Residenza negata per rimuovere i problemi sociali: dal Decreto Lupi al Decreto Salvini

L’utilizzo della residenza come strumento (improprio) per fronteggiare le “emergenze”.

E’ diventata ormai (una triste) prassi per i Governi quella di utilizzare l’anagrafe per far fronte a situazioni che, seppur definite emergenziali, non sono altro che problemi strutturali e di lungo termine, che la politica non riesce a fronteggiare.

Nello specifico si sta parlando del Decreto Legge 28 marzo 2014 n. 47 rubricato “misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per expo 2015” c.d. piano casa Renzi, a cui è seguito il D. lgs n. 142 del 2018 c.d. Decreto sicurezza.

Per comprendere appieno il portato di queste disposizioni legislative è opportuno chiarire che l’anagrafe della popolazione residente configura uno strumento giuridico-amministrativo di documentazione e di conoscenza predisposto sia a pro dei singoli individui sia a pro della pubblica amministrazione.

Ciò in ragione del fatto che sussistono motivi di tutela dell’Ordine Pubblico in capo dell’Amministrazione, la quale deve avere una relativa certezza sulla composizione dei nuclei (famiglie) e sui movimenti della popolazione, ma anche il correlativo diritto soggettivo dei privati cittadini ad ottenere la certificazione anagrafica della residenza e della consistenza dei nuclei (c.d. “Stato di famiglia”) indispensabile proprio per l’esercizio dei diritti-doveri civici e politici.

Di conseguenza, sussiste in modo vincolante il potere-dovere dell’Ente pubblico (Anagrafe) di un facere di natura meramente accertativa della sussistenza dei presupposti di fatto per iscrizioni, mutamenti e cancellazioni (sul punto la Giurisprudenza è univoca e copiosa).

L’attuale disciplina in materia ha origine dal D.P.R. 30-5-1989 n. 223, intervenuto in modifica della L. n. 1228 del 1954, che ha dato vita al regolamento anagrafico della popolazione residente.

L’art. 1 della Legge n. 1228 del 1954 testualmente disponeva: “nell’anagrafe della popolazione residente sono registrate le posizioni relative alle singole persone, alle famiglie ed alle convivenze, che hanno fissato nel Comune la residenza…” e questa norma è recepita pedissequamente dall’art. 1 D.P.R. 30.05.1989 n. 23 (Regolamento di attuazione).

Da allora numerose Circolari del Ministero dell’Interno hanno affermato e ribadito che: “la richiesta di iscrizione anagrafica, che costituisce un diritto soggettivo del cittadino, non appare vincolata ad alcuna condizione; né potrebbe essere il contrario in quanto in tal modo si verrebbe a limitare la libertà di spostamento e di stabilimento dei cittadini sul territorio nazionale in palese violazione dell’art. 16 della Carta Costituzionale” (Circolare Ministero Affari 29 Maggio 1995 n. 8 ).

Va aggiunto che un’eventuale limitazione contrasterebbe anche con l’art. 43 c.c. il quale dispone che: “la residenza è nel luogo in cui la persona ha la sua dimora abituale”.

La residenza, dunque, si concretizza in una mera situazione di fatto, l’abitualità della dimora, che non richiede ulteriori requisiti relativi alla titolarità di diritti sull’immobile e che, se comunque condizionata, comporterebbe lo stravolgimento di numerose norme della nostra Costituzione.

Nel quadro giuridico così delineato si inserisce Decreto Legge n. 47 del 2014, il quale stravolge i fondamenti della disciplina della residenza (non per niente è rubricata: “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per EXPO 2015”).

L’art. 5 recita: “chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza né l’allacciamento ai pubblici servizi…”: a parte la forma (l’abuso non può esistere con titolo!) introduce quindi un “titolo” abilitativo prima inesistente e trasforma la “residenza” da situazione di fatto da dichiarare all’Anagrafe in fattispecie giuridica della quale fare “richiesta” all’Autorità.

E’ di tutta evidenza che questa innovatrice normativa comporta la violazione di diritti fondamentali della Carta Costituzionale. Donde quanto segue.

La prima eclatante violazione della Costituzione scaturisce dallo stesso tenore letterale della disposizione, la quale si pone in contrasto con il dettato costituzionale violando il principio di ragionevolezza e non contraddittorietà, di cui all’art. 3 della Costituzione.

Tale disposizione, per un verso adotta una ferrea disciplina contro i cosiddetti occupanti abusivi di immobili e dall’altro ammette deroghe “per ragioni igieniche” soltanto nei confronti di persone minorenni o meritevoli di tutela, nonché per i “fornitori” che succedano a un precedente fornitore, come se le “ragioni igienico sanitarie” non esistessero per le persone adulte prive della possibilità di avere un alloggio, e come se (e questo è davvero molto grave) “l’interesse economico del secondo fornitore di servizi” avesse una rilevanza costituzionale maggiore delle “esigenze igienico-sanitarie”.

Le violazioni dei principi e delle norme costituzionali non si fermano qui, e assumono una gravità enorme se si pensa che le “sanzioni” imposte dalla legge a carico dei c.d. occupanti consistono in sostanza nella “privazione” di numerosi e rilevantissimi diritti fondamentali, senza alcuna osservanza del principio della “proporzionalità” della pena, sancita in diritto italiano, europeo e internazionale.

Bisogna tener presente, infatti, che la privazione della possibilità di ottenere dall’Ufficio dell’Anagrafe il “certificato di residenza” comporta le seguenti conseguenze: a) impossibilità di rinnovare la carta d’identità; b) impossibilità di esercitare il diritto di elettorato attivo e passivo; c) impossibilità di accedere al servizio Sanitario; d)impossibilità di essere iscritto nelle liste di collocamento per l’impiego; e) impossibilità di accedere all’istruzione obbligatoria e gratuita; f) impossibilità di chiedere la cittadinanza italiana.

In sostanza è violato lo stesso “svolgimento della persona umana”, in violazione del fondamentale art. 2 della Costituzione, il quale, come è noto, recita: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

La legge 80 del 2015 ha fatto da apripista al Decreto Legge 4 ottobre 2018, n. 113 convertito con modificazioni dalla Legge n. 132 del 1.12.2018, il quale è rubricato disposizioni in materia di iscrizione anagrafica.

La norma in esame apporta modifiche al D. Lgs. 142 del 2015 in materia di domiciliazione e iscrizione anagrafica del richiedente asilo, statuendo: da un lato che il permesso di soggiorno per richiesta di asilo costituisce documento di riconoscimento e dall’altro che il medesimo permesso di soggiorno non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica.

E’ di tutta evidenza che anche detta norma si pone in contrasto con le su menzionate previsioni normative oltre che con norme europee e con la tutela dei diritti umani.

Fatta una breve sintesi dei provvedimenti di legge ora proviamo a fare chiarezza sugli strumenti legali per riportare la disciplina dell’anagrafe all’interno del quadro costituzionale.

Ovviamente la strada è quella dei ricorsi giudiziali, da proporre dinanzi al Tribunale Ordinario perché, come abbiamo visto, in gioco ci sono diritti costituzionalmente garantiti del cittadino.

Occorre evidenziare che rispetto al così detto Decreto sicurezza il Tribunale di Firenze con Ordinanza 361/2019 è già intervenuto statuendo che il Comune interessato deve procedere con l’immediata iscrizione nell’anagrafe comunale del richiedente asilo.

Il Giudice osserva correttamente (a mio avviso) che nessun titolo può essere richiesto per l’iscrizione anagrafica così come previsto dal regolamento anagrafico della popolazione residente (D. lgs. 286/1998).

Quella adottata dal Tribunale di Firenze è una delle possibilità, vale a dire quella di disapplicare la normativa che si pone in contrasto con la disciplina speciale in tema di anagrafe; l’altra è quella di sollevare la questione di legittimità costituzionale, previa richiesta di chi agisce in Giudizio, dell’art. 5 della Legge 80 del 2015 e dell’art.13 della Legge 132 del 2018.

Alcune Regioni, tra le quali la Toscana, hanno adito la Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, nei confronti del solo Decreto Salvini e non del piano casa Renzi.

Quella del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato è uno strumento consentito solo, per l’appunto, “ai poteri dello Stato” e tra questi rientrano le Regioni.

L’aver agito per veder riconosciuta l’illegittimità costituzionale del solo Decreto Salvini è decisamente una scelta che comporta numerose problematiche ed il serio rischio di veder respinto il proposto ricorso.

La ragione è tanto semplice quanto evidente e risiede nel fatto che la eventuale dichiarazione di incostituzionalità del decreto sicurezza non riporterebbe all’unità la disciplina della residenza, posto che resterebbe ancora in piedi “l’anomalia” dell’art. 5 del piano caso Renzi.

Se così fosse, gli effetti prodotti sarebbero addirittura contrari a quelli sperati, con il consolidarsi della (triste) prassi di vincolare il riconoscimento di diritti (legati all’iscrizione anagrafica) al possesso di un titolo e tutto ciò in netto contrasto con la Costituzione e con la disciplina dell’anagrafe.

E’ necessario quindi portare al più presto all’attenzione della Corte Costituzionale l’art. 5 del piano casa Renzi, ciò, in assenza di un ricorso proposto dalle Regioni, può avvenire solo attraverso il rinvio operato dal Giudice investito della questione.

Il consolidarsi di questa prassi che vede l’utilizzo della residenza come strumento per far fronte alle emergenze, siano esse la mancanza di alloggi (purtroppo storica in questa nazione) o la gestione dei flussi migratori, è assolutamente pericoloso per la tenuta dei principi costituzionali del nostro Paese.

In assenza di tutela, da parte di chi a ciò è deputato, dei principi costituzionali spetta a noi cittadini la difesa della Costituzione.

Giuseppe LIBUTTI

Avvocato in Roma