La Secessione dei garantiti: Il welfare aziendale

L’attacco al sistema di welfare pubblico nel nostro Paese proviene da due lati: non solo dalle proposte di autonomia regionale differenziata (“la secessione dei ricchi”), ma anche dall’espandersi del cd. “welfare aziendale”.

Sembra di ritornare alla situazione precedente l’autunno caldo, a prima dell’introduzione del Servizio sanitario nazionale con caratteristiche universali e prima della riforma Brodolini delle pensioni (legge n. 153/1969), alle mutue ed ai fondi pensionistici di categoria.

Il 1° Rapporto Censis-Eudamion sul welfare aziendale (WAZ) (24 gennaio 2018) sostiene che nel settore privato esso potrebbe valere potenzialmente, se esteso a tutti i lavoratori del settore privato, fino a 21 miliardi. Il WAZ è presente nel 40 per cento dei contratti attivi (anche se le aziende che hanno sottoscritti contratti sono molte di meno). Servizi sanitari, previdenza integrativa, buoni pasto, mense, asili e negozi convenzionati sono benefit scambiati con i premi di risultato. Secondo il Rapporto, il welfare aziendale contribuirà “anche alla soluzione della più generale crisi di sostenibilità del sistema di welfare italiano”.  È più probabile che contribuisca alla sua privatizzazione.

Secondo Marco Leonardi, consigliere economico della presidenza del Consiglio (Governo Renzi) e padre della fiscalità agevolata per il welfare aziendale, la legge sui premi di produttività e sul welfare aziendale ha contribuito a dare in media una mensilità di retribuzione detassata a poco meno di 5 milioni di lavoratori, 2 milioni dei quali li hanno convertiti in parte in servizi di welfare.

La svolta avviene con la legge di stabilità per il 2016 (legge n. 208/2015 – Art. 1, commi da 182 a 191) grazie alla fiscalità favorevole ivi prevista che consente alle imprese che trasformano i premi di produzione in benefit aziendali di non conteggiarlo nel TFR ma soprattutto di non pagare i relativi contributi. I lavoratori su tali agevolazioni non pagano neanche l’imposta sostitutiva dell’Irpef del 10%. Dunque una misura in cui tutti guadagnano?

In realtà, le aziende ci guadagnano e il lavoratore ci perde due volte, sul fronte del reddito (istituti contrattuali vari, TFR e futura pensione) e sul fronte del welfare pubblico che riceve sempre meno finanziamenti essendo le agevolazioni per il WAZ a carico della fiscalità generale. Se il lavoratore risparmia subito ed apparentemente il 10% dell’imposta sostitutiva sul premio di produzione convertito in misure di WAZ, il datore di lavoro risparmia tra le varie voci quasi il 40%. E lo Stato rinuncia ad un notevole introito fiscale. Si legge infatti, nella Tabella allegata allo stato di previsione dell’entrata per il triennio 2018-2020, che la perdita di gettito derivanti dalle disposizioni dei commi 182-191 citati, è pari a 1.128 milioni di euro annui, una somma destinata ad aumentare man mano che i premi saranno convertiti in misure di WAZ ed i lavoratori non pagheranno neanche il 10% dell’imposta sostitutiva.

Ma con le retribuzioni ferme e la difficoltà ad arrivare a fine mese da parte di molti lavoratori, il WAZ interessa soprattutto quadri, dirigenti, impiegati e lavoratori delle medie-grandi aziende con gli stipendi più alti. Secondo il Rapporto, sono favorevoli al WAZ il 74% dei dirigenti e dei quadri aziendali, il 63% dei laureati ed il 62% dei lavoratori con redditi medio-alti. Ma solo il 41% tra gli operai ed il 36% tra gli impiegati, categorie che preferiscono avere più soldi che benefici di welfare.

Il dato non sorprende se si pensa che, tra il 2008 ed il 2016, le famiglie operaie in condizioni di povertà assoluta sono aumentate del 178%, fino a diventare quasi 600mila.

In ogni caso, per ovvi motivi, le aziende spingono verso questo genere di soluzione in occasione del rinnovo dei contratti. Il Censis propone, inoltre, stante che circa il 95 % delle aziende nel nostro Paese non ha più di 9 addetti, “di stimolare processi di riaggregazione tra aziende, sul territorio attraverso strumenti di comunity” per consentire l’estensione del WAZ.

Altri soggetti che traggono evidenti vantaggi sono le aziende che vendono servizi dai fondi pensionistici integrativi alle assicurazioni ed alle scuole private.

Ma anche i sindacati firmatari degli accordi, che gestiscono attraverso gli enti bilaterali quote di WAZ, hanno interessi economici ed occupazionali nella sua promozione: gettoni di presenza nei CdA o di gestione, assunzione di ex-sindacalisti.

L’ultimo contratto dei metalmeccanici, firmato il 27 febbraio 2017, anche dalla FIOM, prevede all’articolo 17, l’impegno per le aziende di mettere a disposizione dei lavoratori strumenti dei welfare per una somma pari, a regime, a 200 euro. I lavoratori hanno la possibilità di destinare i suddetti valori al Fondo Cometa (previdenza integrativa) o al Fondo Metasalute.

Avanza dunque, con l’accordo dei sindacati, un modello di welfare non universalistico dal quale sono esclusi disoccupati, precari, casalinghe, anziani. A spese di tutti i cittadini. La secessione dei garantiti.

 

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