascritti a merito dei 5 stelle e/o del Pd, la rabbia sociale o le delusioni alimenteranno i consensi alle destre, non certo alle sparute pattuglie di sinistra che siano radicali o populiste. Come intervenire e rovesciare questo schema di gioco che per noi rischia di essere comunque perdente?

È possibile se riusciamo a fare intervenire un terzo giocatore, i movimenti sociali. Non quelli che sogniamo, ma quelli che esistono e che possiamo aiutare a svilupparsi e ad incidere sulle scelte politiche in questo nuovo quadro politico. Faccio tre esempi: le mobilitazioni contro la catastrofe climatica, i movimenti di lotta per la casa e gli scioperi femministi.

Venerdì 27 settembre scenderanno di nuovo in piazza i giovani di Fridays for futures in tutto il mondo per gridare a gran voce che la crisi climatica sta arrivando e dobbiamo fare tutto il possibile per fermarla. Dobbiamo partecipare ed interloquire con questo movimento elaborando con loro una piattaforma che parta, ad esempio, dalla soppressione, anche graduale, dei sussidi ambientalmente dannosi (19 miliardi annui), per reperire risorse per la transizione ecologica, per la messa in sicurezza delle scuole e del territorio, rilanciando cantieri diffusi e un’occupazione di qualità.

Di questi sussidi dannosi, secondo un’analisi compiuta da Legambiente, oltre 14,3 miliardi di euro all’anno sono eliminabili (in parte subito e del tutto entro il 2025) mentre 4,5 miliardi di euro possono essere rimodulati, nello stesso settore o in altri, in modo da spingere l’innovazione e ridurre le emissioni. È una questione di volontà politica.

La conversione della spesa per le fonti fossili era anche un cavallo di battaglia del Movimento 5Stelle, sacrificato alle alchimie dell’intesa giallo-verde. Senza un piano dettagliato percorribile – afferma nel suo blog Giovanni Principe – per attuare questo obiettivo non se ne farà niente. Il dossier Legambiente si spinge a indicare passo per passo i provvedimenti che permetterebbero di liberare e convertire queste risorse: per dire, con quali interventi nella logistica favorire, accompagnandolo, l’azzeramento entro il 2025 degli incentivi al trasporto merci su strada.

Si può anche iniziare a chiedere al Governo ed ai poteri locali la Dichiarazione di emergenza climatica (DEC) che rappresenta un atto, a un tempo simbolico e fattuale, di pressione sulle istituzioni locali, regionali, nazionali, affinché siano intraprese azioni più efficaci nel contenere gli effetti del collasso climatico e dell’estinzione di massa del vivente oggi in corso.

Il punto 8 del programma del Governo Conte II recita (su proposta di Leu e suggerimento dell’Unione inquilini): “Occorre prevedere un piano di edilizia residenziale pubblica volto alla ristrutturazione del patrimonio esistente e al riutilizzo delle strutture pubbliche dismesse, in favore di famiglie a basso reddito e dei giovani; adeguare le risorse del Fondo nazionale di sostegno alle locazioni; rendere più trasparente la contrattazione in materia di locazioni.” Dunque, consumo zero del suolo e rilancio dell’edilizia residenziale pubblica, nonché sostegno alle famiglie morose per reali difficoltà economiche.

I dati nazionali concernenti la questione abitativa sono eloquenti:

  • 650.000 le famiglie collocate nelle graduatorie comunali per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, a queste si fa fronte con circa 6000 case popolari realizzate ogni anno;
  • 800.000 le famiglie assegnatari di case popolari che vivono spesso in quartieri e in alloggi fortemente degradati;
  • tra le 60.000 e le 70.000 le sentenze di sfratto emesse ogni anno dai tribunali, di queste il 90% sono motivate da morosità incolpevole (derivanti della riduzione dei redditi per licenziamenti, naspi, spese per cure, chiusura di piccole imprese), le sentenze di sfratto per finita locazione e necessità sono il restante 10%, con il quasi azzeramento di quelle per necessità.

Sulla base di elaborazioni svolte da Nomisma per Federcasa, è stato calcolato che 1,7 milioni di famiglie in locazione versano oggi in una condizione di disagio abitativo (incidenza del canone sul reddito familiare superiore al 30%) e conseguentemente corrono un concreto rischio di scivolamento verso forme di morosità e di possibile marginalizzazione sociale.

Lo stesso M5S con un disegno di legge propone di avviare un Piano per la costruzione, ex novo o attraverso il recupero (si parla anche di demolizioni), di case popolari per famiglie a basso reddito, giovani coppie e giovani single. Secondo Di Maio si tratterebbe di “un nuovo Piano Casa che prevede di ricostruire e ristrutturare 600mila alloggi già esistenti e abbandonati per destinarli a giovani coppie, single, famiglie a basso reddito. Sono previsti 4 miliardi per 20 anni, per un valore di 80 miliardi di investimenti. Si tratta di edifici già esistenti e mappati. Si evita altro consumo di suolo. Parteciperà Cdp (Cassa depositi e prestiti) che ha fondi per housing sociale, Inail che si occupa di edilizia convenzionata e ci saranno contributi statali per edilizia abitativa”.

Obiettivo dunque, mettere in piedi un fondo di 80 miliardi per realizzare 600 mila alloggi sociali in venti anni, tutto sotto il nome del programma denominato “Casa Mia”. Il progetto è discutibile sotto vari aspetti ma indica un terreno di confronto e di lotta.

Dovrebbe essere nostro compito proporre e sostenere l’unificazione delle lotte e momenti di mobilitazione anche nazionali sulla casa.

Come ha recentemente dichiarato Nancy Fraser (nell’ultimo numero di Jacobin Italia): “Il neoliberismo ha ingaggiato un assalto feroce a quella che chiamiamo la sfera della riproduzione sociale, e cioè a tutte le attività e i programmi che supportano le persone e la loro riproduzione: dalla nascita e la crescita dei figli, alla cura degli anziani e al lavoro interno alle abitazioni private, fino a cose come l’educazione pubblica, l’assistenza sanitaria, i trasporti, le pensioni, il mercato immobiliare. Il neoliberismo ha spremuto profitto da tutto questo. Sostiene che le donne debbano essere impiegate a tempo pieno nella forza lavoro salariata, e che allo stesso tempo lo stato debba tagliare le spese sociali per tener fede ai programmi di austerità e finanziarizzazione.”

Questo è il motivo di fondo per il quale negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita di un movimento femminista working class, dalle proteste globali contro la violenza domestica e le molestie sul luogo di lavoro fino agli scioperi di massa che hanno caratterizzato l’8 marzo in Spagna, Polonia e oltre. Eventi che ci parlano di un femminismo anti-sistemico, capace di andare oltre la variante liberale e individualistica.

Ecco, a mio avviso possiamo giocare un ruolo senza ricominciare da zero, possiamo – come ebbe a dire Massimo Troisi – ricominciare da tre.

di Alessandro De Toni

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