La casa come base per il “diritto alla città”

Recita l’articolo 3 della Costituzione Italiana:

È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Tra i più clamorosi fallimenti, che rendono per troppi impossibile superare gli ostacoli che impediscono la pienezza dello sviluppo come persona e l’espressione, piena e libera, dei propri diritti di cittadino, c’è quello relativo alla casa. L’impossibilità di accedere a case decenti, in quartieri vivibili, fruendo dei servizi territoriali a condizioni accettabili, costringe a vivere in luoghi poveri di socialità, deprivati di capitale spaziale, luoghi per ‘poveri’. Luoghi nei quali il “diritto alla città” (per usare l‘espressione di Henry Lefebvre) è del tutto negato.

A seguito della svolta neoliberale, segnata dalla crisi fiscale dello Stato e dalla ritirata della funzione pubblica, le politiche della casa si sono ridotte a un tentativo di svuotare il mare del disagio abitativo con i secchielli bucati di programmi di Edilizia residenziale pubblica (ERP) sempre più definanziati e con programmi di affitti sociali, o di ‘social housing’, che programmaticamente escludono i veri ‘poveri’ (Antonio Tosi, Le case dei poveri). Per i “disaffiliati”, gli “underclass”, o “superflui”, ci sono solo soluzioni di accoglienza emergenziali, dormitori, residenze sociali, pubblica o privata ‘carità’. Luoghi dove sono impossibili il pieno sviluppo della persona umana, la libertà ed eguaglianza e l’effettiva partecipazione, attraverso il lavoro, alla organizzazione sociale.

Dare, invece, “una casa per ogni famiglia” quando ci sono oltre 650.000 famiglie nelle graduatorie comunali, cui ogni anno se ne aggiungono altre 70.000 per le sentenze di sfratto (all’80% per morosità, quindi per grave disagio economico), di cui la metà eseguite forzosamente, richiede un passo del tutto diverso.

Bisogna radicalmente allargare l’offerta, destinando ingenti risorse pubbliche all’adempimento di una priorità nazionale fino ad ora non sufficientemente riconosciuta. Quando solo il 5% delle domande, nella ricca Lombardia, ricevono risposta, e gli alloggi “impropri” (degradati, sovraffollati, inabili) sono in continua crescita (circa 100.000), mentre solo il 60% della popolazione risulta attiva e la metà quasi dei laureati è impiegata sotto il proprio livello di competenza, con la continua crescita di lavoretti, precari, sottopagati, poveri, sono evidentemente necessarie politiche realmente multidimensionali. Il cui scopo deve essere, contemporaneamente, l’inclusione sociale, il diritto alla casa ed alla città, la capacitazione come cittadini, persone e lavoratori.

Questi problemi si devono affrontare attraverso la completa inversione della logica neoliberale: impegno in prima persona della funzione pubblica a garanzia di terzietà; primato dell’offerta diretta di alloggi, di qualità e caratteristiche adeguate, anche e soprattutto attraverso la riqualificazione del parco edilizio esistente oggi scarsamente utilizzato e/o degradato; destinazione di ingenti risorse pubbliche e di attenzione politica continua, stabile, e centrale.

La “questione della casa” va strettamente collegata da una parte alla questione del consumo di suolo, regolando l’asfittico mercato dei fitti (solo il 18% degli italiani vive in affitto, spesso nella parte bassa della distribuzione dei redditi, mentre tra gli immigrati la percentuale sale al 70%), dall’altra cogliendola come occasione per rifunzionalizzare e innalzare l’efficienza (e quindi la densità energetica, territoriale e sociale), promuovere il risparmio di risorse non rinnovabili e garantire la mixitè sociale e culturale. La “questione della casa” è, infatti, anche una questione sociale, ne va sempre dell’inclusione sociale e dell’accesso alla possibilità di garantire la riproduzione e l’inserimento nel lavoro (così B. Secchi ne La città dei ricchi e la città dei poveri).

L’impiego di capitale pubblico, nelle condizioni di una società che si trasforma e viene investita dagli effetti dissolventi delle nuove piattaforme tecnologiche, deve essere occasione per adeguare le nostre città e territori alle caratteristiche della domanda di abitare. Con 24 milioni di abitazioni e un numero di occupanti medio di 2,3, ma 4 stanze per abitazione medie, c’è anche un problema di adeguamento del patrimonio edilizio alla nuova conformazione familiare: il 31% delle famiglie italiane è monocomponente, e il 27% bicomponente. Considerando tutte le famiglie fino a tre componenti si arriva a coprire il 80% delle famiglie.

La strada maestra da percorrere è dunque quella del riscatto e della rifunzionalizzazione dell’edilizia esistente, in modo diffuso, evitando concentrazioni e polarizzazioni, operando sui valori immobiliari e la dinamica delle rendite attraverso interventi sui fitti, e puntando a integrare nella società le persone, favorendo la messa in contatto di classi e ceti.

Due spunti possono essere avanzati, tra i molti:

1. incentivare con risorse pubbliche e schemi fiscali, la ristrutturazione/riqualificazione di alloggi troppo grandi ed energeticamente inefficienti, per frazionarli e metterli sul mercato dell’affitto a canone concordato;

2. sviluppare un programma multiobiettivo di inserimento sociale e lavorativo che metta a disposizione alloggi ristrutturati, diffusi ed integrati a servizi territoriali, garantendo l’accesso ad una piattaforma sociale di scambio pubblica.  Pensiamo a una piattaforma informatica, ispirate a quelle proprie della ‘gig economy’, ma a libero accesso e pubblica, nella quale si possano mettere in comune i propri fabbisogni, il proprio tempo, e le proprie potenzialità di lavoro, anche sulla base di unità di conto e di scambio che potrebbe essere registrate sulla piattaforma stessa. Si tratterebbe, in sostanza di piattaforme pubbliche in grado di fungere da marketplace e da centri di erogazione di ‘beni come servizio’, ma anche di ‘banche del tempo’ e di ‘centrali di acquisto’.

Si tratta di avviare un investimento di capitale pubblico diffuso capace di riadeguare le caratteristiche dell’edilizia residenziale alla domanda, innalzando gli standard energetici ed ambientali e diffondendo nell’intera città e nel territorio piccoli nuclei di alloggi sociali di diversa taglia e specializzazione, ricavati dalla rifunzionalizzazione del già costruito, strettamente connessi in rete, serviti da ‘comunità energetiche cooperative’ e attivanti pratiche sociali volontarie e forme di messa in comune. Solo così sarà possibile rendere concrete quelle politiche multifattoriali di inclusione di cui c’è assoluto bisogno.

About Alessandro Visalli

Architetto e dottore di ricerca in pianificazione del territorio, ho lavorato costantemente nel settore della protezione ambientale in particolare nell'area delle energie rinnovabili e dei servizi pubblici. Dal 2013 alimento un blog che è il mio piccolo blocco di appunti sulla trasformazione in corso del mondo e del modo di capirlo e descriverlo. Sono impegnato, insieme a tanti altri nel tentativo di ricreare le condizioni per avere un punto di vista che non resti prigioniero in partenza dei vecchi sogni (o incubi) nei quali una sinistra che si è sentita sconfitta dalla Storia si è rifugiata. Solo un largo processo collettivo potrà, forse, riuscire nel miracolo di tornare ad essere utili all'emancipazione ed alla costruzione di un soggetto storico all'altezza dei tempi. Il mio tentativo di contributo è piccolo: rileggere, riscrivere, raccontare. Qualcuno più bravo riuscirà a mettere insieme.
View all posts by Alessandro Visalli →