Stefano Fassina: Firmare il Global Compact, ma fermarne la visione liberista

Il “Global compact for safe, orderly and regular migration“, il documento promosso dall’Onu per flussi migratori regolari, ordinati e sicuri, sottoscritto a Marrakech settimana scorsa da circa 160 Paesi, è un importante passo avanti.

Innanzitutto, per una ragione politica: l’approccio multilaterale è irrinunciabile per governare un fenomeno strutturale e complesso. Il governo Giallo-Verde dovrebbe sottoscriverlo. Rinunciare, sottrarsi, per l’Italia, data innanzitutto la nostra esposizione geografica, è un atto di autolesionismo. Per la Lega, può essere l’ennesimo, facile, spot elettorale scambiato sul tavolo del “Contratto di Governo” con un Movimento 5 Stelle sempre più subalterno all’alleato. Per il nostro interesse nazionale è un danno.

La firma non deve essere adesione generale e passiva alla lettura e ai principi in esso implicitamente, più che esplicitamente, proposti. Il Compact, oggetto delle mozioni in discussione oggi alla Camera, è un testo a maglie larghe. Al contrario di quanto sostenuto strumentalmente dalle destre per motivare la non sottoscrizione, riconosce (punto 15, lettera c) esplicitamente, non potrebbe essere altrimenti, la sovranità di ciascun Paese sulle politiche migratorie.

Inoltre, distingue nettamente i rifugiati dai migranti per motivi economici: si concentra soltanto su questi ultimi, mentre l’altro doloroso capitolo è affidato dalle Nazioni Unite al testo votato, anche dall’Italia, a New York nei giorni scorsi. Infine, i 23 punti articolati nel testo indicano, oltre a politiche umanitarie, obiettivi imprescindibili, particolarmente rilevanti per la sicurezza, come la cooperazione internazionale per rimuovere le cause delle migrazioni disperate; lo scambio delle informazioni per il contrasto dei trafficanti; il controllo delle frontiere attraverso iniziative congiunte.

Tuttavia, il Migration Compact contiene anche una insostenibile visione liberista da fermare e provare a ribaltare. È, infatti, implicita nel documento Onu la conferma e la celebrazione della superiorità economica e morale della “libera circolazione” di capitali, servizi, merci e persone.

Per esempio, l’obiettivo 5, ai punti 21 e seguenti, insiste sulle misure per “facilitare la mobilità del lavoro”, intesa come regime ordinario, naturale, di funzionamento dell’economia globale. È, invece, completamente assente il riferimento alle condizioni sociali reali dei cosiddetti “Paesi di destinazione”.

È totalmente rimosso il quadro di impoverimento e regressione delle condizioni di lavoratrici e lavoratori e del welfare determinato nelle “economie avanzate” proprio dal regime delle “4 libertà di circolazione”, divenute senso comune anche nelle sinistre, riformiste e radicali, pro-establishment e anti-establishment.

Così, declinato secondo il mainstream, l’impianto è pericoloso. È un punto sensibilissimo, soprattutto nell’Unione europea, dove il disinvolto allargamento a Est del 2004 ha alimentato negli Stati con più elevati standard fiscali e sociali effetti devastanti per lavoro meno qualificato e classi medie legate alla produzione di beni e servizi per la domanda interna.

Allora, dato che il testo è non vincolante e di principi, non ha le implicazioni giuridiche del Fiscal Compact o del Trattato di Maastricht, alla firma può e deve seguire un’iniziativa multilaterale, innanzitutto nella Ue, per evitare la riproduzione di meccanismi che nulla hanno di naturale, ma sono il prodotto di scelte politiche dettate dagli interessi più forti: il capitale contro il lavoro, avremmo detto nel linguaggio vetero del tempo in cui avevamo ancora una qualche autonomia culturale.

Insomma, migrare non è un diritto. Non dovrebbe essere frutto di disperazione. Dovrebbe essere una libertà, come scritto nella nostra Costituzione all’art. 35. Pertanto, i livelli di disoccupazione, di disuguaglianza, di impoverimento del lavoro e del welfare dei Paesi di destinazione devono essere un riferimento imprescindibile per il controllo e il governo dei flussi migratori, in particolare per la mobilità del lavoro.

In sintesi, la destra dovrebbe capire che sovranità costituzionale non è isolazionismo, non è autarchia, non è xenofobia. Noi, da quest’altra parte, dovremmo ricordare che la nostra Costituzione non è liberista.

pubblicato su www.huffingtonpost.it

 

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