Macron, AKK e Fabbrini, prospettive europee a confronto

Il direttore della School of Government,della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” (LUISS), Sergio Fabbrini sostiene che vada ripreso un programma ‘federale’ contro ogni indulgenza a forme di sovranità nazionali, a qualsiasi scala. Il politologo, autore nel 2017 di Sdoppiamento, una proposta ricomposizione a geometria variabile dell’Unione con un ‘core’ federale ed una periferia intergovernativa, propone di procedere verso un’unione di tipo federale e non verso un ‘superstato’, come a suo parere vorrebbe la proposta di Macron, ma neppure verso un debole confederalismo a tema(i), come indicato dalla leader della Cdu Annegret Kramp-Karrembauer (AKK).

Si tratta di un importante, ed opportuno, dibattito. Vediamo brevemente quale è l’argomento di Fabbrini: Macron propone di accentuare la centralizzazione, andando oltre il mercato unico, mentre l’Europa è scossa da un terremoto politico disgregante che alcuni (“i sovranisti”) vogliono accentuare mentre altri (“gli europeisti”) ricomporre. Proporrebbe di procedere verso una vera e propria unione politica, chiedendo di esercitare a livello comune alcune prerogative proprie degli Stati nazionali, come la difesa dei “campioni nazionali” ed il commercio estero (proteggendo, appunto, i settori strategici) o una politica fiscale e del lavoro omogenea, e proponendo di creare nuove agenzie specializzate nella protezione. Si tratta di “dare vita ad una sovranità europea con caratteristiche statali con cui sostituire, in futuro, quelle nazionali”. Lo Stato Europeo è, per il Macron di Fabbrini, uno Stato-Nazione in grande taglia (dunque il “sovranismo” viene negato a livello decentrato per essere riproposto a livello centrale).

Annegret Kramp-Karrembauer, invece, ritiene quella di Macron una “idea sbagliata”. Nessun “centralismo europeo”, nessuno “statalismo europeo” ovviamente nessuna “comunitarizzazione dei debiti” (da sempre timore centrale tedesco), tanto meno “europeizzazione dei programmi sociali” e uniformazione di salari e regole fiscali. Le gambe su cui deve camminare il progetto europeo sono solo quelle dei singoli Stati. Non ci deve essere un “superstato” europeo, che non ha alcuna “superiorità morale”, perché non si può fare a meno della legittimità democratica e della “identificazione”, che sono forniti solo a livello nazionale.

La direzione tedesca sembra essere dunque opposta a quella francese: non è lo Stato europeo che detta la linea, ma sono gli Stati nazionali che identificano gli interessi legittimi bisognosi di formulazione politica e li portano in comune. Una importante conseguenza è che non ci sono cittadini europei, ma solo cittadini nazionali. In definitiva nella proposta troviamo: politiche differenziate, accordi differenziati, un assetto debolmente “intergovernativo”, ma vincolante per tutti.

Si tratta di due pensieri strategici che Fabbrini giudica “prigionieri della stessa visione statalista del processo di integrazione”, ovvero, anche se in modo diverso, “sovranisti”. La sovranità statale è, infatti, per entrambi indispensabile nel quadro attuale di transizione da un regime dominato da un impero (“americano”), ad un regime multilaterale (peraltro “non molto tempo fa le leadership dei due Paesi pensavano esattamente all’opposto”).

Coerentemente con la dottrina della Staatenverbund (associazione di stati) della Corte Costituzionale Tedesca, la leader della Cdu vede emergere “il peso internazionale degli europei” e la capacità di “agire” solo se gli Stati sono ‘responsabilizzati’ e la Ue opera solo ‘sussidiariamente’. Il paese che si sente più forte non intende abdicare alle sue prerogative, anche perché sa che i suoi cittadini non lo vogliono (il richiamo alla “legittimità democratica e alla identificazione”). Per questo dichiara in modo netto che, per “mettere in sicurezza le basi del nostro benessere […] centralismo europeo, statalismo europeo, comunitarizzazione dei debiti, europeizzazione dei sistemi sociali e del salario minimo costituirebbero la strada sbagliata”.

Anche Macron, in un discorso fortemente retorico e pieno di vecchi esercizi di stile, parte dallo stesso identico punto evocato dalla Kramp-Karrenbauer: la competizione internazionale tra macro-stati (Usa e Cina), dotati di “aggressive strategie”, cui aggiunge lo svuotamento tecnologico di sovranità determinato dai “giganti del digitale”, e, infine, le “crisi del capitalismo finanziario”. Ma individua, nell’Europa che serve, “la necessità di frontiere che proteggono e di valori che uniscono”, attribuendole ad una “civiltà europea” che “ci riunisce, ci libera e ci protegge”. Quindi, nel chiamare ad un “rinascimento europeo”, e nel richiamare, come detto, ad un protezionismo commerciale europeo e allo “scudo sociale” europeo, due funzioni statuali tipiche, richiede una “Conferenza per l’Europa” per rivedere i Trattati senza tabù.

Insomma: entrambi credono sia necessaria una politica di potenza europea, per entrare da protagonisti nel gioco imperiale che si sta trasformando da unipolare a multipolare. Entrambi credono sia da rivedere l’Unione per come essa è oggi, un calabrone che si sta accorgendo di non saper volare. La soluzione di Macron è di avviare una “Conferenza”, quella della Kramp-Karrenbauer è di aggiungere alcuni Trattati interstatali, sapendo che in questo modo la sua posizione dominante sarà salvaguardata.

Fabbrini, che non a caso ha avviato la sua riflessione dichiarando che la Brexit sta “consumando le capacità” della Gran Bretagna, vede in ogni versione dell’idea di sovranità democratica e popolare una “concezione della sovranità che è stata elaborata per il passato dell’Europa”. Confondendo intenzionalmente il fatto storico con la sua ragione, ne conclude che questo è “un errore che si pagherebbe caramente”. La sua soluzione è dunque diversa: dividere la sovranità in base a valutazioni “empiriche e non astratte”, quindi realizzare una “unione federale”, non uno “stato europeo né un’associazione di stati europei”.

Si tratterebbe di consolidare una costruzione unica non-statuale, che inibisca definitivamente i ‘vecchi’ Stati-Nazione democratici, mettendosi sulla strada per superarli. In questo schema, che tanto ricorda il sogno di Hayek del federalismo interstatuale, la sovranità, divisa in base a considerazioni “empiriche e non astratte”, sarebbe alla fine irrintracciabile. La chiusa è perfettamente espressiva dell’orizzonte nel quale si muove il pensiero del politologo: non riconoscendo necessaria alcuna discontinuità rispetto alla mondializzazione mercatista seguita al crollo del bipolarismo novecentesco, propone come “nuove idee per un nuovo mondo” una riformulazione di vecchie idee, per un mondo che già non è più.

C’è una cosa giusta in questo dibattito: dobbiamo discuterne. Ma dobbiamo farlo dalle basi giuste, e partendo dal ‘genio della democrazia’. È ora di finirla con progetti delle élite per le élite, e chiedersi senza paura se i popoli europei vogliono davvero, con chi e in che termini e condizioni unirsi (e soprattutto perché).

About Alessandro Visalli

Architetto e dottore di ricerca in pianificazione del territorio, ho lavorato costantemente nel settore della protezione ambientale in particolare nell'area delle energie rinnovabili e dei servizi pubblici. Dal 2013 alimento un blog che è il mio piccolo blocco di appunti sulla trasformazione in corso del mondo e del modo di capirlo e descriverlo. Sono impegnato, insieme a tanti altri nel tentativo di ricreare le condizioni per avere un punto di vista che non resti prigioniero in partenza dei vecchi sogni (o incubi) nei quali una sinistra che si è sentita sconfitta dalla Storia si è rifugiata. Solo un largo processo collettivo potrà, forse, riuscire nel miracolo di tornare ad essere utili all'emancipazione ed alla costruzione di un soggetto storico all'altezza dei tempi. Il mio tentativo di contributo è piccolo: rileggere, riscrivere, raccontare. Qualcuno più bravo riuscirà a mettere insieme.
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