Ecobuonismo o ecosocialismo?

In coda alla recente presentazione del Manifesto per la Sovranità Costituzionale è emerso come alcune delle note più critiche si siano appuntate sul rilievo dato alla questione ecologica. Si sono udite obiezioni circa l’astrattezza del tema, la distanza dagli interessi comuni, l’uso strumentale che ne sarebbe stato fatto per distrarre l’opinione pubblica da temi più urgenti.

Questa reazione di diffidenza suggerisce una riflessione. Negli ultimi anni, la tematica ecologista è stata integrata in una visione liberale. Sul piano strutturale si è assunto che ‘il sistema si autocorreggerà’ creando un mercato delle soluzioni per i problemi che crea. Sul piano ideologico il tema è diventato questione di conversazione postprandiale, garbata quanto innocua, atta a promuovere campagne sentimentali.

I temi ecologici, addomesticati dalla ragione liberale, tendono a sfociare in due direzioni generali. La prima si rivolge all’iniziativa personale e al senso di responsabilità delle ‘persone di buona volontà’, chiamate a ‘fare la loro parte’. Si creano così gli spazi di mercato per diete ambientalmente consapevoli, acquisti etici, consumi responsabili, prodotti biologici, beni equi e solidali, e mille altre lodevoli iniziative in cui ci si sente ecoattivisti a colpi di tofu.

La seconda prospettiva si nutre della periodica constatazione del fallimento della prima. Quando tutta la buona volontà spesa in iniziative individuali si dimostra inadeguata, allora si crea il terreno per geremiadi di tipo ‘antiumanista’. L’espressione metaforica ‘salvare il pianeta’ inizia ad essere presa letteralmente, dimenticando che il pianeta (diversamente da noi) se la caverà comunque. Così, pur di salvare il pianeta, persino l’idea di un’estinzione della specie umana appare come una soluzione non disprezzabile. In alcuni circoli intellettuali si discute con grande serietà di come, posta l’ingiustificabilità di anteporre la specie umana ad altre specie viventi (sarebbe ‘specismo’, una forma di razzismo), l’estinzione dell’Homo Sapiens sia una prospettiva moralmente percorribile. Così, rimpallandosi tra sconsolati giudizi sulla malvagità degli umani e appelli alla buona volontà individuale, i dibattiti sul degrado ecologico vengono accuratamente sterilizzati, riconfermando lo status quo.

L’appello ai piccoli gesti personali assume in questo contesto una posizione esemplare: il consumo, l’acquisto dei beni sul mercato sono visti come espressione eminente di volontà democratica, secondo il modello della sovranità del consumatore (“un dollaro, un voto”). La leggenda narra che i clienti/consumatori globali hanno la loro occasione di ‘fare la differenza’, impegnandosi a comprare beni sedicenti biologici, ecosostenibili, verdi, che magari costeranno un po’ di più, ma ne vale la pena. Questi appelli operano magnificamente come valvole di sfogo per lo sdegno ecologista. Tale sdegno viene incanalato in forma individualizzata, decentrata, depoliticizzata e moraleggiante, immaginando che la meta sia raggiungere la spontanea adesione, dal basso, di tutta la grande famiglia umana a questo nobile progetto. E se poi, malgrado le campagne televisive, gli appelli pubblici di teneri bimbi e le mostre di eco-tecno-design su come riciclare le cialde del caffè, il mondo continua ad andare a rotoli, beh, non ci resta che concludere che l’estinzione è meritata.

Questa prospettiva eco-buonista liberale è oggettivamente complice dello status quo. Nella visione liberale le ‘battaglie’ hanno luogo tra individui isolati, e le ‘soluzioni’ devono emergere nella cornice dei meccanismi di mercato. Intanto gli stessi meccanismi spingono costantemente la produzione ad aumentare, i beni a differenziarsi ed essere sostituiti con la maggior frequenza possibile, le merci (e i beni intermedi, e la forza lavoro) a muoversi ovunque sul pianeta; ma tutto ciò appartiene a quella cornice sacra che nessuna persona beneducata può mettere in discussione.

Naturalmente gli appelli alla buona volontà hanno già sempre una base implicitamente censitaria: quanti sul pianeta possono permettersi il tempo e le risorse (economiche e cognitive) per esercitare ‘acquisti ecologicamente consapevoli’? Inoltre, le informazioni realmente disponibili ai consumatori, anche quelli più agiati, colti e benintenzionati, sono scarse e facilmente manipolabili: l’asimmetria informativa tra produttore e consumatore resta abissale, e immaginare che il consumatore sia nelle condizioni per esprimere la propria sovranità con l’acquisto resta perciò una triste barzelletta.

Tenuto fermo che sentirsi coinvolti nelle sorti ecologiche del pianeta è sentimento positivo – molto meglio che fregarsene – la sensazione che si sia di fronte a manovre per tenere occupate le coscienze più sensibili in processi innocui per il capitale è fortissima.

In quest’ottica si può riconoscere senz’altro la funzione di ‘arma di distrazione’ esercitata dall’ambientalismo liberale benpensante. Ma questo non significa che esso sia l’unica opzione disponibile intorno alla questione ambientale. Per comprenderne l’inevasa radicalità è utile riassumere, in sei passaggi, il nesso tra ordinamento economico capitalistico e crisi ambientale:

  1. Il capitalismo è un sistema in cui l’investimento di capitale privato è il motore della crescita.
  2. L’investimento privato avviene se, e solo se, reputa che alla fine di ciascun ciclo produttivo il profitto supererà significativamente quanto investito inizialmente.
  3. La crescita del profitto esige la crescita della produzione (vendibile) in rapporto all’investimento.
  4. La crescita della produzione implica la crescita di processi di trasformazione e consumo di risorse. Per quanto non ogni crescita in ogni settore implichi necessariamente incrementi significativi di trasformazione e consumo, la tendenza generale è inevitabilmente quella.
  5. La competizione di mercato incentiva la mobilità di merci e forza lavoro, che amplifica a sua volta tutti i processi di trasformazione e consumo delle risorse.
  6. Il sistema si fonda sulla concorrenza tra capitalisti in competizione per margini di profitto. Tale concorrenza plurale rende il sistema intrinsecamente decentrato e privo di supervisione, dunque essenzialmente anarchico e ingovernabile.

Date queste premesse, il sistema capitalistico entra necessariamente in rotta di collisione con gli equilibri ambientali. Questo, va da sé, non implica che un sistema non-capitalista debba automaticamente rispettare gli equilibri ambientali. Tuttavia esso è nelle condizioni di decidere se farlo.

Il recente concentrarsi sul ‘riscaldamento globale’, per quanto tale problema appaia realmente serio, rischia di distrarre dal carattere sistematico del degrado ambientale in corso. Accanto al riscaldamento globale abbiamo statistiche impietose sull’inquinamento di aria e acqua, su fertilizzanti e antiparassitari nelle falde acquifere e nell’intero ciclo alimentare, sulla diffusione di interferenti endocrini e sospetti mutageni in una miriade di prodotti; e quanto agli effetti, sulla crescita di numerose forme tumorali, allergie, intolleranze alimentari e di molte affezioni di origine epigenetica, sul crollo della fertilità in molte aree industrializzate, sulla scomparsa accelerata di interi blocchi di specie viventi, ecc.

Il modello capitalista presume che per ogni problema si creerà un efficiente mercato per le soluzioni. Questo assunto è fallimentare. Ogni problema viene rilevato (se viene rilevato) sempre dopo il tempo necessario per raccogliere e valutare i dati epidemiologici. Anche laddove si trovasse sempre una soluzione ad hoc, intanto le esigenze della produzione avranno già prodotto innumerevoli altre ‘innovazioni’ con le relative esternalità, ampliando i fronti problematici.

Una volta presa distanza dall’ecobuonismo liberale, il tema ecologico presenta, per chi sia in grado di farsene carico con la dovuta radicalità, un’occasione unica per criticare il modello capitalista in forme di attualità e universalità oggi non facilmente raggiungibili per altra via. Nelle forme del degrado ecologico, la natura autodistruttiva di quella ‘sovranità dell’economico’ che risponde al nome di ‘capitalismo’ diviene intuitivamente manifesta. L’unico modo per arrestare questa degenerazione autodistruttiva è sostituire la sovranità dell’economico con una rinnovata sovranità del politico, e precisamente una sovranità popolare, democratica, giacché è l’interesse generale a dover essere tutelato.

Questo significa direttamente due cose:

    1. che gli Stati devono essere messi nelle condizioni di dare ascolto alle richieste di tutela della popolazione, senza la minaccia di rappresaglie economico-finanziarie (deflusso di capitali, disinvestimenti, delocalizzazioni, ecc);
    2. che gli Stati devono adottare un modello sociale rivolto non alla crescita produttiva generalizzata, ma allo sviluppo; mirando non alla creazione di profitto, ma all’impiego della produzione per finalità umanamente condivise.

Il primo punto equivale alla rivendicazione di sovranità popolare incarnata in istituzioni democratiche. Il secondo punto equivale all’adozione di una cornice di sviluppo che esce dal modello capitalista ed entra in uno socialista (compatibile con forme circoscritte di mercato).

Non mi pare una prospettiva da trattare politicamente con sufficienza.