Amarissimi risultati: serve svolta nazionale-popolare e keynesiana

Amarissimo risultato nelle elezioni europee in Italia, purtroppo largamente atteso. La Lega al 34,4% dei voti diventa ancora più nazionale nel consenso, nonostante rimanga secessionista nell’anima. Le causali erano visibili da tempo. Scorriamole in breve. Innanzitutto, l’inconsistenza ideologica del M5S, utile a raccogliere le più contraddittorie e rabbiose domande, non può reggere la prova di Governo. Il problema non è Di Maio. Il difetto è strutturale alle prese con i vincoli ineminabili e la ruspa ultra-identitaria di Salvini&c. Poi, insieme, l’altro blocco causale è l’europeismo liberista del Pd-Siamo Europei +Europa, da un lato e, dall’altro, l’altraeuropeismo autoreferenziale de La Sinistra: sono “estranei” fuori le ztl in quanto espressione dello stesso impianto cosmopolita, no border, iper-sensibile ai diritti civili fino al l’individualismo proprietario, retorico e completamente astratto, nel migliore dei casi, sulle questioni sociali. In un quadro dove il M5S perde oltre 6 milioni di voti e gli unici possibili alleati rimangono ampiamente sotto soglia, è incomprensibile la soddisfazione dal Nazareno per un numero di voti inferiore al 2018 e la perdita dell’ultima Regione governata al Nord.

Amarissimo risultato anche nella Ue: considerati gli esiti del voto in Francia, Italia, Regno Unito e in forme diverse in Germania, per rimanere ai Paesi core, è consolatoria e preoccupante la lettura dei media mainstream, soddisfatti perché “i sovranisti non hanno sfondato”. L’incancrenita grande coalizione alla guida da decenni delle istituzioni Ue perde di gran lunga la maggioranza: si ferma a circa 75 eletti in meno, senza contare i seggi degli Orban dentro il Ppe. Il “sogno federalista” stride sempre più con la dimensione storico-politica della realtà. La prospettiva più probabile è chiara: conferma sostanziale dell’assetto mercantilista in essere, la causa fondamentale della svalutazione del lavoro e della connessa deriva nazionalista, e torsione identitaria verso la chiusura delle frontiere esterne.

Siamo ad un passaggio di fase storica, ovunque nella Ue e non solo. È il “momento Polanyi”. Sarebbe utile trattenere gli istintivi appelli unitari: gli stanchi rituali di raggruppamento di ceto politico aggravano lo scenario. Invece, va promosso e condiviso un radicale cambio di paradigma. L’anti-salvinismo e i presidi anti-fascisti contro “forze nuove” dello zero virgola alimentano la deriva in corso e astraggono ancora di più dalle sofferenze quotidiane delle periferie. Per riconquistare la rappresentanza delle fasce sociali più in difficoltà, è necessaria una svolta “nazionale-popolare” e keynesiana. È ora di mettere il massimo impegno a costruire Patria e Costituzione come movimento politico.

Stefano Fassina