Il parlamento Europeo smentisce Moscovici: I paradisi fiscali Europei esistono

Il 12 marzo scorso, Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e finanziari, saluta dal suo blog l’adozione della lista nera dei paradisi fiscali mondiali, rivista dai suoi servizi, da parte dei ministri delle finanze dell’UE: “Un successo europeo! “, ha scritto, senza dire di quali paesi si trattava. E per una buona ragione: dei 15 paesi designati, solo le Bermuda possono essere considerate un pesce grosso. Non un solo paese dell’Unione europea è sulla lista. Pochi giorni dopo, il 25 marzo, giustifica e afferma in una trasmissione radiofonica: “Il Lussemburgo non è un paradiso fiscale! Un paradiso fiscale è un paese che non rispetta le regole del buon governo internazionale. Non possiamo dire questo dei paesi dell’Unione europea.

E aggiunge, sul suo account Twitter, all’indirizzo di Ian Brossat, capolista comunista francese alle elezioni europee che lo aveva criticato aspramente: “Che vi piaccia o meno, non c’è nessun paradiso fiscale nell’Unione europea, ma senza dubbio alcuni paesi che incoraggiano l’ottimizzazione fiscale in maniera eccessiva (si veda in proposito anche un altro mio articolo – NdR). La caricatura e il riflesso pavloviano anti-europeo non bastano per fare una verità. Né una buona politica.

A proposito di “riflesso pavloviano anti-europeo“, 24 ore dopo lo stesso Parlamento europeo ha approvato il 26 marzo una Risoluzione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale (vedi a questo indirizzo: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//NONSGML+TA+P8-TA-2019-0240+0+DOC+PDF+V0//IT) con una maggioranza schiacciante nella quale si “osserva che un recente studio di ricerca[1] ha identificato cinque Stati membri dell’UE come paradisi fiscali per le imprese: Cipro, Irlanda, Lussemburgo, Malta e Paesi Bassi; (si) sottolinea che i criteri e la metodologia utilizzati per selezionare tali Stati membri comprendevano una valutazione globale delle loro pratiche fiscali dannose, misure che facilitano la pianificazione fiscale aggressiva e la distorsione dei flussi economici sulla base dei dati di Eurostat, che includevano una combinazione di flussi elevati di investimenti esteri diretti in entrata e in uscita, canoni, interessi e dividendi;” .

Il Parlamento invita di conseguenza la Commissione “a considerare attualmente almeno (sottolineatura mia – NdR) tali Stati membri come paradisi fiscali dell’UE fino a quando non saranno attuate riforme fiscali sostanziali”.

È necessario assumere nel più breve tempo possibile contromisure efficaci, come quelle proposte tra gli altri da Attac ed Oxfam, quale l’introduzione di una tassazione unitaria delle società multinazionali considerando tale società come un’unica entità e non come la sommatoria d’entità giuridiche separate. In un secondo tempo, i profitti dovranno essere ripartiti tra i vari paesi sulla base dell’attività reale di un’impresa in una determinata nazione.

Ma invece di combattere i paradisi fiscali europei, gli altri Paesi membri dell’UE preferiscono farsi concorrenza tra di loro con misure di dumping fiscale abbassando le imposte per le società (e gli ultraricchi). Sono 20 anni almeno che la competizione fiscale al massimo ribasso è vigorosamente all’opera all’interno dell’UE.

Prosegue la Risoluzione approvata : “uno studio di ricerca dimostra come l’elusione fiscale in sei Stati membri dell’UE comporti una perdita pari a 42,8 miliardi di euro di gettito fiscale negli altri 22 Stati membri, il che significa che la posizione di contribuenti netti di tali paesi può essere controbilanciata dalle perdite che essi infliggono alla base imponibile degli altri Stati membri; (si) osserva, ad esempio, che i Paesi Bassi impongono un costo netto all’Unione nel suo complesso pari a 11,2 miliardi di euro, il che significa che il paese priva gli altri Stati membri di gettito fiscale a beneficio delle multinazionali e dei loro azionisti;” E si fa riferimento a perdite annue.

Lo stesso Parlamento europeo è del parere[2] che “l’adozione di misure efficaci contro la corruzione e la frode fiscale praticate dalle multinazionali e dai più ricchi potrebbe riportare nei bilanci degli Stati membri una somma stimata dalla Commissione in mille miliardi di euro all’anno, e ritiene che in tale ambito vi sia una grave carenza d’azione da parte dell’UE“. Un pò di ipocrisia non guasta, d’altronde era François de La Rochefoucauld che sosteneva che “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”.

Come scrive Andrea Zhok, “L’Unione Europea è un sistema che, simultaneamente: 1) impedisce ogni controllo sui movimenti di capitale e 2) incentiva la competizione per accaparrarsi tali capitali. L’esito naturale è di essere un sistema sistematicamente premiale per il grande capitale finanziario a scapito di tutti gli altri soggetti”. La scelta fatta negli anni ’80 di organizzare l’economia europea attorno ad un mercato unico regolato dalla sola concorrenza, scelta seguita dall’allargamento ad Est dell’Unione operata negli anni 2000, hanno esacerbato la rivalità tra i vari Paesi e reso praticamente impossibili i progetti di natura cooperativa per contrastare le pratiche di dumping fiscale.

Ecco, quando chiudono un ospedale, i trasporti pubblici sono difettosi, si scatenano guerre tra poveri per i posti in un asilo nido o per una casa popolare, mancano le risorse per combattere il dissesto idrogeologico o mettere in sicurezza le scuole, sappiate che la responsabilità non è della cattiva sorte ma del sistema fiscale imperante nell’Unione europea dove l’elusione fiscale non è un accidente o il frutto di comportamenti delinquenziali, ma la sostanza stessa dell’architettura dell’Unione.

È anche per questo che, mentre ci possiamo definire europeisti (per l’Europa dei popoli), non possiamo certo dirci “unionisti”.

Alessandro De Toni

 

, ,

About Alessandro De Toni

View all posts by Alessandro De Toni →