Aiutiamolo a casa loro: L’Aleca, una trappola per la Tunisia!

Ci mobilitiamo contro il TTIP e il CETA, ma non ci accorgiamo di ciò che accade con i nostri vicini della sponda sud del mediterraneo. Alcuni leader europei hanno lanciato lo slogan “aiutiamoli a casa loro”. Quello che accade è che noi andiamo a casa loro ma non certo per aiutarli. Il nostro intervento è una delle principali cause dell’impoverimento di questi paesi e delle migrazioni. Un esempio: l’ALECA UE-Tunisia.

Cos’è l’ALECA?

Si tratta di un Accordo di libero scambio completo ed approfondito (in francese, ALECA) oppure, in inglese, di un Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA). Comporta la riduzione dei diritti doganali, la riduzione delle barriere non tariffarie, sia per i servizi che per i beni industriali o le materie prime incluse quelle agricole.

Esistono già tre accordi di questo genere con la Giorgia, la Moldavia (entrati in vigore nel 2014) e l’Ucraina (dal 1° gennaio 2016).

Il 14 dicembre 2011, il Consiglio europeo ha espresso l’auspicio che accordi simili siano concordati con l’Egitto, la Giordania, il Marocco e la Tunisia. Dall’ottobre del 2015 è partito ufficialmente il negoziato con la Tunisia.

L’ALECA ossia il ritorno del neocolonialismo

L’Europa vuole aprire l’insieme del mercato tunisino alle sue imprese ed imporre le proprie regole giuridiche. Questo accordo rischia di aggravare la situazione socio-economica della Tunisia ed essere conveniente solo per le multinazionali europee, in particolare francesi.

L’ALECA è l’ultima tappa di una lunga storia coloniale tra l’Europa e la Tunisia. La questione della terra, in particolare, è stata spesso al centro di questo rapporto. Dopo l’indipendenza, nel 1956, la Tunisia recuperava le sue terre agricole che erano state espropriate. Ma i coloni europei rimanevano e controllavano vaste estensioni agricole. Pertanto, nel 1964, il presidente Bourguiba promulgo la legge detta dell'”evacuazione agricola” che proibiva agli stranieri di possedere delle terre. Sotto la dittatura di Ben Ali, le “terre demaniali” recuperate dai coloni furono spesso attribuite a sostenitori del regime, ed anche privatizzate sotto la pressione del FMI.

Nel corso della “Primavera araba” dell’inverno 2010-2011, la popolazione ha voluto riappropriarsi delle sue ricchezze nazionali, tra le quali le terre agricole. Ma non si è riusciti a contrastare la dinamica della concentrazione delle terre, dell’export e dell’agricoltura intensiva, a detrimento dei contadini garanti della sovranità alimentare.

L’ALECA, secondo le opposizioni civili e politiche all’accordo, renderebbe di nuovo possibile lo sfruttamento delle terre agricole tunisine da parte delle multinazionali europee.

D’altronde, l’Europa cerca nuovi sbocchi per le sue eccedenze agricole. Certi settori dell’agricoltura tunisina (allevamento, cereali ed alcuni olii vegetali) saranno sostituiti da delle importazioni dall’Europa. La Tunisia, dunque, vedrà aumentare la sua dipendenza per diversi prodotti alimentari di base con la perdita della propria sovranità alimentare. Secondo l’UTAP (Union tunisienne de l’agriculture et de la peche), 250 mila agricoltori rischiano di scomparire.

Ma l’agricoltura è solo uno dei settori attaccati dal liberismo. Nel 1995, un accordo di associazione commerciale tra l’Europa e la Tunisia apriva l’industria alla concorrenza. Risultato: in due decenni, centinaia di imprese e quasi un intero settore, quello tessile, scomparivano. La Tunisia perse circa la metà delle proprie imprese industriali. L’industria tessile che era molto prospera a Ksar Hellal (una città considerata la capitale del tessile tunisina) oggi è defunta. Nel frattempo le imprese europee si sistemavano in Tunisia dove beneficiavano di privilegi degni di un paradiso fiscale e di una manodopera a bassissimo costo.

In altri termini, la Tunisia non è in grado di fronteggiare la liberalizzazione di alcuni settori economici come prevede questo accordo. Esso rappresenta un vero pericolo per l’economia nazionale.

La disoccupazione di massa e la povertà, fenomeni ampiamente presenti in Tunisia, sono da collegarsi a questi meccanismi di dominio economico. Ben lungi di avere colto le lezioni dei movimenti insurrezionali che hanno scosso il paese da un decennio, l’Europa persegue il suo vergognoso progetto in Tunisia. Penalizzando la classe media di uno dei pochi paesi arabi che ha saputo ristabilire istituzioni democratiche, l’UE lavora per la sua destabilizzazione.

Un tribunale speciale per le multinazionali europee

Altre esperienze di accordi con la UE hanno dato risultati negativi, come l’accordo sui brevetti europei firmato nel 2017 che rischia di mettere in pericolo l’industria farmaceutica locale. Da qualche anno sta diventando sempre più difficile per le industrie farmaceutiche tunisine produrre localmente dei farmaci generici.

Con l’ALECA, che dovrebbe essere firmato in teoria entro la fine del 2019, l’UE esporta il suo modello economico in Tunisia. Le regole della concorrenza sono quelle adottate sul modello europeo alla ricerca di una concorrenza “perfetta”. Le sovvenzioni sono progressivamente soppresse, i prezzi dei prodotti di base non possono più essere fissati dallo Stato e gli aiuti pubblici sono concessi secondo i criteri UE, con un controllo diretto della Commissione europea per 5 anni. Inoltre, l’ALECA obbliga la Tunisia ad adottare le norme europee: un prodotto algerino o cinese che non le rispetti non potrà entrare in Tunisia. Si vuole dunque creare un mercato tunisino esclusivamente riservato ai prodotti europei.

L’ALECA contiene anche una clausola di arbitraggio (simile a quelle del TTIP e del CETA) che consente alle multinazionali di citare in giudizio davanti ad un tribunale speciale, sovraordinato rispetto alle giurisdizioni nazionali. Le multinazionali possono così ottenere l’annullamento di misure di interesse generale (di protezione sociale, della salute, dell’ambiente, …), in Europa come in Tunisia.

Mobilità del capitale e delle merci ma non delle persone.

All’origine l’ALECA non prevedeva facilitazioni per la mobilità delle persone. Per abbellire l’accordo e renderlo più accettabile per la popolazione tunisina, l’Europa ha promesso la creazione di un visto di soggiorno ma riservato solo a lavoratori molto qualificati (manager e quadri), mentre la maggioranza della popolazione dovrà, se vuole fuggire dalla povertà, affrontare l’esperienza rischiosa del passaggio clandestino delle frontiere.

Il processo di applicazione dell’ALECA è nei fatti già in corso. Delle riforme liberiste sono state già imposte con i piani di indebitamento gestiti dal FMI e dalla UE: indipendenza della Banca centrale tunisina, codice per gli investimenti favorevole alle multinazionali, riduzione delle sovvenzioni, leggi sulle norme sanitarie e fitosanitarie, …

Lo stesso progetto come ricordato all’inizio sarà proposto all’insieme dei paesi del mediterraneo: il Marocco, il primo stato con il quale la UE aveva avviato un negoziato, lo ha interrotto nel 2014 in seguito alle pressioni della società civile marocchina. Sono peraltro in corso discussioni preliminari con la Giordania e l’Egitto.

Il nostro dovere internazionalista: fare fallire l’ALECA UE-Tunisia

La società civile tunisina si sta mobilitando con a capo la centrale sindacale UGTT e la SYNAGRI (sindacato degli agricoltori tunisini) e la partecipazione degli studenti. Anche in vista delle prossime elezioni politiche e presidenziali, la protesta è cresciuta in tutto il Paese.

Il segretario nazionale aggiunto dell’UGTT (Union générale tunisienne du travail), Samir Cheffi, ha proposto alla società algerina ed alle forze politiche di opposizione un coordinamento nazionale di lotta contro l’ALECA. Il segretario generale del sindacato, Noureddine Tabboubi, ha altresì denunciato che si tratta di una battaglia per preservare le conquiste della società tunisina e la sua sovranità nazionale, denunciando nel contempo l’assoluta opacità delle trattative in corso.

All’appello hanno risposto anche dieci partiti politici ed una quarantina di associazioni della società civile.

In un rapporto intitolato “ALECA e l’agricoltura”, l’Osservatorio tunisino dell’economia (OTE), per conto dell’UTAP e delal Fondazione Rosa Luxemburg ha svelato le conseguenze nefaste dell’accordo per l’agricoltura tunisina ( e per i pescatori), mettendo in difficoltà il governo.

Ma l’opposizione all’accordo è presente anche nelle università (tramite il sindacato studentesco UGET) ed investe diverse municipalità allertate dal collettivo BlockAleca.

L’associazione ARES animata dall’economista Mustapha Jouili, ha promosso discussioni e tavole rotonde che hanno avuto come sbocco una conferenza nazionale il 29 aprile 2019 ed una marcia contro l’ALECA il 1° maggio.

Dalla sponda nord del mediterraneo sarebbe, dunque, nostro dovere intervenire in appoggio alla loro mobilitazione ed aiutarli così “in casa loro”.

Alessandro De Toni

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