Aggiustare l’Europa: la ricetta della CDU

Pubblichiamo la traduzione dell’articolo della Presidente della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer, uscito domenica 9 Marzo su Welt am Sonntag con il titolo “Europa richtig machen” (Aggiustare l’Europa – qui la versione in inglese). Invitiamo alla lettura, in particolare, quanti da +Europa, Pd e sinistre cosiddette radicali condividono il programma fondamentale di riforma dei Trattati o di democratizzazione della UE. Prima o poi, speriamo diventi chiaro che tali prospettive implicano il puntellamento del dominante ordine liberista fondato sulla svalutazione del lavoro e, inevitabilmente, lasciano sempre più estese praterie di popolo alle destre nazionaliste.

Pochi giorni fa, il presidente francese Emmanuel Macron si è rivolto con un appello ai cittadini dell’Europa, dicendo che c’è bisogno di agire con urgenza. Ha ragione, perché ci troviamo di fronte a domande urgenti: vogliamo essere comandati in futuro da decisioni strategiche prese in Cina o negli Stati Uniti, o vogliamo contribuire attivamente alla realizzazione di regole per la futura convivenza globale? Vogliamo dare una risposta comune a un governo russo che, in maniera ben evidente, ricava la propria forza dalla destabilizzazione e dall’indebolimento dei vicini? Vogliamo infine sottometterci alle idee politiche e sociali degli altri, oppure vogliamo rappresentare in modo proattivo lo “European way of life” della democrazia rappresentativa di tipo partitico, del parlamentarismo, dello stato di diritto, della libertà individuale e dell’Economia sociale di mercato per noi stessi e in tutto il mondo? A ciò non può che esservi una sola risposta: la nostra Europa deve diventare più forte.

L’Europa è stata sinora una storia di successo senza precedenti. Appartengo alla generazione felice che non ha vissuto alcuna guerra. Lo dobbiamo a una comunità europea che ha imparato le lezioni dal passato e che volge risolutamente lo sguardo in avanti. Noi europei viviamo in una delle regioni più ricche e sicure del mondo, perché negoziamo i nostri conflitti l’uno con l’altro al tavolo dei negoziati e abbiamo costruito un sicuro muro difensivo contro le minacce esterne attraverso la stretta alleanza transatlantica.

Eppure, molti guardano all’Europa con inquietudine. Eppure non dovremmo interpretare male i cittadini e le cittadine europei. Il consenso all’idea europea è in questo momento più alto che mai. Tuttavia, ciò di cui l’UE agli occhi dei cittadini sembra essere priva, è la chiarezza, l’orientamento e la capacità di agire sulle questioni chiave del nostro tempo. I cittadini lamentano mancanza di chiarezza, quando, per esempio, all’UE serve un tempo infinito per arrivare a una comprensione comune degli eventi in Venezuela; sentono mancanza di orientamento, se posti davanti al confronto con il futuro dell’economia digitale e del mercato del lavoro digitale; e sentono la mancanza della capacità di agire nel gestire la migrazione, i cambiamenti climatici, il terrorismo e i conflitti internazionali.

Per quanto concerne le imminenti elezioni del Parlamento europeo, il tema non può essere la difesa dello status quoincompleto dell’odierna UE contro le accuse dei populisti. La questione del “per” o “contro” l’Europa non si pone affatto per la maggior parte dei cittadini. Invece, dobbiamo discutere con differenti concetti sul modo in cui l’UE sarà in grado di agire, prossimamente, sulle grandi questioni e su come proseguirà la sua storia di successo senza precedenti sullo sfondo di condizioni di base globali mutate anche in futuro.

In primo luogo, si tratta di mettere in sicurezza le basi del nostro benessere. Anche nel Mercato unico europeo il profitto si trova davanti alla questione della sua distribuzione. Con l’Unione economica e monetaria e con la stabilizzazione dell’Eurozona abbiamo intrapreso la strada giusta. Se vogliamo che le nostre aziende europee continuino in futuro ad essere finanziate dalle banche europee, dobbiamo creare un mercato unico per le banche. Allo stesso tempo, dobbiamo puntare in maniera coerente a un sistema di sussidiarietà, auto-responsabilizzazione e responsabilità civile a queste connessa. Centralismo europeo, statalismo europeo, comunitarizzazione dei debiti, europeizzazione dei sistemi sociali e del salario minimo costituirebbero la strada sbagliata. Dobbiamo però anelare alla convergenza in termini di pari condizioni di vita all’interno degli Stati membri e tra gli Stati membri. Perciò abbiamo bisogno di una strategia di sostegno alla convergenza, che colleghi in modo intelligente approcci nazionali ed europei.

Abbiamo bisogno adesso di un approccio europeo circa le seguenti questioni, ossia: con quali tecnologie vorremo proteggere il nostro clima e fare al contempo buona economia; con quali sistemi intelligenti alimentare miliardi di persone e preservare la creazione; quali dei nostri risultati nel campo della ricerca porteranno a nuove medicine e trattamenti, per sconfiggere le malattie; come si configurerà la nostra risposta a una mobilità compatibile con il clima, ma comunque personalizzata. Ricerca, sviluppo e tecnologia comuni dovrebbero essere finanziati da un budget dell’innovazione dell’UE e recare l’etichetta “Future made in Europe”. Una nuova strategia europea per le tecnologie future non dovrebbe far venir meno le nostre regole sulla concorrenza leale, ma deve porre l’Europa nella condizione di essere competitiva a livello mondiale, quando contemporaneamente altri stravolgono la concorrenza in chiave protezionistica o con monopoli di Stato.

L’Europa ha una distinta responsabilità per la protezione del clima globale. Come per la stabilità finanziaria, stiamo parlando delle condizioni di vita delle generazioni future. Eppure, nonostante ambiziose definizioni circa obiettivi europei e valori limite non è stato raggiunto ancora niente. Questo percorso incontrerà infatti un ampio sostegno popolare solo se riusciremo a tenere conto degli aspetti economici e sociali in modo tale da preservare occupazione e potere economico e creare nuove opportunità di sviluppo. Ecco perché abbiamo bisogno di un patto europeo per la protezione del clima, negoziato congiuntamente tra industria, occupati e società, coinvolgendo attori europei e nazionali democraticamente legittimati.

Dobbiamo infine anche mettere in pratica i nostri sforzi comuni per porre fine alla distorsione della concorrenza in Europa attraverso l’elusione fiscale. Per fare questo, abbiamo bisogno di chiudere le scappatoie fiscali in Europa e introdurre una tassazione digitale modellata sul modello OCSE. Solo così le aziende attive a livello internazionale daranno un contributo altrettanto equo alla nostra Economia sociale di mercato in Europa, così come le nostre piccole e medie imprese.

Sono espressamente d’accordo con Emmanuel Macron: il nostro senso di comunità e sicurezza in Europa ha bisogno di confini esterni sicuri. Dobbiamo completare Schengen. Per questo abbiamo bisogno, nell’UE, di un accordo senza lacune sulla protezione delle frontiere. Là, dove la frontiera esterna non può o non deve essere protetta da soli mezzi nazionali, deve essere costruita rapidamente e dispiegata come polizia di frontiera operativa Frontex. Già ai confini di Schengen occorre verificare se vi sia una domanda di asilo, uno status di rifugiato o qualsiasi altro motivo ai fini dell’ingresso. Si rende perciò necessario un registro elettronico di entrata e uscita e l’espansione del Sistema di informazione Schengen in modo che le autorità possano utilizzare un sistema di dati comune e condiviso a livello nazionale ed europeo.

L’Europa tiene fede alla sua richiesta umanitaria di concedere protezione ai perseguitati politici e ai rifugiati provenienti da zone di guerra civile. Le soluzioni europee da noi perseguite per l’accoglienza dei rifugiati e il rigetto dei migranti economici non sono state applicabili fino ad oggi. Ma le soluzioni nazionali non potranno aver alcun successo senza in definitiva mettere in discussione fin nel suo stesso principio Schengen. In futuro, dovremo riorganizzare la politica comune sull’immigrazione dell’UE secondo il principio dei vasi comunicanti. Ogni stato membro deve dare il suo contributo alla lotta delle cause, alla difesa delle frontiere e all’accoglienza. Ma più ogni Stato lo farà in uno specifico campo, tanto minore dovrà essere il suo contributo negli altri campi.

L’Unione europea ha urgente bisogno di migliorare la propria capacità di azione in materia di politica estera e di sicurezza. Dobbiamo rimanere transatlantici e allo stesso tempo diventare più europei. L’UE in futuro dovrebbe essere rappresentata presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con un seggio comune permanente. Allo stesso tempo, in un Consiglio di sicurezza europeo che coinvolga il Regno Unito, dovremmo prendere decisioni in merito a posizioni di politica estera comune e organizzare un’azione congiunta in materia di politica di sicurezza. Inoltre, anche da noi in Germania, sarebbe un’idea degna di considerazione quella di un Consiglio di sicurezza nazionale per lo sviluppo di linee guida strategiche a coordinamento della politica estera, di sicurezza, di difesa, di sviluppo e commercio esteri.

Già adesso Germania e Francia stanno lavorando insieme al progetto di un aereo da caccia europeo del futuro, altre nazioni sono invitate a parteciparvi. Come prossimo passo, potremmo iniziare con il progetto simbolico di costruire una portaerei europea comune per conferire espressione al ruolo globale dell’Unione europea quale forza di sicurezza e di pace.

Allo stesso tempo dobbiamo creare una nuova, ulteriore, prospettiva con e per l’Africa. Nell’interesse delle persone che sono lì, ma anche per il nostro proprio interesse, abbiamo bisogno di una partnership strategica a livello paritetico. Ma ciò può anche significare concretamente che l’apertura del nostro mercato ai prodotti agricoli africani e lo smantellamento delle ampie regolamentazioni e sussidi in questo settore non devono più essere un tabù.

Nessun superstato europeo soddisfa l’obiettivo di un’Europa in grado di agire. Il lavoro delle istituzioni europee non può rivendicare la superiorità morale nei riguardi della cooperazione dei governi nazionali. Una rifondazione dell’Europa non può prescindere dagli stati nazionali: essi creano legittimità democratica e identificazione. Sono gli Stati membri che formulano e riuniscono i propri interessi a livello europeo. Solo allora emerge il peso internazionale degli europei. L’Europa deve puntare sulla sussidiarietà e sulla responsabilizzazione degli Stati nazionali ed essere al contempo in grado di agire nell’interesse comune. La nostra Europa dovrebbe pertanto porsi su due pilastri paritari, quelli del metodo intergovernativo e del metodo comunitario. Allo stesso tempo, dovremmo anche prendere decisioni a lungo attese e abolire gli anacronismi. Questi includono la concentrazione del Parlamento europeo su Bruxelles e la tassazione del reddito dei funzionari dell’UE.

Molti Stati membri si trovano davanti alla sfida di mantenere coesa una società fattasi più eterogenea per via dell’immigrazione. Questo vale soprattutto se guardiamo a correnti dell’Islam che sono incompatibili con le nostre idee di una società aperta. Una delle grandi questioni del futuro è quella per cui vi potranno essere, a partire dall’Europa stessa, impulsi per una manifestazione dell’Islam che possa essere compatibile con i nostri modelli valoriali. Per fare questo, dovremmo creare delle cattedere universitarie europee cosiddette ”cattedre di Nathan”, seguendo la tradizione dell’illuminismo e della tolleranza, nel solco del cui stesso spirito formare i nostri stessi imam e insegnanti.

Dopo la caduta del muro, quasi trent’anni fa, milioni di cittadini dell’Europa centrale sono diventati nuovi membri di questa comunità, e altri sono desiderosi di aderirvi. Per quanto riguarda gli Stati membri dell’Europa centrale e orientale, è necessario rispettare il loro approccio e il contributo specifico alla nostra storia e cultura europea comune. Eppure, non ci devono essere dubbi sul nucleo non negoziabile di valori e principi. Se abbiamo il coraggio di parlare adesso concretamente circa le modifiche ai Trattati europei, né ”l’élite di Bruxelles” né ”l’élite occidentale” né la presunta élite “europeista” dovrebbero rimanere chiuse in sé stesse. Acquisiremo la legittimità democratica per la nostra nuova Europa solo quando coinvolgeremo tutti.

Non dobbiamo avere alcuna paura di queste discussioni. Quanto sia attraente il nostro “European Way of Life” in tutto il mondo ce lo dimostrano le tempeste turistiche globali nelle metropoli europee, lo mostrano gli sforzi di adesione e riavvicinamento nel nostro vicinato, lo dimostrano gli studenti internazionali e le start-up che vogliono aprire in Europa. L’Europa è meta di desiderio per molti nel mondo. Anche nella Russia di Putin la gente vuole vivere, del resto, secondo lo “standard europeo”.

Il mondo è in continuo movimento, e l’Europa si trova davanti a una scelta. La mia, di scelta, è chiara: è adesso che dobbiamo fare per bene l’Europa. Abbiamo bisogno di forza strategica per la nostra industria, per la tecnologia e per le nostre innovazioni, abbiamo bisogno di un senso di sicurezza per i nostri cittadini europei e capacità comuni in materia di politica estera e di sicurezza che facciano valere i nostri interessi.

Dovremmo adesso volgerci al lavoro sicuri di noi stessi e non farci fermare, scoraggiandoci, dalla costante, ansiosa domanda sui ”populisti”.

Annegret Kramp-Karrenbauer, presidente della CDU