Stefano Fassina – Momento Tsipras per Salvini-Di Maio. Dovevano seguire il documento Savona

Erano partiti bene, coraggiosamente. La sera del 27 settembre scorso, Palazzo Chigi, a conclusione del Consiglio dei Ministri, si comunicava un ambizioso programma di finanza pubblica, in netta discontinuità con la lunga stagione dell’austerità: nella nota di aggiornamento al Def, il deficit obiettivo per ciascuno degli anni del triennio 2019-2021 sarebbe stato fissato al 2,4% del Pil. Attenzione: in linea con i dati dell’ultima legislatura, ma una significativa, “senza precedenti” secondo le parole dei Commissari europei, forzatura del Fiscal Compact per rivitalizzare l’economia italiana e affrontare le drammatiche condizioni sociali di larga parte del Paese.

Una forzatura coerente con il mandato elettorale, necessaria, avevo scritto qui a caldo e difficilissima da difendere dalle valutazioni politiche della Commissione e dei governi Ue, da un lato, e dalle reazioni dei cosiddetti mercati, dall’altro. Un radicale cambio di rotta, almeno sul piano macroeconomico: dalla linea mercantilista a quella keynesiana; dall’affidamento esclusivo alle esportazioni, al primato della domanda interna; dal martellamento autolesionista del deficit per provare a ridurre il peso del debito pubblico sul prodotto, al sostegno del denominatore, il prodotto. Finalmente, scrivevo, il recupero di spazi di sovranità costituzionale, condizione necessaria, per bloccare e invertire la divaricazione sociale e territoriale dell’Italia, in particolare per intervenire sulle drammatiche condizioni del Mezzogiorno, abbandonato da almeno due decenni dalle classi dirigenti del Paese a una deriva di impoverimento e disperazione. Quindi, il primato della nostra Costituzione per mettere a frutto la complementarietà delle constituencies del M5S e Lega e ridare fondamenta all’unità della Patria.

La coraggiosa forzatura prevista per la nota di aggiornamento al Def, era condizione necessaria, ma non sufficiente per invertire rotta. Come scritto fin dall’inizio del calvario, affinché la scelta potesse generare risultati espansivi si sarebbe dovuto concentrare l’extra-deficit sugli investimenti pubblici, in piccole opere, in particolare nel Sud. In tal modo, si sarebbe anche potuto rompere il legame tra posizione della Commissione europea e comportamento degli investitori nei nostri titoli di Stato.

Invece, il Governo, prigioniero di troppe promesse elettorali, poco consapevole della potenza degli avversari, aumentava in quantità irrilevanti gli investimenti pubblici, lasciati al loro minimo storico dai Governi Renzi e Gentiloni, e ingaggiava completamente disarmato il conflitto non contro “i tecnocrati non eletti da nessuno”, ma contro regole funzionali ai fortissimi interessi, interni e esterni, della finanza e delle grandi imprese export-oriented. Senza correggere la distribuzione dell’extra-deficit, la sconfitta era annunciata.

Nei giorni successivi i primi passi indietro sul profilo triennale del deficit piegato, con l’arrivo in Parlamento dei documenti ufficiali, dal 2,4% del Pil, confermato per il 2019, all’1,8% per il 2021. Sono seguite settimane di insulti e di ostentato menefreghismo verso i burocrati di Bruxelles. Poi, come il Commissario Oettinger aveva anticipato, “i mercati e un outlook negativo”, senza i freni di una normale banca centrale, hanno portato alla resa i nostri capitani coraggiosi. Così, come ha rilevato soddisfatto l’odiato establishment nazionale e europeo, è arrivato anche per Di Maio e Salvini il “Momento Tsipras”.

Ora, entriamo nel peggiore degli scenari: la manovra di finanza pubblica, nata espansiva, diventa pro-ciclica, in un quadro di rallentamento di tutta l’Eurozona. In più, la retromarcia si porta dietro le conseguenze negative dell’impennata dello spread per famiglie, imprese e bilancio pubblico. Un capolavoro.

Che cosa avrebbe dovuto fare il Governo Salvini-Di Maio per combattere in condizioni meno sfavorevoli? Primo: impegnarsi sulla proposta contenuta nel Documento del Ministro Savona (“Una politeia per un’Europa più forte e più giusta”), al fine di dare un quadro di seria analisi economica alle forzature politiche e incominciare a sostenere, possibilmente in coro con gli altri Paesi dell’Eurozona in difficoltà, che il problema sono le regole, ossia il mercantilismo estremo Made in Germany, non l’extra-deficit dell’Italia. Secondo: avrebbe dovuto, durante il lungo e incerto passaggio del Disegno di Legge di Bilancio alla Camera, correggere l’allocazione dell’extra-deficit e concentrarlo sugli investimenti pubblici in piccole opere, ad elevato moltiplicatore (Un “Piano per il lavoro” e il “Lavoro di Cittadinanza” erano alcuni degli emendamenti da noi presentati).

Insomma, una grande occasione sprecata. Anzi, il fronte “There is no alternative” si rafforza. È una sciagura per tutti, per il nostro Paese, perché un qualche recupero di spazi di sovranità costituzionale rimane necessario. Alla Lega, in fondo, va bene così: come le altre forze nazionaliste in Ue, si predispone a dare priorità alla rappresentanza degli interessi più forti. Il suo consenso largo, nazionale e interclassista, lo alimenta attraverso le facili e vigliacche campagne securitarie, in particolare verso i migranti. Per il M5S, è invece negazione della sua missione fondativa, innanzitutto verso il Mezzogiorno. Purtroppo, le varie sinistre non colgono la portata storica del passaggio di fase. Quelle radicali sono diventate Ong, impegnate on shore e off shore per i migranti. Quella di governo, insieme al resto dell’establishment, assiste compiaciuta alla resa del Governo. Entrambe rinunciano a riconquistare fasce di popolo.

 

 

da www.huffingtonpost.it

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