I maggio, festa “globale” dei lavoratori

Se non l’avete mai fatto prima, scorrete la lista e rimarrete colpiti dalla quantità di paesi che festeggiano il primo maggio come festa dei lavoratori. Diciamo con lievissimo margine di errore che sono pressoché tutti. Certo, con differenze. In Iran il primo maggio non ha una valenza di festa pubblicamente riconosciuta, tuttavia secondo l’articolo 63 del codice del lavoro esiste la festa per i lavoratori. In paesi prossimi come Svezia e Danimarca l’atteggiamento è opposto: dal 1939 la Svezia festeggia ufficialmente, mentre in Danimarca il modello di non legiferazione sulle relazioni industriali (tipico delle società nordiche) è tradizionalmente condotto all’estremo: il primo maggio viene contrattato come tutte le altre questioni di tempi, ferie e salario. In ambo i paesi, però, la festa del lavoro è partecipatissima, e le bandiere rosse popolano i parchi delle città assieme alla luce del “semestre buono”, che a maggio comincia già ad invadere anche la notte.

Nei paesi a forte impronta anglosassone la ricorrenza è collocata altrove nell’anno: il quarto lunedì di ottobre in Nuova Zelanda, mentre in Nordamerica il “Labour day” si festeggia il primo lunedì di settembre, sia in Canada sia in Usa. Verosimilmente lo scopo è (o tradizionalmente è stato) evitare un richiamo esplicito ai tragici fatti di Chicago, quando il primo maggio del 1886 la polizia sparò sui lavoratori in lotta permanente per la giornata di otto ore, provocando una reazione violenta che sfociò in un’ulteriore carneficina.

È da quell’evento che trae origine il nostro primo maggio quasi nel globo intero, come ad affermare che i lavoratori hanno diritto al proprio tempo, a ritrovarsi in modo organizzato e, questo sembra dire sopra ogni cosa il richiamo storico, hanno diritto a distinguersi e se necessario a confliggere con interessi che, se non portati ad un compromesso, sono per natura divergenti. Non esiste armonia naturale, quindi, senza accettare la differenza. Lavoro e capitale sono parti sociali, non partner come farebbe intendere la richiesta confindustriale di festeggiare insieme la ricorrenza. Il mercato del lavoro italiano, peraltro, non ha certo bisogno di ulteriore pacificazione, visto che crisi e precarietà lo hanno indebolito al punto che la conflittualità è praticamente assente.

Il primo maggio, così, in quanto festa è memoria ed equilibrio: è la festa di una parte sociale, e in quanto festa non è conflitto e anzi respinge la violenza del 1886, ma festeggiando in quel giorno il movimento dei lavoratori ricorda cosa sia, per sua natura, la differenza degli interessi. Spesso infatti la giornata è dedicata ad una lotta specifica e strategica, come nel caso della organizzazione confederale indonesiana KSPI, che ha comunicato come il primo maggio richiederà al governo di porre fuori legge lo sfruttamento della manodopera a basso costo. E trattandosi dell’Indonesia non c’è da dubitare che quel costo sia davvero basso.

In ogni caso, insomma, la festa dei lavoratori è un grande fenomeno planetario, e ci sono pochi dubbi che a renderlo tale sia stata storicamente determinante la proclamazione dell’Internazionale socialista di Parigi nel 1889. Tuttavia, se l’esistenza di una soggettività e di una comunità distinta del lavoro non fosse apparsa palese a chi vende manodopera per vivere (rispetto a chi la compra), il fenomeno difficilmente sarebbe stato così ampio e praticato oggi, 130 anni dopo.

Questa comunità di certo oggi, nel nostro paese e in tutto l’Occidente, va riorganizzata intorno ad un modello di sviluppo che ponga il reddito da lavoro, non le regole tecnocratiche o il profitto sregolato, come motore della crescita e stimolo all’innovazione. 130 anni fa il popolo che si accalcava nelle fabbriche venendo dalle campagne, che solcava gli oceani lasciandosi alle spalle la miseria norvegese, irlandese o polacca, non era ancora quella comunità compatta di lavoratori, e poi di cittadini, e poi di elettori che sarebbe diventata fra molte lotte e conquiste. In qualche modo esso divenne “popolo”, non più “plebe”, perché gran parte di esso si organizzò come classe, cambiando con la sua sferza il modo in cui il capitalismo faceva lavorare tutti.

Oggi, da qualche decennio ormai, il percorso è stato invertito: i diritti e la regolazione del lavoro sono erosi o abbattuti e la tecnologia, così come l’investimento, sono applicate in modo da frantumare, non di rado scientemente, il lavoro come comunità riconoscibile. Ecco ancora che si frantuma il popolo nella sua interezza. Ecco che molti, troppi, allora tornano plebe, e così si comportano. Non dobbiamo disprezzarli ma di nuovo rappresentarli. Per questo viva il primo maggio del lavoro, per il lavoro. Viva sempre.