Per chi votano i Gilet jaunes?

I risultati delle elezioni europee in Francia sono noti: vince sia pure di poco il Rassemblement National di Marine Le Pen con il 23,31%, segue mantenendo le sue posizioni La République en Marche di Macron (22,41%), i verdi sono la terza forza politica con il 13,47%, mentre i gollisti (8,48%) e la France Insoumise (6,31%, era l’11% alle politiche) subiscono una sconfitta. Le altre forze di sinistra sono pari al 6,19% (i socialisti), mentre Génération.s di Hamon (alleato di Varoufakis) raggiunge il 3,27% ed il Partito comunista il 2,49%. Le liste che richiamavano i GJ nel simbolo sono rimaste ferme al prefisso telefonico. L’astensione rispetto alle europee del 2014 è aumentata del 10% raggiungendo la metà degli aventi diritto al voto.

Dunque per chi hanno votato i Gilets jaunes? Secondo un’inchiesta Ipsos condotta alla vigilia delle elezioni su un campione di 5.433 persone, 44% degli elettori che si sono dichiarati “molto vicini” ai GJ hanno dichiarato che avrebbero votato per il RN.

Questa conclusione è contestata dal sociologo Yann Le Lann che coordina un’inchiesta sui Gilets jaunes dall’inizio del movimento con il collettivo Quantité critique. Certo non si può negare il peso degli elettori del Rassemblement tra i Gilets jaunes, ma occorre ricordare la forte astensione ed il fatto che un GJ su due non ha partecipato al voto. Non è comunque una novità che i ceti popolari non partecipino in massa a questo tipo di elezioni, molto più frequentate dai ceti medi urbani e benestanti. Parliamo dunque del 44% del 50% dei simpatizzanti dei GJ (il 22%, uno su cinque) che hanno votato per il RN. È dunque difficile sostenere che il movimento abbia sostanzialmente alimentato il voto RN.

Solo il 12% degli elettori con i redditi più bassi (meno di 1.200 euro al mese) hanno però votato la FI, contro il 20% per il partito della Le Pen. La France Insoumise raccoglie i voti del 20% (circa il 9% dei simpatizzanti GJ) dei votanti che si dichiarano “molto vicini” ai Gilets jaunes. Gli elettori di Mélenchon alle presidenziali risultano comunque i più astensionisti in queste elezioni.

Inoltre, la stessa inchiesta di Ipsos mostra la presenza di un voto molto frammentato sulle altre liste, in particolare a sinistra, mentre il RN riesce ad unificare la destra. Anche per la polarizzazione del voto e l’utilizzo tattico anti-Macron (il voto “utile”) da parte di molti GJ del voto alla Le Pen, voto che riecheggia lo slogan delle manifestazioni: “Macron démission!”.

L’inchiesta di Ipsos, poi, schiaccia i GJ attivi (circa 300mila persone) confondendoli con i loro sostenitori nella pubblica opinione. Studiando il processo di politicizzazione all’interno del movimento si rileva una trasformazione dell’ideologia degli attivisti. D’altronde, Eric Drouet, l’autotrasportatore fra i leader del movimento, ha pubblicato per i 300mila iscritti del suo profilo facebook, “la France en colère”, i risultati di un sondaggio realizzato sui social per vedere quali sono i partiti preferiti dai GJ. Al primo posto la France Insoumise, al secondo il Rassemblement della Le Pen.

Seguendo l’agenda della democrazia rappresentativa, dunque, non si riesce a capire l’evoluzione dei GJ, sia per la forte percentuale di astensioni che per il rigetto, alla base del movimento stesso, della politica partigiana. I Gilets jaunes pongono delle questioni esterne e non sincronizzate con l’agenda politico-mediatica. Non si riesce così a cogliere la complessità del movimento.

Si può concludere che, almeno per il momento, la France Insoumise non ha saputo rappresentare la forza politica che offre uno sbocco credibile alla crisi sociale profonda della Francia.

Pur ammettendo la sconfitta (“un risultato molto deludente”), Jean-Luc Mélenchon ha preso tempo (per “lasciare che la polvere si depositi”) e ha annunciato che si pronuncerà dopo il 6 giugno. In ogni caso ha chiarito: “sono nella lotta e ci rimarrò fino al mio ultimo respiro”. Nel frattempo le analisi sulle cause di questo deludente risultato divergono anche all’interno della FI. La divisione è un classico tra i sostenitori dell’unità delle sinistre e i propugnatori della linea “populista”.

La polemica è stata innescata dalla deputata Clémentine Autain, coordinatrice di Ensemble! (uno dei movimenti politici che hanno aderito alla FI) con una sua intervista alla rivista Obs vicina al Partito socialista. La deputata (quella della polemica con Djordje Kuzmanovic – Vedi articolo sulla “République souveraine”) parla di “sconfitta brutale” e stima che il partito ha privilegiato i toni incendiari del risentimento ed ha manifestato la sua volontà egemonica nei confronti del resto della sinistra: “quello che è in discussione è la linea politica della FI”. La deputata critica anche il ripudio in blocco delle élites, dei media e la presa di distanza nei confronti del mondo intellettuale.

Cosa propone la Autain? “Unificare il popolo su una base di sinistra” prendendo in parola la proposta di Mélenchon di volere creare una “federazione popolare”, proposta che invece il leader di FI coniuga come costruzione di un’unità popolare dal basso e non certo come unità delle sigle della sinistra.

All’interno del movimento non manca poi la richiesta di una maggiore democrazia : “pagheremmo la scelta di aver costituito un movimento e non un partito. Di solito, dopo una sconfitta di quest’ampiezza, i partiti organizzano un congresso, ma noi che possiamo fare?”.

Arthur Borriello, ricercatore del Cevipol (Centro di studi della vita politica dell’università libera di Bruxelles), sostiene che

come lo dimostrano i cattivi risultati di Podemos alle europee, in Europa tutti i populisti di sinistra arrivano alla fine di una dinamica, come se il “momento populista” fosse in via di chiusura, riacchiappato dalla resilienza dei vecchi partiti politici. In questo contesto Jean-Luc Mélenchon ha esitato costantemente per sapere se doveva, oppure no, proseguire con la sua strategia populista.

L’altro punto di vista è ben sintetizzato dalle dichiarazioni di Raquel Garrido, avvocata e editorialista televisiva, secondo la quale la campagna elettorale della France Insoumise non era orientata verso la grande massa degli astensionisti:

Ci si è indirizzati ai socialisti che abbandonavano il loro partito, si sono candidati delle persone che provenivano dai verdi, dal PCF, dalla società civile, con un schema classico rivolto ad una Francia già molto inserita nella vita politica.

La campagna elettorale non è stata impostata per sposare la grande aspirazione al potere popolare espresso dai Gilets jaunes. Nel pensiero di Autain si esprime una sorta di riflesso condizionato della sinistra radicale. Ma il risultato elettorale è innanzitutto frutto della campagna elettorale. Non abbiamo chiarito se vogliamo uscire o meno dall’Unione europea durante questa campagna. La stessa candidatura di Manon Aubry (la testa di lista) sembrava scelta per soddisfare la sinistra bobo (borghese-bohémienne) parigina.

Il ruolo storico della FI – secondo Garrido – è quello di abolire la monarchia presidenziale e riuscire ad ottenere un’assemblea costituente per la 6a Repubblica:

rimanere nel recinto chiuso delle persone che si dicono di sinistra è non avere la giusta ambizione, è minoritario. Ci dobbiamo concentrare sulla questione della sovranità popolare e della democrazia.

La FI è stata colpita in questa elezione ma non è a terra. La linea proposta da Autain è stata messa in campo in questa elezione, ha preso il 6%. D’altronde Clémentine Autain ci ha fatto perdere una settimana per decidere se dovevamo sostenere oppure no i Gilets jaunes. L’attacco di Autain è sleale ma visto che apre la discussione, discutiamo.

Le critiche mettono a fuoco, dunque, una linea poco chiara: mentre si andava a ricercare i voti della sinistra classica, Mélenchon si impegnava a corpo morto a fianco dei Gilets jaunes. Un posizionamento a metà strada che ha finito per scontentare tutti. “Una strategia troppo populista per la sinistra, troppo a sinistra per i populisti” secondo il politologo Jérome Sainte-Marie.

È dello stesso avviso Frédéric Viale, candidato della FI alle europee. Pur salvando l’impegno di Manon Aubry come capolista, Viale ha definito ondivaga la linea del suo movimento sull’UE: un giorno, Piano A/Piano B, poi Piano A/Piano A bis, poi solo Piano A, un altro giorno, occorre “uscire dai trattati”, l’indomani “il nostro progetto politico è quello di salvare l’Unione europea”, e poi ancora “i trattati rendono impossibile ogni cambiamento”, “cambiamento per il quale la FI intende battersi nel Parlamento europeo”. Prosegue Viale:

Ci si può chiedere se la FI non si stia ripiegando sulla piccola sinistra macron-compatibile, stile PS e Verdi, ciò che sarebbe un avvizzimento del movimento. La FI si deve rinnovare completamente o sparire.

Altri, come Danielle Simonnet, consigliera comunale di Parigi, sottolineano come il voto per le europee si annunciasse comunque difficile per la FI tenendo conto dell’astensione del suo elettorato popolare, e come la strategia populista non possa consistere solo nel declamare la rottamazione del ceto politico, ma richieda uno sforzo per impiantarsi durevolmente nei territori conducendo delle micro-lotte con le popolazioni; insomma, ancorarsi nella base sociale del movimento, cosa che ancora non si è realizzata.

Per finire, l’economista Jacques Sapir a sua volta afferma che

la France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica che implichi un raddrizzamento della linea politica – che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 – e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.

Come si legge, un dibattito acceso, per utilizzare un eufemismo. Il tutto aspettando il pronunciamento di Mélenchon.

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