Sull’autonomia va in scena il vittimismo ipocrita dei governatori padani

Nonostante le resistenze del M5S e del Presidente del Consiglio Conte, avanza l’autonomia differenziata come fine dell’unità nazionale, mentre i patrioti di Fratelli d’Italia diventano Fratelli della Padania e i vertici del Pd si scambiano tweet.  (Articolo presente anche sull’Huffington Post )

 

La discussione e il negoziato sulla cosiddetta ‘Autonomia differenziata’ avviene nella segretezza e nella totale assenza di coinvolgimento del Parlamento. Gli unici testi disponibili sono stati illegalmente inviati al e meritevolmente diffusi dal sito roars.it.

Ma l’Autonomia differenziata in gioco non è, come vuole la narrazione minimalista ed efficientista dei governatori padani, un provvedimento per snellire la burocrazia e consentire ai più bravi di andare più veloce. È, nella sostanza, un intervento di portata costituzionale, anzi la più rilevante revisione della Costituzione dal 1948 a oggi.

Eppure, viene affrontata come fosse affare privato tra M5S, da una parte e, dall’altra, i presidenti Zaia, Fontana e Bonaccini, assistiti dalla ministra Stefani, la quale ha giurato sulla Costituzione, ma si comporta come funzionario di partito: a servizio della Lega Nord mascherata da Lega Salvini.

La segretezza delle trattative e l’esclusione del Parlamento è funzionale, anzi necessaria, all’operazione di mistificazione in corso da anni con la complicità di larga parte della cosiddetta stampa liberale, pronta alle crociate contro i folkloristici ‘Minibot’, ma accondiscendete verso l’italexit determinata dall’approvazione dell’autonomia differenziata nella declinazione di Zaia, Fontana e Bonaccini: Italexit intesa non come uscita dell’Italia dall’euro, ma secessione di fatto della Padania dall’Italia.

Nell’incessante offensiva propagandistica, i presidenti di Lombardia e Veneto martellano sulle conseguenze inevitabili dei ‘loro’ referendum consultivi. Ai due, andrebbe innanzitutto ricordato che l’Italia è (ancora) Repubblica, ‘una e indivisibile’, non una confederazione di staterelli sovrani: le entrate derivanti dalle attività svolte in Veneto e Lombardia sono della comunità nazionale, non dei veneti e dei lombardi che, indipendentemente dal resto del popolo italiano, decidono cosa farne e in che misura redistribuirle.

Per decidere anche soltanto di una parte delle risorse della nazione è necessario coinvolgere l’intero corpo elettorale. Non a caso, il presidente Zaia, come il suo collega Fontana, non ha potuto sottoporre a referendum, benché consultivo, un quesito relativo all’utilizzo delle imposte nazionali pagate da cittadini e imprese venete.

Per superare il vaglio della Corte Costituzionale, traguardo che richiama a sua legittimazione, ha dovuto sottoporre a referendum un quesito talmente generico da essere ecumenico, senza alcun riferimento ai tributi statali, alla scuola pubblica, alle infrastrutture nazionali: “vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”.

A Fontana, in più, andrebbe fatto rilevare che in Lombardia, su un quesito altrettanto evasivo, votò soltanto il 38% degli aventi diritto. Quindi, in coerenza con il messaggio ricevuto dai lombardi, dovrebbe essere meno incendiario e dedicarsi ad altre priorità.

A tutti e tre i presidenti, inoltre, andrebbe sottolineato che nessuno mette in discussione il diritto di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e anche delle altre regioni di attuare l’art 116, terzo comma della Costituzione. Il nodo politico è su come attuarlo, considerato che la nostra Costituzione ha ancora, per citare soltanto un paio di principi fondamentali, l’art 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”) e l’art 5 (“La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”).

In tale contesto è surreale la lettera di Zaia e Fontana oggi a Il Corriere della Sera: manifestano irritazione perché il presidente del Consiglio Conte, come deve fare per dovere costituzionale, salvaguarda la scuola pubblica nazionale e evita, speriamo, di dare il colpo finale all’identità culturale italiana attraverso le scuole pubbliche regionali rivendicate da Lombardia e Veneto.

In tale contesto, è inaccettabile il ritornello dei tre moschettieri: “non vogliamo un euro in più”. Continuano a mentire sui reali effetti dei dispositivi che hanno proposto, in merito alle risorse finanziare, all’art 5 e 6 di ognuna delle tre bozze di intesa.

Lì non è previsto il trattenimento dei risparmi derivanti dalla presunta maggiore efficienza amministrativa nella gestione delle funzioni da trasferire. Lì è previsto un meccanismo di aumento delle risorse trattenute indipendentemente dal costo delle funzioni trasferite.

In sintesi, i testi sono chiari e coerenti con le originarie proposte approvate dal Consiglio Regionale del Veneto e della Lombardia: il trattenimento del 90% delle entrate da tributi nazionali (Irpef, Iva, ecc), senza alcuna connessione con quanto oggi speso dallo Stato per i compiti da acquisire.

In conclusione, una revisione costituzionale della portata richiesta da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna non può essere frutto di negoziati opachi e di un blitz in un Parlamento privato del potere emendativo. Classi dirigenti serie, attente all’interesse nazionale e dotate di una visione lungimirante dell’interesse dei territori che rappresentano, dovrebbero favorire la massima trasparenza e un’adeguata partecipazione del Parlamento e di tutte le Regioni alla discussione.

Dovrebbero promuovere il coinvolgimento anche dei rappresentanti delle forze economiche e sociali. Prima di tutto, si dovrebbe procedere secondo un ordine in grado di garantire coerenza nell’attuazione dei nostri principi costituzionali.

Quindi, come pre-condizione, andrebbe approvata una legge quadro per specificare i criteri attuativi di Intese finalizzate a applicare l’art 116, terzo comma della Costituzione. Poi, andrebbero definiti i livelli essenziali delle prestazioni da garantire in ogni regione e, in relazione alla capacità fiscale di ciascun territorio, i fabbisogni standard e la conseguente dotazione di un fondo perequativo.

Infine, andrebbe negoziata e sottoposta al Parlamento, per eventuali emendamenti e approvazione, l’intesa tra governo e presidente della Regione interessata.

Insomma, i presidenti Zaia, Fontana e Bonaccini si dimostrino all’altezza della sfida che hanno posto. La smettano di prendere in giro veneti, lombardi, emiliano romagnoli e il resto degli italiani. Hanno proposto un trasferimento di funzioni e meccanismi finanziari tali da determinare la fine sostanziale dell’unità della patria.

È davvero preoccupante che, invece di puntare a giocare come compagine nazionale unita, una parte delle classi dirigenti settentrionali punti illusoriamente a salvarsi da sola, come ai tempi dell’indipendenza della Padania. Avanti così, l’Italia ritorna a essere una “espressione geografica” e il Nord colonia tedesca.

Ps 1. Che fine hanno fatto i Fratelli d’Italia? Sono diventati Fratelli della Padania?

Ps 2. Il Segretario del più grande partito di opposizione, dopo che ha finito di scambiarsi i tweet con i suoi, può intervenire sul rilevantissimo scontro istituzionale e politico in atto tra presidente del Consiglio, presidenti di Veneto e Lombardia e Parlamento?

Stefano Fassina

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